Quel miracolo di Ypsigrock, il racconto dell’edizione ’26 dell’ultimo vero festival indie – Foto e video

La musica italiana è sempre più un enigma. Chi in qualche modo si ritrova dentro gli ingranaggi dell’industria sa a cosa ci riferiamo. Probabilmente gli elementi ai quali prestare attenzione sono diventati troppi. I social, i dati, gli sbigliettamenti, questa corsa sfrenata a chi c’ha la venue più grossa, le scenografie più sbrilluccicanti, tutto nell’ottica, per tutte le parti chiamate in causa, non solo gli artisti, di una scalata di status inutile e affannosa.
Succede questo a qualsiasi latitudine della musica, ve lo possiamo dire, lo scriviamo e lo firmiamo, anche quando parliamo di artisti di spessore, spesso costretti a prestarsi per robe che non hanno niente a che fare con la musica. E poi c’è un luogo, Castelbuono, un piccolo paesino in provincia di Palermo, nemmeno 8mila abitanti secondo il dato ISTAT aggiornato al 1° gennaio 2026.
E a Castelbuono negli ultimi 29 anni viene organizzato un festival chiamato Ypsigrock, che da solo occupa l’esatto opposto della medaglia della musica in Italia, una situazione che chiunque si ritrovi dentro gli ingranaggi dell’industria di cui sopra non può che definire un miracolo. Non si tratta di un segreto, chi lo frequenta lo sa, infatti ci torna, regolarmente, per respirare quattro giorni, tanto dura, uno strappo di cultura autentica, come non se ne vedono purtroppo più. La musica riportata alla musica.
La storia di una scommessa
Ci racconta Gianfranco Raimondo, direttore artistico di Ypsigrock: «La sfida iniziale era farlo e poi mantenerlo nel tempo, che non si limitasse, come spesso succede per molti festival, a poche edizioni». Normale, specie se parliamo di ragazzi della provincia palermitana ai quali serviva un’idea ben precisa, forse davvero il punto di forza dell’evento: puntare sulla musica internazionale, quindi andare oltre l’organizzazione di un festival che imboccasse i gusti del largo pubblico mainstream. Un’idea folle, che molti definirebbero sicuramente poco furba, ma che alla fine si è rivelata del tutto vincente: offrire qualcosa che gli altri non avevano competenze e lucidità per proporre.
Questo ha creato una sorta di esclusività, rinforzata da una regola che l’Ypsigrock si è imposto e diventata inviolabile, chiamata Ypsi Once Rule. Ovvero: all’Ypsigrock ci suoni una volta e una soltanto. Anche per questo gli artisti italiani considerano la partecipazione ad altri Festival, Sanremo compreso, come parte del proprio lavoro, promozione più o meno importante, più o meno funzionale, ma andare all’Ypsigrock invece li onora, come un riconoscimento artistico, la conferma che al netto delle meccaniche plastificate della discografia odierna, rimane gente che suona, musicisti veri convocati per un festival in cui il pubblico viene da ogni parte del mondo, è preparato, e in cui non c’è spazio per fake improvvisati.
Prosegue Raimondo: «Noi riceviamo tante pressioni per ospitare artisti italiani, sicuramente per loro è un modo di mettersi alla prova con un certo tipo di pubblico. Chiaramente da un lato questo ci inorgoglisce, dall’altro lato ci imbarazza, perché spesso quando ti chiedono se possono suonare siamo costretti a dover dire di no. Questo perché noi manteniamo bassa la presenza degli italiani, non possiamo perdere la nostra identità. Non lo faremo mai».
Le star passate da qui
Tutto vero, quest’anno, per esempio, abbiamo visto tra il pubblico Margherita Vicario, Anna Castiglia e i Santamerea, ma negli anni poteva capitare di incrociare personaggi come Samuel, Arisa, Dente, Appino, N.A.I.P., Niccolò Carnesi e Diodato.
Quest’anno in Piazza Castello e nel Chiostro dell’ex Convento di San Francesco, i due stage principali del Festival, abbiamo intravisto anche artisti che in passato hanno avuto l’onore di essere invitati come Colapesce, Dimartino e La Rappresentante di Lista. Nomi inseriti in una lista di italiani cortissima se si pensa alla vastità della proposta del mercato italiano: Lucio Corsi, Dardust, Verdena, Afterhours, Iosonouncane, Marlene Kuntz, Alberto Fortis, Paolo Benvegnù, La Crus, Rodrigo D’Erasmo & Roberto Angelini, Offlaga Disco Pax e Uzeda. Stop. A tutti gli altri hanno detto «no».

Il passaggio dall’Ypsig prima di diventare star
Potremmo dire dunque che i protagonisti dell’Ypsigrock sono gli artisti internazionali e non cadremmo sicuramente in errore, ma la frase non la considereremmo del tutto esaustiva, perché in realtà la protagonista è la musica che non si conosce o, perlomeno, quella che ancora non si conosce.
Non si va infatti all’Ypsigrock per alimentare la propria personale idolatria per la popstar di turno, per urlare a squarciagola un classico o ballicchiarsela su una hit radiofonica. All’Ypsigrock si va per prendersi una pausa dagli innumerevoli input con cui il mercato, attraverso social, tv e radio, ci massacra, per godersi il contenuto e non la scatola, per partecipare a quello che è uno scambio autentico, senza intermediari furbetti, tra una persona che suona uno strumento musicale e una persona che ascolta. Un approccio affatto banale, affatto comune, in un ambiente frequentato in larga percentuale da avidi arraffoni.
Ma, attenzione, non pensate ad un rigurgito radical chic, si tratta semplicemente di una considerazione della cultura scevra da sovrastrutture che tendono a confondere, di un evento che è riuscito nel tempo a sviluppare un tale rapporto di fiducia con il pubblico che all’Ypsigrock si va senza nemmeno prestare troppa attenzione ai nomi della lineup. Una fiducia guadagnata sul campo considerati i nomi che Ypsigrock ha proposto ancor prima che spiccassero il volo per conquistare la discografia mondiale: Alt-J, Aurora, Jon Hopkins, Fontaines DC, The National, Spiritualized, The Jesus and Mary Chain, Editors, Beach House, Moderat, Belle & Sebastian, Primal Scream, Mudhoney, Slowdive e Cigarettes After Sex. Tutti sono passati da Ypsigrock. Si, da Castelbuono. Si, in Sicilia.
E poi ci sono anche i Mogwai che hanno dichiarato: «Ypsigrock è il miglior festival del pianeta» ed è gente che in un paio di posti a suonare c’è andata. Generi diversi, sound diversi, messe in scena diverse, ma, volando bassi, ci sentiamo di dire che all’Ypsigrock c’hanno evidentemente l’orecchio lungo.
La stampa straniera
Anche per questo probabilmente si è sviluppato un rapporto speciale con la stampa estera, anche quest’anno presente in loco, che segue l’Ypsigrock da molti anni e con estrema attenzione, raccontandolo come uno dei più importanti boutique festival d’Europa. Il Times ha scritto: «Se avete perso Glastonbury, allora dovreste provare questo», The Independent: «Sarebbe difficile trovare un festival più bello», Clash: «C’è un fascino misterioso in questo evento siciliano che è quasi impossibile mettere a parole». The Guardian poi lo ha inserito tra i 20 migliori boutique festival d’Europa e, quattro anni dopo, lo ha definito «Italy’s leading indie-rock festival».
La lineup del 2026
Chissà dunque quali dei gruppi passati in questa 29esima edizione appena conclusa un giorno potremo dire «Io li ho ascoltati anni fa all’Ypsig!». A voler scommettere diremmo che l’indie pop psichedelico bilingue (mandarino e inglese) dei Chinese American Bear ci ha divertito da pazzi. Diremmo che Annahstasia, uno dei nomi di punta della nuova scena folk americana, ci ha ipnotizzati. Non possiamo dire che ci abbia stupito Chet Faker, che si conferma un gigante, invece siamo rimasti del tutto spettinati dai Gans, un mix letale di synth-pop e punk. Imperdibili. Come Jasmine.4.T e TTSSFU, due cantautrici britanniche dal grande carisma.
E poi ci sentiamo di nominare anche i The Antlers, uno dei gruppi più importanti dell’indie rock statunitense. Ma, ripetiamo, la proposta è tutta a suo modo magnifica, dal primo all’ultimo nome. Quest’anno a portare la bandiera italiana I Cani, progetto guidato da Niccolò Contessa, considerato uno dei padri del movimento indie che ha rivoluzionato il nuovo cantautorato italiano. Ma soprattutto, uno dei più efficaci narratori degli anni ’10, cosa che rende (ha reso) il live inevitabilmente entusiasmante.

La comunità
È vero, difficile descrivere l’atmosfera che si viene a creare all’Ypsigrock, il modo in cui un’intera comunità si sia abituata ad accogliere 10mila ragazzi in quattro giorni. Le signore ai balconi che si divertono ascoltando suonare Dog Race o sedute a prendere il fresco tra i vicoli del borgo in compagnia di un hipster spagnolo, un odore di salsiccia che ti sorprende girando un angolo, la piazza del paese con la chiesa del paese e accanto i circoli con gli anziani del paese che smadonnano durante una briscola, un signore, conosciuto in paese come “l’ultimo comunista”, seduto nottetempo su una panchina che da su un panorama sconfinato, e che, mentre a cento metri da lui il pubblico poga con i Ditter, ascolta su una vecchia radiolina Piange il telefono di Modugno.
Insomma quelle cartoline di una Sicilia antica e fascinosa, custode di un passato ruvido e pulito, che integra in scioltezza quell’universo elonmuskiano istantaneo e volgare, alimentato (anche) da un certo pop sempliciotto e ruffiano. «Noi sul concetto di comunità ci abbiamo lavorato da subito – continua nel suo racconto il direttore artistico – Il vantaggio di un festival con una limitata capienza è che le persone ritornano spesso, creare una comunità è facile, è un po’ come il ritorno a casa durante le vacanze di Natale».
Ma anche questo elemento fondamentale dell’Ypsigrock non è casuale, infatti quando il festival è stato inaugurato negli anni ’90 e naturalmente non esistevano le sponsorizzate sui social per attirare spettatori, l’organizzazione ha sfruttato internet per scovarsi il proprio pubblico. Lo ha cercato nei forum, in quegli ambienti di nicchia ai quali poteva interessare quella determinata proposta.
I momenti più rischiosi
«Abbiamo sostanzialmente selezionato tutti i soggetti che effettivamente ben si incastonavano in questo quadro – prosegue Gianfranco Raimondo – in questo mosaico che noi andavamo a comporre quindi non c’era gente che si trovava a disagio. Da organizzatori eravamo obbligati ad inseguire quel tipo di maturità civica che la nostra comunità pretendeva. Grazie a questa ricerca non abbiamo stravolto in negativo la vita di un paese dell’entroterra siciliano che chiaramente non è adeguato a questo tipo di frenesia e impatto. Invece sono tutti molto divertiti».
Anche quando qualche anno fa i Fat White Family, una delle band più eccentriche e provocatorie del post-punk britannico contemporaneo, hanno fatto quello che ci si poteva aspettare da loro: Lias Saoudi, il frontman, si è denudato completamente simulando sul palco un amplesso. Ricorda Gatto: «Noi sapevamo che era una situazione a rischio, tra l’altro li avevamo anche visti due mesi prima a Glastonbury, ciò nonostante ci siamo assunti il rischio di un’esibizione del genere. Ma ci sono due cose che ci sono molto piaciute di questa storia: la prima è che abbiamo deciso di correre il rischio in quanto parte di una performance, la seconda è che nessuno si è scandalizzato».
Il panettone di Fiasconaro
Castelbuono deve proprio avere qualcosa di speciale, sembra incredibile infatti come sia riuscito a piazzarsi nella cartina geografica della musica mondiale grazie all’Ypsigrock e anche in quella della gastronomia mondiale grazie a Fiasconaro. In principio era una piccola gelateria nella piazza principale del paese famosa per le granite, poi negli anni ’80 la svolta quando in maniera del tutto audace si dedica alla produzione di panettoni, il dolce per eccellenza della città più culturalmente distante da un piccolo paese siciliano: Milano.
L’intuizione è quella di arricchire la ricetta milanese con ingredienti siciliani come gli agrumi, le mandorle e il pistacchio, ma soprattutto la famosa manna delle Madonie, una specialità del luogo, un dolcificante naturale che si ottiene dalla linfa di alcune specie di frassino attraverso incisioni praticate nella corteccia.
Oggi esporta in 75 paesi del mondo e da poco ha aperto il primo pop-up store negli Stati Uniti, nel cuore di SoHo a New York. La rinomata pasticceria rappresenta il sapore ufficiale del festival, in vari punti del borgo infatti sono stati organizzati piccole stazioni in cui il panettone viene tagliato e offerto gratuitamente a chiunque passi, a volontà, perfettamente in linea con la tipica ospitalità siciliana.

L’Ypsigrock dimostra che anche al sud si può
«Quando abbiamo iniziato negli anni Novanta – racconta ancora il direttore artistico Gianfranco Raimondo – il nostro obiettivo non era farci conoscere a Milano, ma riuscire a farci conoscere a Palermo. Noi ci sentivamo già esclusi da Palermo: Castelbuono era considerato il tipico paese di provincia, con la sua gente, la sua mentalità, e noi che studiavamo all’università sentivamo il bisogno di sovvertire quell’identità culturale. Dicevamo: va bene Palermo, la città, ma guardate che anche qui si possono fare cose interessanti. All’inizio, quindi, il nostro unico obiettivo era Palermo, e ci siamo riusciti. Poi abbiamo raggiunto la Sicilia e, da lì, è successo qualcosa che ci sorprende ancora oggi: Castelbuono è diventato un punto di riferimento negli ambienti che contano del business musicale, che allora, come oggi, avevano il loro centro soprattutto a Milano.
Ricordo ancora quando la CAA, una delle più grandi agenzie di booking al mondo, ci convocò a Londra e, tra tutti i delegati, volle ricevere soltanto noi: ci siamo ritrovati in quel palazzo enorme, con le poltrone di pelle, ed era quasi surreale pensare da dove eravamo partiti. È la dimostrazione della forza culturale ed economica del festival: siamo riusciti ad abbattere quella spocchia e quei luoghi comuni con cui spesso si guarda al Sud. Oggi abbiamo liste di agenzie e professionisti di tutto il mondo che ci scrivono perché vogliono essere qui, ed è straordinario. Se vogliamo fare un paragone calcistico, siamo in Serie A con una squadra che non ha quel tipo di budget, ma siamo lì e non retrocediamo».
L’Ypsigrock in questi primi 29 anni ha solcato una strada che dimostra non solo che basta lavorare con serietà per realizzare ciò che sembra impossibile partendo da un piccolo paese dell’entroterra siciliano, ma che attorno alla musica si possono sviluppare concetti, sociali, in qualche modo politici, sicuramente culturali, e non solo business vacui e fugaci.

