Carlo Arnulfo e Angela Buccico trovati abbracciati dopo lo schianto, cosa è successo all’ultraleggero degli avvocati: l’ultimo tentativo del pilota

Erano ancora abbracciati Carlo Arnulfo e Angela Buccico quando i loro corpi sono stati ritrovati in un’area montana nel Cosentino. I due avvocati erano scomparsi a borso dell’ultraleggero pilotato da Arnulfo la sera di domenica 16 agosto nella zona dell’alto Tirreno Cosentino, dopo essere decollato dal campo volo di Capo d’Orlando, nel Messinese. Quasi tre giorni dopo, il ritrovamento dopo un incidente che porta con sé ancora diversi dettagli che dovranno chiarire i periti nominati dalla procura di Paola. Tra loro, ricorda il Messaggero, anche un ingegnere dell’Aeronautica militare.
Cosa può aver causato l’incidente dell’ultraleggero
È plausibile che il pilota Arnulfo si sia imbattuto in un banco di nebbia o di umidità, se non in un vero e proprio temporale, subito dopo aver oltrepassato Fuscaldo Marina. Il Tecnam P2008 su cui viaggiava insieme alla collega Buccico avrebbe volato a bassa quota fin dalla partenza da Capo d’Orlando, verosimilmente per seguire meglio la costa. Una volta addentrato nell’entroterra cosentino, però, la scarsa visibilità non gli avrebbe permesso di evitare il costone di una montagna.
Gli ultimi tentativi di recupero prima dello schianto
Il pilota potrebbe aver tentato una risalita rapida, trovando però resistenza a causa del peso complessivo del velivolo, che trasportava due passeggeri, i serbatoi pieni e i bagagli. Dopo l’urto contro la montagna, l’ultraleggero è caduto a vite, roteando su se stesso, e ha preso fuoco solo al contatto con il suolo. Le autopsie, in programma lunedì all’Istituto di Medicina Legale di Catanzaro, dovranno confermarlo, ma secondo il Messaggero le vittime sarebbero morte già al momento dello schianto, non a causa dell’incendio.
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Perché è stata esclusa la pista del carburante
Una possibilità è già stata scartata dai periti: quella dell’avaria per assenza o scarsità di carburante. Il velivolo aveva consumato non più di 20 litri al momento del rientro in Calabria, il 16 agosto, dopo essere stato rifornito qualche giorno prima all’Eremo di Giubiliana. Il pieno per questi mezzi si aggira sui 90 litri, quindi il serbatoio era ancora a più della metà. Restano invece diversi aspetti da chiarire, a partire dalla strumentazione di bordo.
Cosa non ha funzionato a bordo
Transponder e radio non davano segnale, mentre il sistema d’allarme Elt, che si attiva automaticamente in caso di schianto, è rimasto muto nonostante le batterie, con una durata di cinque anni, fossero state sostituite nel 2024. I periti hanno inoltre accertato che non era stato attivato il paracadute balistico, il dispositivo che serve a far discendere il velivolo in caso di necessità senza che la velocità aumenti.
A che punto è l’inchiesta
Sul caso ha aperto un’indagine la Procura di Paola: i consulenti nominati, tra cui un ingegnere dell’Aeronautica militare, hanno raggiunto giovedì i resti del velivolo insieme alle forze dell’ordine per una prima ispezione che avvierà le verifiche più approfondite. Il procuratore Domenico Fiordalisi ha disposto l’interdizione dell’area per completare i rilievi e sarà determinante, come sottolinea il Messaggero, l’analisi della scatola nera. Quel che resta dell’ultraleggero, un Tecnam pilotato da Arnulfo che era atterrato a Sibari da Roma il 10 agosto e ripartito verso la Sicilia con tappa all’Eremo di Giubiliana prima del rientro fatale, sarà nel frattempo trasferito nell’hangar dell’Aeronautica allo scalo di Crotone.

