È in malattia e va a giocare a calcetto: licenziato. Ma il tribunale gli dà ragione: perché l’azienda deve risarcirlo
Sette mesi dopo la diagnosi di sclerosi multipla, Mario, 50 anni, si è ritrovato senza lavoro. A costargli il licenziamento è stato un episodio avvenuto durante la malattia: era stato sorpreso a giocare a calcetto. L’azienda metalmeccanica aveva incaricato un investigatore privato di seguirlo. Nel rapporto erano finiti diversi dettagli delle sue serate: il borsone, l’ingresso negli spogliatoi, i guanti da portiere e persino la birra bevuta dopo la partita.
La diagnosi di sclerosi multipla
Ma dietro quelle immagini c’era una situazione personale e clinica che, secondo quanto emerso successivamente, il datore di lavoro non conosceva. Mario, residente a Bergamo, soffriva di ansia e aveva un figlio con problemi di salute. La diagnosi di sclerosi multipla aveva aggravato una condizione psicologica già difficile. I terapeuti che lo seguivano gli avevano consigliato di non isolarsi e di continuare a coltivare le attività che lo facevano stare bene. Mario lo ha spiegato soltanto dopo aver ricevuto la contestazione disciplinare, ma il licenziamento è arrivato comunque.
La decisione del tribunale
Come riportato dal Corriere della Sera, il tribunale ha dato ragione al lavoratore, ritenendo che giocare a calcetto durante la malattia non costituisse, in questo caso, una violazione tale da giustificare il licenziamento. Secondo la giudice Bertoncini, infatti, praticare attività sportiva durante un periodo di malattia può configurare una colpa grave quando lo sport aggrava la patologia oppure risulta incompatibile con essa. Circostanze che, nel caso di Mario, non sono state riscontrate.
Il perito nominato dal tribunale ha escluso entrambe le ipotesi, richiamando anche gli studi scientifici che evidenziano i possibili benefici dell’attività fisica per alcune patologie neurologiche e psichiatriche. Un addebito nei confronti del lavoratore, però, è stato ritenuto fondato: l’uscita dall’ufficio del 16 febbraio, che Mario ha attribuito a un crollo emotivo. Un comportamento ritenuto insufficiente, tuttavia, a giustificare il licenziamento.
Il risarcimento e il nuovo lavoro
La decisione non ha portato al reintegro di Mario, ma ha stabilito un risarcimento pari a dodici mensilità, ciascuna del valore di 6mila euro lordi. Nel frattempo, il 50enne ha trovato un nuovo impiego. E il calcetto non lo ha abbandonato: il giovedì sera, quando gli impegni glielo permettono, torna ancora in campo, nel suo ruolo di portiere.
Foto copertina: PEXELS/JAY BRAND

