Mps e le offerte su Bpm e Banca Generali, il piano per un colosso da 70 miliardi: cosa può cambiare per mutui e prestiti a famiglie e imprese

Il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi, riunito per diverse ore a Siena, ha dato il via libera spaccandosi al piano dell’amministratore delegato: due offerte pubbliche di scambio volontarie e contestuali su Banco Bpm e Banca Generali, accompagnate da una cedola straordinaria da 4 miliardi, di cui un miliardo in contanti e tre attraverso la distribuzione di azioni Generali già in portafoglio. Lo racconta Marigia Mangano su Il Sole 24 Ore, spiegando che l’obiettivo è dar vita a un Terzo polo bancario italiano da circa 70 miliardi di capitalizzazione, con oltre 2.600 sportelli. Gli azionisti di Bpm e Banca Generali che aderiranno diventerebbero soci del Monte, sempre che l’operazione vada a buon fine. Tutto dovrà passare dall’assemblea straordinaria convocata per il 29 ottobre. Ma cosa cambia per famiglie e imprese alle prese con la scelta di un mutuo o la necessità di credito?
Cosa cambia per famiglie e imprese con il piano di Lovaglio
Il braccio di ferro tra Mps e Intesa Sanpaolo non è solo una partita di Borsa e l’ultimo capitolo del famigetato risiko bancario in corso da mesi tra gli istituti italiani. Come spiega Francesco Bertolino sul Corriere della Sera, se la scommessa di Siena dovesse concretizzarsi nascerebbero banche più grandi, più redditizie e capaci di competere a livello europeo, ma con il rovescio della medaglia di una minore concorrenza nel credito e nei servizi bancari per cittadini e aziende. Un dilemma che vale per qualunque esito della contesa, sia che vinca Intesa con la sua offerta da 30,6 miliardi, sia che prevalga l’alternativa targata Luigi Lovaglio.
Quali rischi concreti corrono clienti e Pmi secondo gli esperti
Posizione ribadita anche da Gianfranco Ursino, che in un editoriale sulSole 24 Ore spiegava come il riassetto in corso, per quanto pensato per rafforzare i poli bancari nazionali, rischia di tradursi in uno scenario con meno concorrenti e quindi meno libertà di scelta per chi ha un conto o un mutuo. Nella lettura dell’editorialista, quando il numero di player si riduce cala anche il potere negoziale dei clienti, e le sinergie generate dalle fusioni difficilmente vengono girate a chi sta dall’altra parte dello sportello: restano perlopiù nelle tasche degli azionisti, sotto forma di margini più alti, senza tradursi in tassi migliori, commissioni più basse o servizi superiori. A pagare il conto più salato, avverte Ursino, sarebbero soprattutto le piccole e micro imprese, che con meno alternative di finanziamento rischiano di ritrovarsi legate a un unico interlocutore bancario, con possibili conseguenze sulla capacità di investire e crescere. Non mancherebbero anche disagi pratici che accompagnano per esempio una fusione, dai cambi forzati di Iban alla chiusura di filiali, che alimenta la desertificazione bancaria, fino ai disservizi durante la migrazione dei sistemi informatici, quando bancomat, home banking e bonifici possono restare bloccati per giorni.
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Perché il cda di Mps si è spaccato sul progetto
Il piano di Lovaglio è passato con nove voti favorevoli, compreso quello dell’ex Intesa Corrado Passera, e quattro astensioni: quelle di Paolo Boccardelli, Nicola Maione, Antonella Centra e Paola De Martini. Secondo quanto ricostruito da Mangano su Il Sole 24 Ore, i consiglieri di minoranza lamentano di non aver ricevuto risposte adeguate su rischi antitrust, complessità dell’integrazione con Bpm e Banca Generali e possibili scenari alternativi, né di aver potuto contare sull’analisi di un consulente finanziario indipendente. Andrea Greco, su la Repubblica, riporta che gli stessi consiglieri si sono detti «non stati bene informati, e quindi di non potersi esprimere su passaggi chiave come i rischi di esecuzione e di integrazione, o le sinergie rappresentate».
Quali ostacoli deve superare Lovaglio per portare a casa l’operazione
La strada resta in salita. Mps è sotto passivity rule e per procedere serve il via libera dei due terzi del capitale in assemblea straordinaria. Servirà poi convincere il Crédit Agricole, primo socio di Banco Bpm con il 29,3%, che poche settimane fa aveva già bocciato un’aggregazione alla pari tra le due banche, e ottenere il sì di Assicurazioni Generali, che controlla il 50,1% di Banca Generali e ha convocato un proprio cda per valutare l’offerta. L’economista Marcello Messori, intervistato da Eugenio Occorsio su la Repubblica, definisce il disegno «strategico» ma indica almeno tre motivi per cui potrebbe fallire, tra cui i rapporti tesi tra i principali soci di Mps e la difficoltà di trovare contropartite convincenti per i francesi.
Cosa rischia Siena e cosa dice la politica
Sullo sfondo resta il timore di uno smembramento del Monte. Il piano originario di Intesa prevede infatti di cedere circa metà delle filiali senesi a Unipol, che le girerebbe a Bper, mentre l’altra metà finirebbe assorbita dal gruppo guidato da Carlo Messina. Un’ipotesi che ha spinto la premier Giorgia Meloni a sperare che Mps «non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità». Sulla stessa linea il leader della Lega Matteo Salvini, secondo cui «il tema più importante è il rispetto della storia, dell’autonomia e del personale di istituzioni bancarie che sono tra le più antiche al mondo». Anche gli enti locali toscani, dalla sindaca di Siena alla Regione, hanno chiesto un incontro al ministro Giorgetti sul futuro dell’istituto.
Cosa pensa il mercato e come risponde Intesa Sanpaolo
Le prime reazioni di Piazza Affari sono state fredde: Mps ha chiuso in calo dello 0,34% a 11,724 euro, mentre Banca Generali ha guadagnato l’1,26% e Banco Bpm lo 0,66%. Gli analisti di Equita, citati da Antonella Olivieri sul Sole 24 Ore, hanno parlato di un «livello di complessità e rischio di esecuzione significativamente superiori rispetto all’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps». Nel frattempo Intesa prosegue senza scossoni sul proprio percorso, con l’assemblea dei soci fissata per il 10 settembre per l’aumento di capitale a servizio dell’offerta, puntando a chiudere l’operazione entro fine anno e promettendo di realizzare l’obiettivo «che vogliamo realizzare, raggiungere» sulla base delle parole dello stesso Messina.

