Ultime notizie Crisi Usa - IranDonald TrumpImmigrazioneMaltempoSigfrido Ranucci
ESTERIAndrew CuomoItaliaRon DeSantisUSA

Little Italia: come e perché si è spenta negli Usa la stella degli italoamericani

22 Agosto 2026 - 19:03 Serena Danna
Cristoforo Colombo parata New York
Cristoforo Colombo parata New York
Sono ancora ai vertici della politica americana, ma non votano più da italiani. Dai Cuomo a DeSantis, il paradosso dell’assimilazione italoamericana
Google Preferred Site

L’ultimo segnale è stato il tentativo di cancellazione di Little Italy dalla mappa dei quartieri etnici di New York per volontà del nuovo sindaco Mamdani. Prima ancora c’erano state le statue di Cristoforo Colombo buttate giù una dopo l’altra dal Nord al Sud degli Stati Uniti, insieme a quella di Frank Rizzo, discendente di immigrati calabresi, che fu l’uomo più potente di Filadelfia negli anni Settanta. E infine le linee tricolori rimosse (e poi ripristinate) dopo 90 anni su una strada del pittoresco quartiere degli italoamericani a Newton, alle porte di Boston.  Colpi finali a un’ identità politica e sociale – quella dell’America italiana – che dopo aver conquistato alcune delle più importanti istituzioni d’America nel secondo Novecento sembra essersi dissolta fino a diventare storia o, nel peggiore dei casi, folklore.

Chi sono gli italoamericani ai vertici delle istituzioni Usa

Secondo l’ultimo American Community Survey del Census, 16,3 milioni di americani dichiarano di avere origini italiane, quasi uno su ventuno. Di questi però appena mezzo milione parla italiano in casa. Guardando la geografia di nomi al vertice delle istituzioni americane, non mancano politici che rivendicano origini italiche: la Camera – dopo Nancy Pelosi e Kevin McCarthy – continua la sua tradizione italoamericana, rappresentata sia dallo speaker Mike Johnson, sia dall’attuale leader di maggioranza Steve Scalise: entrambi di origini siciliane.

La Corte Suprema – l’organo giudiziario più importante degli Usa – ha tra i suoi membri il giudice Samuel Alito, famiglia paterna calabrese e materna della Basilicata, mentre tra i governatori di ascendenza italiana spicca il repubblicano della Florida Ron DeSantis, la cui famiglia è originaria del Meridione. Se nel caso di Greg Gianforte in Montana e di Joe Lombardo in Nevada le radici italiane sono state a malapena menzionate durante le campagne elettorali, per Ron DeSantis vengono spesso raccontate come un elemento importante della sua educazione politica.

William Binning, consigliere politico dell’uomo che osò sfidare Trump alle primarie, ha dichiarato che «il conservatorismo sociale del governatore si deve all’educazione cattolica dei genitori»: quel modo assoluto e coerente di vivere la fede che non era stato intaccato dal “nuovo mondo”.

La dinastia Cuomo: la conquista di New York

Certo, non sono più i tempi di Mario Cuomo e del figlio Andrew che – da governatori dello Stato di New York – hanno fatto del legame con l’Italia un’identità politica, e della comunità di immigrati un volano elettorale.

Non a caso Rick Azzopardi – che di Andrew Cuomo è stato direttore della comunicazione e potente portavoce fino alla sua ultima fallimentare impresa come candidato sindaco di New York – parla dell’ex governatore come dell’ultimo grande politico italoamericano d’America. «Tante persone nel suo staff avevano origini italiane – racconta Azzopardi a Open-. C’era una persona addetta alle relazioni con la comunità, Dolores Alfieri, che la nuova governatrice Kathy Hochul ha licenziato pochi giorni dopo l’insediamento tra le proteste di organizzazioni e cittadini».

Azzopardi ricorda le battaglie combattute dall’ex governatore per madre Cabrini, la patrona dei migranti e prima cittadina americana canonizzata, nata nel 1850 a Sant’Angelo Lodigiano ed emigrata per volere di Papa Leone XIII. Nel 2019 l’allora sindaco Bill de Blasio, originario del Sannio, indisse un concorso per ricordare con delle statue le donne che avevano contribuito alla costruzione di New York City. Cabrini era risultata la più votata, ma nonostante questo De Blasio la escluse, scatenando l’ira di Cuomo, che si occupò personalmente di far costruire la statua della santa a Battery Park.

Mulberry Street a Litte Italy, New York, nel 1900 (Ansa)

Con la stessa energia, l’ex governatore ha sempre difeso Cristoforo Colombo dagli attacchi di chi – in pieno clima woke – lo etichettava come simbolo di colonizzazione e sopruso.  «Padre e figlio — continua lo spin doctor — erano uniti anche dal rifiuto orgoglioso degli stereotipi legati alle loro origini». Azzopardi ricorda come Mario Cuomo, che ha governato lo Stato di New York negli anni d’oro del potere italiano nella Grande Mela, si sia sempre rifiutato di guardare Il Padrino, perché associava i connazionali alla criminalità organizzata. Anni dopo, il figlio Andrew dirà lo stesso dei Sopranos, serie cult del piccolo schermo degli anni Novanta, spiegando che non voleva vedere i suoi connazionali rappresentati come mafiosi.

Eppure c’è un ricordo che, secondo Azzopardi, è in grado di restituire il valore delle radici italiane per Andrew Cuomo e la loro trasformazione in qualcosa di più grande. «Durante il Covid il governatore iniziò a fare dirette tv in cui raccontava delle cene e dei pranzi con la sua famiglia d’origine da bambino e di come quei momenti di convivialità fatti di polpette, salsicce e salsa di pomodoro fossero diventati un modo per rinsaldare il rapporto con i figli dopo il divorzio». Quelle dirette divennero una consuetudine per i newyorkesi chiusi in casa per la pandemia: «Furono in grado — continua Azzopardi — di diffondere il rito del sedersi intorno al tavolo con la famiglia come un valore comune di tutti gli americani, indipendente dalle etnie di riferimento».

Da italiani ad americani

È l’italianità che si svuota dei suoi significati tribali per diventare un valore universale per tutti gli americani. Quello che Anthony Julian Tamburri, dean del John D. Calandra Italian American Institute del Queens College, definisce il successo dell’assimilazione dei discendenti dell’immigrazione italiana: «A differenza dell’acculturazione — spiega a Open — l’assimilazione prevede che non ti relazioni più alle tue origini italiane come parte della tua identità. Vuoi essere o finisci con l’essere semplicemente americano, è una parte naturale del processo».

Da forza elettorale specifica a elemento della vastità dell’essere americano. Come ha scritto John Gennari, autore di Flavor and Soul: Italian America at Its African American Edge: «Gli italoamericani hanno occupato uno spazio liminale e di mediazione nell’ordine etnorazziale degli Stati Uniti — al tempo stesso bianchi, quasi bianchi e scuri. Hanno fatto da tramite tra le concezioni americane di bianco e nero, outsider e insider, cultura alta e cultura bassa, in modi che hanno contribuito in maniera decisiva a plasmare il modo in cui l’America pensa la razza e l’etnicità». 

La conquista del potere: da LaGuardia al triumvirato del Massachussetts

Ma come ha fatto una delle comunità immigrate più riconoscibili d’America a integrarsi al punto da perdere la propria identità politica?  Se è vero che agli inizi del Novecento emerge Fiorello La Guardia, che da sindaco di New York diventò simbolo della rinascita della Grande Mela dopo gli anni della Grande Depressione, è a partire dal Dopoguerra che città e Stati americani vengono conquistati dagli “italiani”. Negli anni Cinquanta ci sono cinque governatori con radici nella Penisola, da Michael DiSalle in Ohio ad Albert Rosellini nello Stato di Washington.

«Dopo la guerra  — racconta a Open Stefano Luconi, docente di Storia degli Stati Uniti d’America all’Università di Padova — vengono varate una serie di misure grazie alle quali i reduci possono frequentare il college e l’università con rette pagate dallo Stato. Questo permette il salto dalla classe operaia al ceto medio». I figli e i nipoti dei “paisà” vanno all’università e diventano professionisti. Grazie ai mutui escono dalle Little Italy e cominciano a comprare casa nei sobborghi. È la stessa mobilità sociale che mentre disperde geograficamente la comunità, le spalanca le porte del potere.

Elezione dopo elezione gli italoamericani conquistano le cariche più importanti delle istituzioni americane, in particolare sulla Costa Est. Tra la dinastia Cuomo, il sindaco Rudolph Giuliani, il senatore Al D’Amato e la prima donna candidata alla vicepresidenza Geraldine Ferraro, New York si consolida come feudo del potere italiano, tanto che nel 1987 il New Yorker definisce gli italoamericani il più importante voto etnico dello Stato, mentre il New York Times in un articolo di qualche anno prima titola: «Quando si parla di politica l’accento è italiano».

Accade pure nel vicino Massachusetts, dove alla sfilza di governatori di ascendenza italiana — Foster Furcolo e John Volpe tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e Paul Cellucci alla fine degli anni Novanta — si aggiunge il longevo sindaco di Boston Thomas Menino nel 1993, e i due presidenti di Camera e Senato dello Stato Robert Travaglini e Salvatore DiMasi. Nel commentare la notizia di DiMasi, il Christian Science Monitor scrive nell’ottobre del 2004 che per la prima volta nella legislatura del Massachusetts gli italoamericani occupavano tutti i vertici della macchina dello Stato: «Negli ultimi cinquant’anni hanno capito il loro potenziale politico e sostituito gli irlandesi».Ma è proprio quel successo a segnare l’inizio della dissoluzione. Con l’americanizzazione, spiega Luconi, «viene meno il potere della minoranza come gruppo etnico»

Le associazioni e la delegazione italoamericana al Congresso

Del vecchio mondo italo-americano rimangono però strutture, organizzazioni e qualche roccaforte elettorale. Sono ancora numerose le associazioni che ne custodiscono interessi e storia, dalla Niaf, la National Italian American Foundation, all’Order Sons and Daughters of Italy in America. E se è vero che l’ultimo candidato alla presidenza che partecipò a una cena di gala di queste associazioni risale a Bill Clinton nel 1992, una traccia istituzionale di quella rappresentanza resta al Congresso, dove il repubblicano Michael Rulli guida insieme alla democratica Rosa DeLauro una delegazione bipartisan di quasi cento parlamentari.

Tuttavia è proprio la natura delle attività della Italian American Congressional Delegation che racconta quanto sia cambiato il significato di quell’influenza. «Il nostro lavoro – dichiara il deputato Rulli a Open – ha incluso l’accoglienza a Washington della presidente del Consiglio Meloni e la promozione di relazioni tra i due Paesi sui temi del commercio e della cooperazione culturale. Considero questo tipo di capacità di interlocuzione un riflesso concreto dell’influenza e del rispetto di cui la comunità italoamericana continua a godere».

L’assimilazione come successo: e ora?

Sul piano elettorale sopravvivono alcune eccezioni. In New Jersey, per esempio, un sondaggio della Fairleigh Dickinson University del 2023 rilevava che gli uomini di origine italiana continuano a comportarsi come un gruppo politicamente distinto (repubblicano e trumpiano). Ma nella maggioranza dei casi la forza collettiva è stata assorbita nell’identità americana. Per Luconi è sbagliato leggere questa dissoluzione come una sconfitta. «E’ un successo essere riusciti a integrarsi in una società che inizialmente li aveva accolti con grandissima ostilità». Il superamento della logica del gruppo etnico, sostiene il docente, è parte fondamentale della storia del successo italiano. Oggi sono altre le comunità, latine e asiatiche soprattutto, che provano a trasformare peso demografico e reti comunitarie in rappresentanza. Ed è ancora presto per sapere se l’ingresso nel mainstream finirà, come per gli italiani, per dissolvere anche la loro identità politica ed elettorale.

leggi anche