L’Islanda volta le spalle (di nuovo) all’Ue: vince il No con il 52,8%

L’Islanda ha respinto tramite referendum popolare la proposta di riprendere i negoziati di adesione all’Unione europea. Ha votato per il No il 52,8% degli aventi diritto, contro il 47,2% per il Sì: si tratta dei risultati definitivi comunicati stamattina dopo la conta dei voti nel referendum di sabato. Si chiude così lo spiraglio di un riavvicinamento dell’Islanda all’Ue, pista già apertasi nel 2009 ma poi sfumata. A votare è stato l’82,5% degli aventi diritto, pari a 225.031 elettori. La conta dei voti mostra che il Sì ha prevalso solo nella capitale Reykjavík (due collegi), mentre nel resto del Paese (quattro circoscrizioni) ha vinto il No.
Perché l’Islanda non si fida dell’adesione Ue
L’Islanda ha un rapporto storicamente cauto con l’Unione europea. Nel 2009, in seguito al grave crollo finanziario del paese, Reykjavík aveva presentato domanda di adesione, ma le trattative sono state sospese nel 2013 e ritirate formalmente nel 2015 dal governo euroscettico. La resistenza dell’Islanda all’ingresso nell’UE si spiega con diverse ragioni economiche, politiche e culturali. La prima è il controllo della pesca, uno dei pilastri dell’economia e dell’identità islandese. Aderendo all’Ue, l’Islanda dovrebbe sottostare alla Politica Comune della Pesca (PCP), cedendo a Bruxelles la gestione delle quote di pesca nelle proprie acque territoriali. La paura è che le imbarcazioni di altri Paesi europei possano prosciugare le sue riserve ittiche o compromettere la sostenibilità delle sue risorse.
La tutela dell’agricoltura
Secondo aspetto: essendo una nazione con circa 390.000 abitanti, l’Islanda teme che il proprio peso politico all’interno delle istituzioni dell’UE sarebbe marginale. Inoltre, l’agricoltura islandese — piccola, fortemente sussidiata e protetta da dazi — faticherebbe a reggere la concorrenza del mercato unico agricolo.
Gli accordi economici
Infine c’è una ragione basica: non conviene. Lo stato islandese già sfrutta i benefici del mercato unico (senza i vincoli UE). Fa parte dello Spazio Economico Europeo (SEE) dal 1994 e dell’Area Schengen dal 2001. Questo le permette di godere dei principali vantaggi dell’integrazione europea: con libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone. E viaggi senza controlli di passaporto con la maggior parte dei Paesi europei. In sostanza, molti islandesi ritengono che la formula attuale offra il meglio dei due mondi: accesso al mercato europeo mantenendo la totale indipendenza sulle risorse naturali. Nonostante il no storico, il dibattito sull’UE resta ciclicamente vivo. Per sbloccare lo stallo istituzionale e verificare la volontà popolare, il parlamento islandese aveva indetto un referendum per decidere se riaprire o meno i negoziati di adesione con Bruxelles. Ma gli islandesi, ancora una volta, preferiscono la cautela.
In copertina: La premier dell’Islanda Kristrun Frostadottir con la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen – Bruxelles, 9 aprile 2025 (Ansa/Epa – Oilvier Hoslet)

