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Dario Franceschini e la confessione: «Ho il Parkinson. La diagnosi è stata una botta tremenda. Ecco perché lo racconto»

31 Agosto 2026 - 06:02 Alba Romano
dario franceschini
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L'intervista al Corriere: «Agli altri malati dico: non isolatevi, si può e si deve restare attivi»
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«Ho il Parkinson. Mi è stato diagnosticato nel novembre del 2020. Un amico ha notato come muovevo le mani. Il senatore Graziano Delrio, che è medico, mi ha detto: trascini i piedi, fatti visitare». Inizia così il racconto del senatore Pd Dario Franceschini al Corriere della Sera. Intervistato da Fabrizio Roncone racconta: «Si tratta di una malattia ancora avvolta dal mistero. Non se ne conoscono le cause. È impossibile da prevenire. E se ne possono curare solo i sintomi: non si guarisce, né regredisce. La progressione varia a seconda dei casi, ma è inarrestabile. Sul mio Parkinson, recentemente, s’è pure innestata una forma di parkinsonismo atipico: incide sull’equilibrio, che diventa sempre più precario, e provoca una difficoltà della parola. Il che, intendiamoci, per un politico può anche essere un bene…».

«Una botta tremenda»

L’intervista si svolge nella casa campidanese di famiglia, vicina a Cagliari. Qui il senatore del Pd trascorre le vacanze con la moglie Michela Di Biase — anch’essa parlamentare dem — e la figlia Irene. Franceschini parla con tono calmo ma scandito. «La diagnosi è stata una botta tremenda. Avevo avuto un infarto nel 2014, più qualche altro acciacco ben risolto. Però, insomma, si trattava d’incidenti di percorso che un po’ tutti mettiamo in preventivo. Il Parkinson è una malattia diversa, ti accompagna per sempre». Di fronte alla scoperta della patologia, i primi pensieri sono andati subito agli affetti più cari. «Ho pensato a mia moglie – racconta Franceschini – che è molto più giovane di me, e alle mie figlie. Irene, che all’epoca aveva appena 5 anni. Caterina e Maria Elena, che oggi ne hanno rispettivamente 38 e 31. Ho immaginato il dolore, la sofferenza, i disagi che avrei procurato a tutti».

Tentare di nascondere la malattia

Alla preoccupazione per i familiari è seguito un impulso condiviso da molti pazienti. «Più che un pensiero – sottolinea il senatore al Corriere – s’è trattato d’un riflesso istintivo: tentare di nascondere la malattia. Chi è colpito dal Parkinson tende a vergognarsi. Parla male, biascica, oppure cammina barcollando, sembra un ubriaco. Altri sono scossi da un tremore irrefrenabile. Nell’immaginario collettivo ci sono il pugile Muhammad Ali, che trema tutto, o papa Wojtyła, no? Si tratta di sintomi diversi che, nella maggior parte dei casi, scatenano però sempre il medesimo feroce senso di imbarazzo. Molti malati sono perciò inclini, letteralmente, a nascondersi. Qualcuno arriva addirittura a celare la diagnosi ai propri familiari, c’è chi decide di lasciare il proprio posto di lavoro. Invece…».

Il messaggio a chi lotta nella stessa malattia: «Non scoraggiarsi»

Per il politico ferrarese, superare la tentazione dell’isolamento è diventato un dovere sia personale sia sociale. Ispirato anche dalla testimonianza pubblica del giornalista Vincenzo Mollica, Franceschini spiega al Corriere che ha deciso di rendere nota la sua condizione per aiutare altri nella medesima situazione.

«È fondamentale non scoraggiarsi – sottolinea – svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare. Per cercare di combattere il Parkinson, oltre ai farmaci, è decisivo riuscire a riempire le proprie giornate e ripetersi: io non mollo, io continuo a vivere, a esserci. Il giornalista Vincenzo Mollica, che pure è costretto ad affrontare questa malattia, spiega tutto molto bene in alcuni bellissimi video pubblicati su YouTube. E, in fondo, è proprio questa la ragione per cui anche io ho deciso di raccontare la mia esperienza».

E infine: «Tutti i medici, i neurologi, gli psicologi, i fisioterapisti che ho incontrato, mi hanno detto: “Se lei raccontasse la sua realtà, la sua vita quotidiana, spronerebbe tanti malati a uscire dalla penombra”. Parlare pubblicamente della mia malattia, è chiaro, mi costa, e molto. Per numerose ragioni: compreso un certo, credo comprensibile, pudore. Però ci ho riflettuto a lungo: e, mettendo sulla bilancia i pro e i contro, mi sono convinto che sia giusto descrivere questa particolare stagione della mia vita. Per dire a tutti gli altri malati di Parkinson: non isolatevi, continuate a vivere. Lo so bene che, in alcuni momenti della giornata, diventa tutto tremendamente faticoso, anche solo allacciarsi un bottone… Ma si può e si deve restare attivi. Io proseguo nel mio lavoro, anche si oggi ho, inevitabilmente, ritmi un po’ diversi dal passato».