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Il nostro Sistema sanitario non sta bene: sempre più italiani rinunciano a curarsi. E chi può si rivolge al privato

03 Settembre 2026 - 16:12 Olga Colombano
Corridoio ospedale
Corridoio ospedale
La Fondazione Gimbe fotografa lo stato del nostro sistema sanitario dopo 16 anni di tagli: la spesa pro capite continua a scendere al di sotto della media europea
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Nel 2025, per spesa sanitaria pubblica pro-capite, l’Italia si trova al quindicesimo posto tra i 27 Paesi europei dell’area Ocse e in ultima posizione tra quelli del G7. Si tratta di una spesa di oltre mille dollari (a persona) in meno rispetto agli altri Paesi europei. A raccontarlo è uno studio della Fondazione Gimbe, realizzato sulla base dei dati Ocse. Lo studio evidenzia come la spesa pubblica per la sanità in Italia è di appena il 6,2% del Pil. Per fare un paragone, la Germania spende circa l’11% del Pil, quasi il doppio di noi.

Una situazione che rischia di alimentare un circolo vizioso perché meno risorse significano meno personale, servizi più difficili da garantire, tempi di attesa più lunghi e, di conseguenza, un numero crescente di cittadini costretti a rivolgersi al settore privato o a rinunciare alle cure. Come si legge nell’ottavo rapporto sulla sanità Gimbe: «Il fiore all’occhiello del Paese si è ormai avvizzito e oggi la vera emergenza del Paese è la tutela della salute secondo quei princìpi di universalità, uguaglianza ed equità che tutto il mondo ci ha sempre invidiato. Un fallimento totale delle politiche sanitarie che stanno trasformando un diritto universale in un privilegio per pochi».

Dalla «stagione dei tagli» al 2025

La Fondazione Gimbe fa risalire la crisi attuale del Servizio sanitario nazionale agli anni successivi alla crisi economica del 2008. Fino al 2011, la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia era sostanzialmente allineata alla media dei Paesi europei. Da allora, il divario è progressivamente aumentato. Solo nel periodo compreso tra il 2010 e il 2019, definito dalla Fondazione la «stagione dei tagli», sono stati tolti oltre 37 miliardi di euro alla sanità pubblica. Con la pandemia di Covid-19, nonostante i numerosi interventi di sostegno, le risorse sono state assorbite dai costi dell’emergenza sanitaria, senza produrre un rafforzamento del sistema. Da quel momento l’Italia si è allontanata sempre di più dagli standard dei Paesi socialmente ed economicamente più avanzati. «Nel confronto europeo l’Italia viaggia ormai stabilmente nelle retrovie: davanti a noi ci sono anche Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia e Spagna, mentre alle nostre spalle restano solo alcuni Paesi dell’Europa dell’Est e meridionale», ha commentato il presidente della Fondazione GimbeNino Cartabellotta.

Sempre più italiani costretti ad affidarsi ai privati o a rinunciare alle cure

La conseguenza più tangibile del costante definanziamento della sanità pubblica è la crescente difficoltà di accesso alle cure, accompagnata da tempi di attesa sempre più lunghi. I dati Istat sul benessere equo e sostenibile mostrano che nel 2024 ben il 9,9% della popolazione ha dovuto rinunciare a una o più prestazioni sanitarie necessarie. Si tratta del secondo valore più alto mai registrato dal 2017, superato solo dall’11,1% del 2021, durante la fase più dura della pandemia. Si tratta di più di 5,84 milioni di persone rimaste escluse dalle cure.

Da una parte le persone sono costrette a rinunciare a causa dei tempi di attesa. Queste sono infatti sono dai 2,7 milioni del 2023 ai 4 milioni del 2024. Dall’altro c’è chi rinuncia alle cure per motivi economici. Per questi motivi, chi ne ha la possibilità, sta abbandonando il servizio pubblico per rivolgersi al «privato puro», cioè ad ambulatori e cliniche non convenzionati con il Servizio sanitario nazionale. Secondo i dati del Sistema Tessera Sanitaria, tra il 2016 e il 2023 la spesa out-of-pocket, cioè pagata interamente di tasca propria dalle famiglie, presso le strutture private non accreditate è aumentata del 137%, passando da 3,05 a 7,23 miliardi di euro.

Un settore sempre meno attrattivo

Il sottofinanziamento si è scaricato anche direttamente sul personale sanitario, una delle risorse fondamentali del sistema. L’Italia ha il numero di medici per abitanti più alto alla media Ocse, ma presenta uno dei livelli più bassi di infermieri e, di conseguenza, uno dei rapporti infermieri-medici più bassi d’Europa. In più, sia i medici sia gli infermieri hanno stipendi più bassi rispetto alla media Ocse. Se per i medici la distanza è relativamente contenuta, per gli infermieri le retribuzioni sono tra le più basse dei Paesi Ocse. Queste condizioni contribuiscono a rendere sempre meno attrattive le professioni sanitarie e i relativi percorsi formativi. Non a caso il 15% delle borse di studio per la medicina generale è rimasto non assegnato, mentre per gli infermieri sono state presentate appena 18 mila domande, a fronte di più di 20 mila posti disponibili.

Anche il numero dei medici di medicina generale è in diminuzione. Nel 2024 i 37.260 medici rimasti avevano in carico una media di 1.374 assistiti ciascuno e il 51,7% superava il massimale teorico di 1.500 pazienti. Una situazione che, come sottolinea Gimbe, mette a rischio il diritto alla libera scelta del medico di base vicino al proprio domicilio.

Il piano di rilancio per il sistema nazionale proposto da Gimbe

Come scrive Gimbe, «il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale richiede una presa di coscienza collettiva». La progressiva perdita di un servizio pubblico, equo e universalistico non mette infatti a rischio «soltanto la salute delle persone, diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione, ma anche la coesione sociale e lo sviluppo economico del Paese». Per questo, secondo la Fondazione, non è più sufficiente la semplice «manutenzione ordinaria», che negli anni si è trasformata in una «terapia palliativa». Servono riforme strutturali del sistema di finanziamento, pianificazione, organizzazione ed erogazione dei servizi sanitari, accompagnate da un deciso rilancio delle risorse pubbliche.

La fondazione propone un piano di rilancio in 15 punti, che prevede un aumento progressivo dei finanziamenti statali per allinearli alla media dei Paesi europei, una riforma delle carriere e delle condizioni di lavoro del personale sanitario e una maggiore regolamentazione dei rapporti con le strutture private convenzionate. La fondazione chiede anche di rafforzare la capacità dello Stato di indirizzo e controllo sulle Regioni e di rendere disponibili i dati della sanità, così da favorire trasparenza e studi indipendenti.

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