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Virus dei topi argentini: c’è il rischio di una nuova pandemia? La preoccupazione oltreoceano: in cinque anni triplicati i casi

25 Agosto 2026 - 09:39 Chiara Pancari
Il virus Junín, responsabile della febbre emorragica, torna a colpire anche fuori dalle campagne. Il virologo Fabrizio Pregliasco: «Più aumenta la circolazione tra animali e uomini, più cresce la possibilità che emerga una variante capace di trasmettersi meglio»
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Una donna di 65 anni residente nel centro di Rosario è morta dopo aver contratto la febbre emorragica argentina, una malattia provocata dal virus Junín e trasmessa principalmente dal roditore Calomys musculinus. È uno dei casi raccontati da La Stampa, che segnala una nuova crescita della malattia in Argentina: nel 2022 sono stati registrati quasi 60 casi confermati, circa il triplo rispetto a cinque anni prima, mentre nuovi focolai nel 2024 e nel 2025 hanno provocato almeno nove morti. Il dato più significativo, però, è il cambiamento nel profilo delle persone colpite: oltre alla donna di Rosario, anche un camionista si è ammalato senza avere un legame diretto con il lavoro agricolo.

Il virus dei roditori

La febbre emorragica argentina è conosciuta dagli anni Cinquanta. Il suo responsabile, il virus Junín, ha come principale serbatoio il Calomys musculinus, un piccolo roditore selvatico e il contagio può avvenire attraverso il contatto con urine, feci o altro materiale contaminato. Per decenni la malattia è stata associata soprattutto alle campagne e ai lavoratori agricoli, ma secondo la ricostruzione riportata da La Stampa alcuni episodi recenti mostrano un cambiamento.

Il virus e i cambiamenti ambientali

Gli ultimi casi individuati sono stati osservati anche in aree urbane in espansione, come San Nicolás de los Arroyos. Si tratta di un fenomeno che si inserisce nel problema più ampio delle zoonosi: riguarda cioè quelle malattie infettive che si trasmettono, in modo diretto o indiretto, quando avviene un contatto fra gli animali e l’uomo.

Secondo il virologo Fabrizio Pregliasco, l’aumento dei contatti tra persone e animali è (anche) una conseguenza dello stravolgimento degli equilibri ambientali e uno studio pubblicato su Nature Climate Change sostiene proprio che il 58% delle 375 malattie infettive analizzate risultasse già aggravato da almeno un fattore climatico. La risposta, sostiene Pregliasco, deve seguire un approccio One Health, che consideri insieme salute umana, animale e ambiente.

Ci attende una nuova pandemia?

Non necessariamente. Il virus Junín può trasmettersi anche tra persone, ma per ora lo fa in modo inefficace. Il rischio, spiega sempre Pregliasco a La Stampa, sta soprattutto nell’aumento della circolazione dei patogeni: più persone e animali entrano in contatto fra loro, più aumentano le occasioni perché emerga una variante capace di trasmettersi meglio. Non è quindi possibile dire oggi quale sarà il prossimo virus pandemico, né prevedere se Junín lo diventerà. Dopo il Covid, però, i sistemi di sorveglianza e diagnosi sono molto più avanzati e permettono di individuare più rapidamente segnali che in passato sarebbero potuti passare inosservati.

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