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Malattia della pioggia, aumentano i casi in Europa: cos’è, come si trasmette e quali sono i sintomi

01 Settembre 2026 - 11:50 Cecilia Dardana
malattia della pioggia
malattia della pioggia
L'Ecdc segnala 123 casi in 10 Paesi europei per l'infezione da Dermatophilus congolensis: il batterio, finora legato quasi unicamente al mondo veterinario, si trasmette ora tramite stretto contatto fisico e via sessuale. Pregliasco: «Nessun allarme sanitario, ma cambia l'epidemiologia»
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I contagi da dermatofilosi, un’infezione della pelle nota anche come “malattia della pioggia“, sono in aumento in diversi Paesi europei. A sollevare l’attenzione delle autorità sanitarie è il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che segnala «focolai registrati da dicembre 2025» e un bilancio aggiornato a 123 casi accertati in 10 Paesi, tra cui Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Svizzera. In Italia, al momento, non è stato registrato alcun contagio.

Cos’è e come si trasmette

Causata dal batterio Dermatophilus congolensis, la dermatofilosi è sempre stata considerata una patologia prevalentemente veterinaria, capace di colpire bovini e altri animali, infettando l’essere umano soltanto in casi eccezionali. L’Ecdc ha però riacceso i riflettori su questa malattia ipotizzando «un possibile cambiamento nelle dinamiche di trasmissione, con la trasmissione da uomo a uomo tramite stretto contatto fisico come via più probabile, sebbene non si possa escludere la trasmissione indiretta tramite superfici e oggetti contaminati».

Le infezioni si stanno registrando «prevalentemente, ma non esclusivamente, tra uomini gay, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, spesso segnalando la recente frequentazione di luoghi in cui si pratica sesso all’interno di locali, comprese le saune». Anche il British Medical Journal ha dato spazio al primo caso identificato in Scozia, collegato alla frequentazione di un locale per adulti.

Sintomi e diagnosi

Nell’uomo l’infezione provoca lesioni cutanee come papule, pustole, croste, desquamazioni e talvolta prurito. Nei focolai europei recenti, i segni sono apparsi sul volto, sul tronco, sulle cosce, all’inguine e nella regione genitale. Poiché i sintomi assomigliano a quelli di altre dermatiti o infezioni sessualmente trasmissibili, la diagnosi richiede un riscontro microbiologico. L’infezione ha comunque un decorso lieve, risponde bene ai comuni trattamenti antibiotici e finora non ha causato complicanzioni gravi.

Perché si chiama così e le parole di Pregliasco

Il nome informale «è in realtà una definizione giornalistica derivata dall’inglese “rain rot” o “rain scald”, espressioni utilizzate soprattutto per la malattia negli animali», spiega il virologo Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di specializzazione in Igiene dell’Università degli Studi di Milano. L’acqua della pioggia non c’entra direttamente: è l’umidità prolungata ad ammorbidire la pelle e facilitare il passaggio del batterio.

«Il batterio Dermatophilus congolensis è un microrganismo conosciuto da molto tempo soprattutto in medicina veterinaria, perché colpisce bovini, cavalli, pecore e altri animali. Nell’uomo, invece, le infezioni sono sempre state considerate piuttosto rare», precisa il virologo. «La novità che sta attirando l’attenzione riguarda i casi comparsi recentemente in diversi Paesi europei. Tradizionalmente l’infezione umana era associata soprattutto al contatto diretto con animali infetti o con materiale contaminato. Nei casi più recenti, invece, è emersa la possibilità di una trasmissione da persona a persona attraverso un contatto molto stretto pelle contro pelle, compreso quello che può avvenire durante i rapporti sessuali. Sono stati descritti casi anche tra persone che praticano sport di contatto».

«Per la popolazione generale il rischio viene attualmente considerato molto basso»

Gli esperti invitano alla calma: «È importante, però, non trasformare un fenomeno epidemiologicamente interessante in un nuovo allarme sanitario. Per la popolazione generale il rischio viene attualmente considerato molto basso. L’attenzione delle autorità sanitarie deriva soprattutto dal fatto che sembra essere cambiata almeno in parte l’epidemiologia di un batterio che fino a poco tempo fa interessava quasi esclusivamente il mondo veterinario».

Prevenzione

Le regole per difendersi si basano su normali norme igieniche: «Evitare il contatto diretto con lesioni sospette, non condividere asciugamani, indumenti e biancheria con una persona infetta, curare l’igiene personale e proteggere eventuali ferite o abrasioni», conclude Pregliasco. «In presenza di lesioni cutanee insolite dopo un’esposizione potenzialmente a rischio è opportuno rivolgersi al medico e, se necessario, effettuare un esame microbiologico».

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