Avere figli rende più felici? Cosa dice lo studio su 5.500 persone

Diventare genitori rende più felici? Una domanda considerata scontata da molti, ma che la ricerca oggi mette in discussione: se si considerano indicatori di benessere e felicità non in momenti eccezionali ma nella quotidianità, il quadro in effetti appare molto meno lineare di quanto si pensi. Il nuovo studio pubblicato su Evolutionary Psychology, che ha coinvolto oltre 5.500 persone in 10 Paesi, prova proprio a misurare questo aspetto: non l’intensità di alcune emozioni, ma il benessere nel tempo. Il risultato è che, nel complesso, non emergono differenze significative tra chi ha figli e chi non ne ha. Un dato che non nega la gioia della genitorialità, ma invita a guardarla per quello che è: un’esperienza capace di cambiare profondamente la vita, senza per forza tradursi in un aumento stabile della felicità.
«Differenza di felicità trascurabile»
Il lavoro, guidato da Menelaos Apostolou dell’Università di Nicosia, ha analizzato 5.556 partecipanti in 10 Paesi utilizzando una batteria ampia di strumenti psicometrici: scale per la felicità e le emozioni quotidiane, per la soddisfazione di vita, per l’ottimismo e per il senso di significato, cioè la percezione che la propria vita abbia uno scopo e una direzione, indipendentemente dalle emozioni positive o negative del quotidiano, oltre a una misura della soddisfazione nella relazione. I dati sono stati elaborati con modelli multilivello, cioè analisi che tengono conto anche delle differenze tra i Paesi, evitando di mettere sullo stesso piano contesti molto diversi, e con correzioni statistiche per ridurre il rischio di falsi positivi. Il risultato si è rivelato coerente su quasi tutte le dimensioni: gli effetti della genitorialità sono nulli o molto piccoli. Sulla felicità, misurata su una scala da 0 a 10, i genitori risultano in media appena 0,3 punti sopra i non genitori, una differenza considerata dai ricercatori come «non significativa»; anche per soddisfazione di vita ed emozioni positive e negative la ricerca evidenzia come «non siano emersi scostamenti rilevanti». L’unica differenza riguarda proprio il senso di significato, leggermente più alto tra chi ha figli, soprattutto tra le donne, ma con un effetto contenuto (meno di un punto su scale a 10) e non uniforme tra i Paesi. «Il controllo dello status relazionale», spiegano i ricercatori, «introdotto per evitare distorsioni, non cambia questa conclusione ma la rafforza»: una volta considerate le principali variabili, genitori e non genitori mostrano livelli di benessere in gran parte sovrapponibili. Come osserva anche The Guardian, si tratta quindi di differenze minime, che ridimensionano l’idea di un impatto netto della genitorialità sul benessere medio.
Il contesto supera la scelta
Se i numeri raccontano una sostanziale neutralità, è proprio nella complessità dell’esperienza che si gioca la differenza. Lo studio stesso sottolinea come «la genitorialità sia un investimento a lungo termine, fatto di costi, economici, emotivi, di tempo, che possono incidere sul benessere quotidiano e sulla qualità delle relazioni, senza però esaurire il suo significato». Non a caso, tra le persone in coppia, chi ha figli «riporta una soddisfazione relazionale leggermente più bassa», un dato che gli autori collegano allo stress «e alla pressione del lavoro di cura». Questo quadro richiama un punto chiave: la differenza tra sentirsi felici e attribuire un senso alla propria vita. Una linea di ricerca consolidata in psicologia, associata anche agli studi di Roy Baumeister, uno dei nomi più citati nella ricerca psicologica recente, mostra come una vita possa essere molto significativa senza tradursi necessariamente in livelli più alti di felicità quotidiana. «Più che aumentare la felicità in modo lineare, quindi, la genitorialità sembra ridefinire il modo in cui viene vissuta», confermano i ricercatori, «rendendo ancora più evidente quanto il benessere dipenda anche dal contesto, dal supporto familiare, dalle risorse economiche, dall’organizzazione sociale della cura, più che da una singola scelta di vita».

