L’astinenza sessuale aumenta le possibilità di concepimento? No. Un nuovo studio dimostra che gli spermatozoi “conservati” sono meno efficaci

Il tempo, nella fertilità, non è solo una questione di età. Se negli ultimi anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’“orologio biologico” femminile, e sul progressivo calo della qualità degli ovuli con il passare degli anni, anche la componente maschile è attraversata da dinamiche meno visibili ma non meno rilevanti. Esiste un’altra dimensione temporale, più discreta ma non meno rilevante, che riguarda gli spermatozoi: cellule prodotte in modo continuo dalla pubertà in poi, ma che possono restare immagazzinate per giorni nel tratto riproduttivo maschile prima dell’eiaculazione. Nella pratica clinica, gli uomini che cercano di concepire sono spesso invitati a rimanere sessualmente astinenti per diversi giorni per consentire al loro numero di spermatozoi di accumularsi. È vero che l’astinenza aumenta il numero di spermatozoi. Ma questa indicazione, costruita sulla logica dell’accumulo, rischia di trascurare un aspetto secondo gli scienziati altrettanto decisivo. Un nuovo studio mostra che negli uomini (e in altri animali maschi), lo sperma immagazzinato durante l’astinenza sessuale in realtà invecchia e si deteriora in qualità.
Effetti dell’astinenza sulla qualità dello sperma
Capire se il tempo di astinenza incida davvero sulla fertilità maschile significa entrare nel dettaglio di cosa accade agli spermatozoi mentre restano immagazzinati nell’organismo. Per farlo, i ricercatori hanno analizzato un ampio corpus di letteratura scientifica, mettendo insieme i dati di 115 studi per un totale di quasi 55 mila uomini. «Quando gli uomini si sono astenuti dall’eiaculazione, la salute del loro sperma è diminuita in modo significativo», spiegano, «in particolare, la motilità dello sperma e la vitalità diminuivano e il DNA dello sperma diventava più danneggiato». Alla base di questo deterioramento ci sarebbero almeno due meccanismi biologici. Il primo è lo stress ossidativo, descritto dagli studi come «una forma di “ruggine” biologica che si accumula nello sperma e può danneggiarli fisicamente». Il secondo è legato all’energia: «Gli spermatozoi sono altamente attivi e hanno solo una capacità limitata di ricostituire le loro riserve, se conservati troppo a lungo semplicemente esauriscono il carburante». La conclusione ribadita dagli scienziati è quindi che il tempo di permanenza nel tratto riproduttivo maschile non è certo un elemento neutro: ma un fattore «che può incidere direttamente sulla qualità biologica dello sperma», mettendo in discussione l’idea che più giorni di astinenza corrispondano automaticamente a condizioni migliori per la fecondazione.
Le probabilità di fecondazione
Il deterioramento di cui parlano gli studi non riguarda soltanto la fase di “attesa” nello stesso organismo maschile. Gli scienziati spiegano come dopo l’eiaculazione, una parte degli spermatozoi possa restare vitale per alcune ore o giorni all’interno dell’apparato riproduttivo femminile, «in particolare nelle vie genitali come utero e tube», in attesa dell’ovulazione e quindi della possibilità di fecondare l’ovulo. Anche in questa fase il tempo continua a contare: «La qualità dello sperma diminuisce durante la conservazione», spiega ancora il documento, «e questo può riflettersi non solo sulla probabilità di fecondazione, ma anche sulle fasi successive. In diversi modelli animali, è stato osservato che quando gli spermatozoi vengono conservati più a lungo, prima o dopo l’accoppiamento, si formano «embrioni con minori possibilità di sopravvivenza».
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I rischi sullo sviluppo embrionale
Entrando nel dettaglio, i dati raccolti su più specie mostrano che l’utilizzo di spermatozoi conservati più a lungo è associato a una riduzione della probabilità di sviluppo embrionale e di sopravvivenza nelle prime fasi. Non esiste una percentuale unica valida per tutte le specie o per l’uomo, ma il trend è consistente: all’aumentare del tempo di conservazione, aumenta il rischio di esiti negativi. Questo effetto sembra legato non solo al maggiore danno al DNA, ma anche a modifiche funzionali più sottili. Gli spermatozoi più “vecchi” possono infatti presentare «un diverso profilo di espressione genica», cioè attivare in modo differente i geni coinvolti nelle primissime fasi dello sviluppo, influenzando la qualità dell’embrione. In ambito clinico umano, un segnale in questa direzione arriva anche dai dati sulla fecondazione assistita: intervalli di astinenza più brevi (inferiori alle 48 ore) sono stati associati a tassi di gravidanza più elevati, circa il 45-46% contro valori intorno al 35-36% osservati con astinenze più lunghe.
