Depressione post-partum, Francesca Bubba: «Basta con il mito dell’istinto materno. Servono controlli mensili per le neo-mamme» – L’intervista

«Queste tragedie sono il frutto di un abbandono istituzionale». Francesca Bubba, attivista e scrittrice da sempre in prima linea per i diritti delle madri, non cerca giri di parole per commentare il dramma di Catanzaro. Il gesto della donna di 46 anni che si è gettata dal balcone con i suoi tre figli è il segnale di un’emergenza silenziosa che la società preferisce non vedere: la depressione perinatale. Spesso ridotta a una «questione ormonale» o addolcita dalla narrazione dell’istinto materno, la depressione post-partum è una patologia che colpisce una donna su dieci (ma secondo Bubba «molte di più») e può manifestarsi fino ai 18 mesi dopo il parto. Per Bubba, il problema affonda le radici in un sistema che «normalizza un disagio psichico importante, anzi addirittura lo romanticizza» e lascia le donne sole nel momento di massima fragilità. La prima causa di mortalità materna nel primo anno di vita del figlio è il suicidio.
In questa intervista a Open, Francesca Bubba spiega perché quella della «mamma solare e sorridente», come è stata descritta anche la donna di Catanzaro, che non dà segnali è spesso un’illusione alimentata dal senso di colpa e dalla performance. La «prima vera crepa» si innesca quando l’ideale romantico della maternità perfetta si scontra con una realtà di solitudine e stanchezza cronica, che poi porta a tragedie come quella di Catanzaro. Che, come sottolinea Bubba, sono tutto fuorché imprevedibili.
Spesso la depressione post-partum viene trattata come uno squilibrio chimico individuale. Quanto peso ha, invece, un sistema che lascia una donna da sola a gestire un neonato, con un carico di cura spesso sbilanciato?
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«Direi che ha tutto il peso. Si tratta certamente di una questione ormonale, certamente di una questione biochimica, però la depressione post-partum è evitabilissima con l’accesso a determinati strumenti. C’è tutta una sorta di impalcatura già prima della maternità, come nei corsi pre-parto, in cui si insegna alla madre che tutto quello che lei ha come istinto, come pensiero, sarà sufficiente a occuparsi dei propri figli.
Ecco, la prima vera frattura, la prima vera crepa si innesca proprio lì. Perché poi la mamma, quando si trova davvero con un figlio in carne e ossa, scopre che non è vero, che l’istinto non basta, che ha bisogno di attingere a degli strumenti intanto esterni da sé e poi concreti, tangibili. Questo si traduce nelle madri in un senso non solo di inadeguatezza costante, ma anche di insufficienza, che forse è ancora peggio. Perché si è portati a credere che per tutte funziona questo istinto materno, ma per me no, per me non è sufficiente, la privazione del sonno a me sta distruggendo e invece è descritta come una potentissima forma d’amore».
Perché, secondo lei, una donna oggi fa fatica a dire «non mi piace la mia vita da madre»?
«Perché ha vinto la narrazione per cui essere madre ti deve piacere, per cui essere madre è la massima realizzazione della donna. Spesso si confonde il “non mi piace la maternità o questo preciso momento della maternità” con “non amo il mio figlio”, ma non è la stessa cosa. La maternità subisce influenze esterne, politiche, sociali, culturali, l’amore per il figlio è un’altra cosa, non è minimamente messo in discussione da questo.
I dati ci dicono che una donna su dieci è affetta da depressione post-partum, però io sono convinta che ci sia una sottodiagnosi incredibile, perché chissà quante donne in realtà la attraversano ma se lo tengono per sé, o magari non viene loro neanche il dubbio di esserne affette, proprio perché immerse in un contesto che normalizza un disagio psichico importante, anzi addirittura lo romanticizza, che forse è una delle forme più violente di trattare le patologie mentali. Il problema è che la salute materna in Italia non è un tema, quando invece è una questione importante, vitale, che ha a che fare con lo sviluppo del figlio oltre che con la vita della madre».
Nella vicenda di Catanzaro, il marito ha detto di non esserci accorto di nulla. Senza colpevolizzare il singolo, cosa ci dice questo sulla capacità degli uomini e della società più in generale di leggere i segnali del burnout materno?
«Secondo me, la dice lunga proprio sulla capacità di decodificare il malessere materno. Perché spesso questi stessi uomini che “non si accorgono” sono cresciuti con madri che erano sofferenti e sovraccariche. Quindi per l’uomo tutto sommato è normale, al massimo potrà pensare che la moglie ha meno tempra della propria madre e si lamenta un po’ di più. Io credo che ci sia sempre una componente culturale importantissima, ma i cambiamenti culturali devono essere accompagnati da quelli istituzionali, per cui non me la prendo tanto col singolo uomo, quanto con un’istituzione che non prende in carico questo allarme. La prima causa di mortalità materna nel primo anno di vita del figlio è il suicidio».
Secondo lei, il tema della performance può essere una chiave di lettura per la depressione post-partum?
«Assolutamente sì. C’è un vecchio adagio sempre attuale che dice: fai figli come se non lavorassi, lavora come se non avessi figli. Però è sempre e solo rivolto alla donna, l’uomo non subisce alcun cambiamento lavorativo, né relazionale o sociale, dopo l’avvento della sua paternità. La donna deve riscrivere tutto, a partire da se stessa. Perché si pretende da lei da un lato che non cambi, che quindi rimanga la donna che è sempre stata, con le capacità, con le skill, con la velocità che ha sempre avuto, sia sul lavoro, sia nella vita sociale; dall’altro viviamo in un mondo che non è adibito, in cui i contesti culturali non sono pensati per le mamme e per i figli.
Ci si aspetta che la mamma nei primi anni del figlio frequenti solo i parchi giochi. Va da sé che anche il mondo esterno ti restituisce l’assunto per cui se hai scelto di essere mamma, mamma devi essere per i primi anni, nient’altro. Se invece ritorni a lavoro, spesso si creano scompensi importanti, perché sarai condannata a sentirti in colpa: quando sei a lavoro perché non sei con tuo figlio, quando sei con tuo figlio perché non pensi al lavoro».
Perché, secondo lei, la madre di Catanzaro ha vestito i figli in modo elegante? Come va letto questo comportamento?
«Probabilmente nella testa di questa madre si trattava di un atto d’amore, di protezione. Quindi lei stava preparando i figli, li stava vestendo a festa per portarli con sé. Anche il lanciare i figli, non è gesto d’odio verso di loro, almeno ovviamente nella sua testa, una testa che non stava bene in quel momento, ma è un proteggere. Io li proteggo dal vivere senza una madre. E il fatto che li abbia vestiti io credo che abbia a che fare anche con il fatto che lei è stata ritrovata con il rosario tra le mani. Quindi potrebbe essere una forma di cura religiosa».
Riferendosi alla tragedia di Catanzaro, Paolo Crepet ha puntato il dito sui social media. Che ruolo hanno secondo lei i social in vicende come questa?
«Hanno un ruolo molto significativo e sono un’arma a doppio taglio. Perché se le madri, come dicevo prima, non hanno accesso agli spazi sociali e culturali, almeno nei primissimi anni di vita (a meno che non abbiano i soldi per pagare il pool di tate, ma i dati ci dicono che la maggior parte non li ha), i social possono rappresentare una sorta di piccolo villaggio. Esistono un’infinità di gruppi di mamme, in cui ci si scambia opinioni. Però è anche vero che spesso sono gestiti da guru o da persone che hanno un interesse nel far raggruppare le mamme. Il rischio è che si alimenti quel senso di performance, di confronto continuo che poi le ingabbia. Per cui i social, in questo senso, sono un po’ come il termine “farmaco” in greco, possono essere “antidoto” e “veleno” allo stesso modo, in base al contesto e all’uso.
Anche la mamma-influencer di turno che dipinge la maternità come tanto facile, o come massima realizzazione di sé, e tu quella mattina, dopo che magari hai dormito 40 minuti la notte precedente e non hai il tempo di lavarti i capelli da una settimana, non ti riconosci in quelle immagini, vorresti riconoscerti, ma non ti riconosci, genera solo frustrazione e un enorme senso di inadeguatezza. Quindi mi trovo d’accordo con Paolo Crepet».
Perché, a livello culturale, facciamo ancora così fatica a capire che la depressione perinatale non è una mancanza di volontà, ma una condizione medica e sociale che non si risolve “facendosi forza”?
«Direi che questo ha a che fare proprio con lo stigma che alleggia ancora attorno alla salute mentale in generale e con un layer di difficoltà maggiore per quanto riguarda quella delle nuove mamme e delle madri in generale. Io credo che facciamo ancora fatica a percepire la salute mentale come salute e di conseguenza la patologia mentale, psichiatrica, come una vera malattia, per cui esiste un percorso di cura, esiste un farmaco. Restituire a una madre il fatto che il suo non stare bene dipenda da se stessa, alimenta il senso di inadeguatezza, di insufficienza e di impotenza. Quando in realtà semplicemente non realizza che non ha gli strumenti».
Come si può aiutare concretamente una donna in depressione post-partum e quali sono le cose da dire o assolutamente da non dire?
«Il primissimo aiuto deve essere dall’alto. Così come ogni mese la mamma deve portare il bambino dal pediatra, la stessa cosa si deve fare per la salute materna, in generale, non soltanto mentale. Perché è vero che il neonato è una nuova fragilissima vita, ma è altrettanto vero che anche la vita della neomamma è nuova e fragilissima nel primo anno di maternità.
Quindi istituzionalizzerei questa cosa, una sorta di “tagliando” mensile fisso, accessibile, gratuito, obbligatorio, anche per le mamme, così come lo è per i bambini fino all’anno di vita. E quello sarebbe già un aiuto importantissimo per le mamme. In primis, perché restituisce loro la certezza che la loro salute è importante ed è vitale. E poi, perché si può intercettare un disagio del genere prima che si debba agire.
Un’altra cosa importate è il non aver timore di chiedere ad altre mamme “come stai? Hai dormito?”, a costo di sembrare invadenti. Davanti a noi molto spesso abbiamo mamme che stanno esattamente come noi, che vivono la nostra stessa vita, vivono la nostra stessa maternità e probabilmente anche quella mamma di Catanzaro, un giorno prima di morire aveva fatto il bagnetto ai suoi figli, esattamente come noi. Era stata la mamma che siamo anche noi tutti i giorni. Questo da un lato fa paura, dall’altro però ci richiama a una responsabilità collettiva».
Le istituzioni cosa dovrebbero fare?
«Istituire questo appuntamento fisso mensile per le madri già farebbe una enorme differenza. Formare diversamente il personale sanitario, che spesso è il primo contatto per le donne che stanno diventando mamme. Aumentare il congedo di paternità, perché passare la giornata a cantare canzoncine e non avere interazioni sociali è alienante. Poi rendere gli asili nido più accessibili, senza dover iscrivere i bambini otto anni prima. E anche il bonus nido è un servizio fantasma, io conosco più asili nido che non accettano il bonus nido rispetto a quello che lo accettano. Ma poi spesso o non arriva, o arriva in ritardo. L’inefficienza del bonus nido dà l’impressione che si tratti di una “mancetta”, non di una importantissima misura sociale».
