Mal di testa da gelato: perché soffriamo quando mangiamo qualcosa di freddo? Ecco cosa dicono gli scienziati

Succede spesso nelle giornate più calde: un morso troppo veloce a un gelato, qualche sorso di granita o di una bevanda ghiacciata e all’improvviso compare un dolore acuto alla fronte. Arriva rapidamente, raggiunge il picco nel giro di pochi secondi e poi scompare quasi con la stessa velocità con cui è comparso. Quella che molti conoscono come «brain freeze» o «mal di testa da gelato» è una forma di cefalea da stimolo freddo descritta dalla medicina da decenni. Eppure, nonostante sia un’esperienza estremamente comune, gli scienziati continuano a studiarla per capire quali meccanismi la provochino e perché non tutte le persone reagiscano allo stesso modo agli alimenti freddi. Le risposte raccolte negli anni suggeriscono che dietro questo fenomeno apparentemente banale si nascondano processi biologici più complessi di quanto si possa immaginare.
Il ruolo del nervo trigemino e dei vasi sanguigni
Che cosa succede esattamente nel nostro organismo quando compare il mal di testa da gelato? Nonostante si tratti di un fenomeno noto da decenni, la risposta non è ancora del tutto definitiva. Gli studi condotti finora convergono però su un punto: al centro del processo ci sarebbe il nervo trigemino, una delle principali strutture coinvolte nella trasmissione del dolore nella testa e nel volto.
Secondo Amaal Starling, neurologa della Mayo Clinic, tutto inizierebbe quando un alimento o una bevanda molto fredda raffreddano rapidamente il palato o la parte posteriore della gola. Questa brusca variazione di temperatura provocherebbe una risposta dei vasi sanguigni locali e l’attivazione delle fibre nervose collegate al trigemino. I segnali dolorosi verrebbero quindi interpretati dal cervello «come provenienti dalla fronte o dalla parte anteriore della testa, anche se lo stimolo originario si trova nella bocca». È il cosiddetto «dolore riferito», un fenomeno per cui il cervello attribuisce la sensazione dolorosa a una zona diversa da quella in cui si è generata.
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I ricercatori sottolineano però che il meccanismo non è stato ancora completamente chiarito. Una delle spiegazioni più accreditate è che il freddo provochi una sorta di «shock termico» nel palato, innescando una rapida risposta dei vasi sanguigni. Prima si restringono, poi si dilatano per ripristinare il normale afflusso di sangue. Questo cambiamento improvviso attiverebbe le terminazioni nervose del dolore, che inviano il segnale al nervo trigemino, una delle principali vie nervose coinvolte nelle cefalee.
Nel corso degli anni gli scienziati hanno cercato di verificare questa ipotesi osservando cosa accade al flusso sanguigno cerebrale durante un episodio di brain freeze. Alcuni studi hanno effettivamente rilevato variazioni nella circolazione cerebrale nei soggetti che sviluppano il caratteristico dolore dopo l’esposizione al freddo, suggerendo che i vasi sanguigni possano avere un ruolo nella comparsa dei sintomi.
Non tutti gli esperti, però, ritengono che la spiegazione sia soltanto vascolare. Un’altra ipotesi è che il freddo agisca direttamente sui recettori nervosi presenti nel palato e nella parte posteriore della gola, attivando il trigemino quasi come un «allarme» neurologico. Per questo oggi diversi ricercatori ritengono che il brain freeze non dipenda da un unico meccanismo, ma dall’interazione tra risposta dei vasi sanguigni e attivazione dei circuiti nervosi che elaborano il dolore.
Il legame con l’emicrania
Se i meccanismi biologici alla base del brain freeze non sono ancora del tutto chiariti, un’altra domanda continua a interessare i ricercatori: perché alcune persone sviluppano regolarmente questo tipo di mal di testa mentre altre sembrano quasi immuni? Una revisione sistematica pubblicata nel 2023 da Irene Toldo e colleghi dell’Università di Padova, che ha analizzato 25 studi sul tema, ha evidenziato due elementi ricorrenti nella letteratura scientifica: una maggiore frequenza della cefalea da stimolo freddo nelle persone con una storia familiare della condizione e una significativa associazione con l’emicrania.
L’associazione con l’emicrania è quella che ha attirato maggiormente l’attenzione dei neurologi. Diversi studi inclusi nella revisione hanno osservato che chi soffre di emicrania tende a sperimentare il brain freeze più frequentemente e con una maggiore intensità rispetto alla popolazione generale. Secondo gli autori, questa relazione potrebbe dipendere almeno in parte da una maggiore sensibilità del sistema trigeminale, uno dei principali circuiti coinvolti sia nella cefalea da stimolo freddo sia negli attacchi emicranici. Proprio per questo motivo, per molti anni il mal di testa da gelato è stato utilizzato come modello sperimentale per studiare alcuni meccanismi dell’emicrania: a differenza di un attacco emicranico spontaneo, difficile da prevedere e osservare in laboratorio, il brain freeze può essere provocato in modo relativamente semplice e controllato. Sebbene non rappresenti una replica perfetta dell’emicrania, continua a offrire ai ricercatori un’opportunità per osservare come il cervello e i circuiti del dolore reagiscano a uno stimolo improvviso e ben definito.

