Intossicazioni in piscina: quando il cloro diventa davvero pericoloso

Dopo l’incidente nella piscina di Mentana, alle porte di Roma, dove otto persone sono rimaste intossicate in seguito all’inalazione di esalazioni di cloro, tra loro anche un bambino di cinque anni trasportato in codice rosso, mentre circa cinquanta bagnanti sono stati evacuati dalla struttura, la domanda è tornata inevitabilmente al centro dell’attenzione: quanto può essere pericoloso il cloro utilizzato per disinfettare l’acqua delle piscine? Dopo questa vicenda, è tornata inevitabilmente al centro dell’attenzione una domanda: quanto può essere pericoloso il cloro utilizzato per disinfettare l’acqua delle piscine? Non è la prima volta che episodi di questo tipo finiscono sulle pagine di cronaca e, proprio negli ultimi mesi, diversi casi hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza degli impianti e sulla gestione delle sostanze chimiche impiegate per mantenerli igienicamente sicuri. Eppure, dietro l’espressione “esalazioni di cloro” si nascondono fenomeni chimici molto diversi tra loro, che è facile confondere ma che hanno implicazioni profondamente differenti per la salute.
Una sostanza potenzialmente tossica ma indispensabile per la sicurezza delle piscine
Può sembrare un paradosso, ma la stessa sostanza finita al centro della cronaca per l’incidente di Mentana è anche quella che ha rivoluzionato la sicurezza delle piscine. Il cloro viene utilizzato da oltre un secolo perché è uno dei pochi disinfettanti in grado di inattivare rapidamente un ampio spettro di microrganismi – batteri, virus e molti parassiti – mantenendo nel tempo un’azione residua nell’acqua. In altre parole, non si limita a eliminare gli agenti patogeni presenti in un determinato momento, ma continua a proteggerla anche quando nuovi bagnanti entrano in vasca e introducono continuamente microrganismi e materiale organico.
È proprio questa capacità a renderlo ancora oggi il sistema di disinfezione più utilizzato nelle piscine pubbliche e private di tutto il mondo. Ogni persona che entra in acqua rilascia inevitabilmente sudore, cellule della pelle, saliva e, in piccole quantità, anche urina: sostanze che possono favorire la proliferazione microbica se non vengono neutralizzate. Senza una disinfezione continua aumenterebbe il rischio di trasmissione di infezioni gastrointestinali, cutanee, respiratorie e dell’orecchio, oltre che di patogeni come Escherichia coli, Pseudomonas aeruginosa, Giardia e Cryptosporidium. Il cloro, quindi, non è semplicemente un additivo chimico: rappresenta una delle principali barriere sanitarie che impediscono all’acqua di trasformarsi in un veicolo di trasmissione di malattie.
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Perché le “esalazioni di cloro” non sono il normale cloro della piscina
Il primo equivoco da chiarire è che il “cloro della piscina” non è una sostanza unica e immutabile. Quello che viene aggiunto all’acqua, infatti, non rimane identico a se stesso. A contatto con l’acqua si trasforma e dà origine a un equilibrio tra diverse sostanze chimiche, ognuna con una funzione diversa. Tra queste c’è l’acido ipocloroso (HOCl), che rappresenta la forma più efficace nel neutralizzare batteri, virus e altri microrganismi. È questa la molecola che svolge la gran parte del lavoro di disinfezione e permette di mantenere l’acqua sicura anche quando centinaia di persone entrano e escono continuamente dalla vasca. Ma il processo non si ferma qui. L’acqua di una piscina è un ambiente in continua trasformazione: ogni bagnante introduce inevitabilmente sudore, residui della pelle, saliva, cosmetici e piccole quantità di altre sostanze organiche. Il cloro reagisce anche con questo materiale e da queste reazioni nascono nuovi composti, chiamati clorammine. Sono loro, nella maggior parte dei casi, a provocare il tipico odore di “cloro” che si avverte entrando in alcune piscine e l’irritazione agli occhi o alle vie respiratorie che molti attribuiscono, erroneamente, a un eccesso di disinfettante.
Quando il cloro diventa un rischio?
Le clorammine dunque fanno parte della normale “chimica” di una piscina e, quando tendono ad accumularsi soprattutto negli ambienti chiusi e poco ventilati, possono provocare bruciore agli occhi, irritazione della gola o un lieve fastidio alle vie respiratorie. Si tratta però, nella maggior parte dei casi, di effetti transitori che dipendono dalla qualità dell’aria e dalla gestione dell’impianto, non di vere e proprie intossicazioni.
Diverso è il caso di episodi come quello di Mentana. Per provocare un’esposizione acuta, infatti, è necessario che nell’aria si liberino concentrazioni molto più elevate di sostanze irritanti. Tra queste può esserci anche il cloro gassoso, un composto che non fa parte del normale processo di disinfezione della piscina e che può svilupparsi solo in circostanze eccezionali, ad esempio in seguito a un guasto degli impianti di trattamento dell’acqua, a un errore nel dosaggio dei prodotti chimici o alla loro miscelazione accidentale.
È proprio per questo che le indagini, in casi come quello di Mentana, si concentrano sul funzionamento degli impianti e sulla dinamica dell’incidente: ciò che rende pericolosa l’esposizione non è il normale cloro presente nell’acqua, ma il rilascio accidentale di composti irritanti nell’aria in concentrazioni elevate. Da qui nasce uno degli equivoci più comuni: il cloro utilizzato per disinfettare l’acqua non è lo stesso che viene inalato durante un’intossicazione. Gli episodi più gravi sono legati necessariamente alla formazione di gas irritanti che possono svilupparsi solo in particolari condizioni. Nelle intossicazioni acute non si respira il “cloro della piscina”, ma gas in grado di formarsi quando l’equilibrio chimico dell’impianto viene alterato.
Cosa succede all’organismo?
Per capire perché un’esposizione al cloro possa diventare pericolosa bisogna immaginare il percorso che compie l’aria ogni volta che respiriamo. Dal naso e dalla gola fino ai polmoni, tutte le vie respiratorie sono rivestite da una sottile pellicola di umidità. È proprio qui che i gas irritanti contenenti cloro iniziano ad agire: entrando in contatto con questo strato d’acqua danno origine a sostanze molto reattive, capaci di irritare e danneggiare le cellule che rivestono le mucose. I primi a risentirne sono quasi sempre gli occhi e le vie respiratorie, perché sono i tessuti che entrano per primi in contatto con il gas. L’esposizione può provocare bruciore agli occhi, lacrimazione, tosse, mal di gola e quella sensazione di “fiato corto” o di peso sul petto che molte persone descrivono dopo aver respirato sostanze irritanti. Nella maggior parte dei casi questi disturbi sono lievi e tendono a risolversi rapidamente una volta allontanati dalla fonte dell’esposizione.
Se però la quantità di gas inalata è elevata o l’esposizione dura più a lungo, l’irritazione non si limita più alle prime vie respiratorie, ma può raggiungere anche i polmoni. In alcuni casi i bronchi si restringono, rendendo più difficile il passaggio dell’aria, soprattutto nelle persone che soffrono di asma. Nelle situazioni più gravi vengono coinvolti anche gli alveoli, le minuscole strutture in cui, a ogni respiro, l’ossigeno passa dall’aria al sangue. Se l’infiammazione provoca un accumulo di liquido in questi piccoli ‘punti di scambio’, è come se tra l’aria e il sangue si creasse una barriera che rende sempre più difficile il passaggio dell’ossigeno. Per questo respirare diventa faticoso e, nelle forme più gravi, può essere necessario un supporto respiratorio.
La quantità non basta a spiegare il rischio
Quando si parla di cloro, viene spontaneo pensare che il rischio dipenda semplicemente dalla quantità presente. In realtà, dal punto di vista della tossicologia, la questione è più complessa. Non conta solo quanto cloro c’è, ma anche in quale forma chimica si trova e come entra in contatto con il nostro organismo.
Il cloro disciolto nell’acqua della piscina, infatti, è presente in concentrazioni molto basse e attentamente controllate. In Italia il cosiddetto “cloro libero” viene normalmente mantenuto tra 0,7 e 1,5 milligrammi per litro, un intervallo ritenuto sufficiente a garantire la disinfezione senza rappresentare un rischio per chi fa il bagno. In queste condizioni il contatto con la pelle o con piccole quantità d’acqua accidentalmente ingerite non è paragonabile all’inalazione di un gas irritante.
Lo scenario cambia quando, a causa di un’anomalia o di un incidente, composti irritanti contenenti cloro si liberano nell’aria invece di rimanere disciolti nell’acqua. In questo caso vengono inalati direttamente e raggiungono le vie respiratorie, che sono molto più sensibili rispetto alla pelle. È questa la differenza fondamentale: il problema non è fare il bagno in un’acqua correttamente trattata con il cloro, ma respirare accidentalmente sostanze irritanti contenenti cloro in uno spazio chiuso o poco ventilato. Per questo un episodio come quello di Mentana, se le indagini confermeranno questa dinamica, non può essere interpretato come un semplice caso di “troppo cloro in piscina”.
Un forte odore di cloro è un segnale d’allarme?
Non sempre. Il caratteristico odore di cloro che si percepisce entrando in una piscina è dovuto, nella maggior parte dei casi, alle clorammine, le sostanze che si formano quando il cloro reagisce con il materiale organico rilasciato dai bagnanti. Da sole, alle concentrazioni normalmente presenti in una piscina correttamente gestita, possono provocare al massimo un lieve fastidio agli occhi o alle vie respiratorie, ma non sono responsabili delle intossicazioni acute descritte dalla cronaca.
È invece opportuno prestare attenzione quando l’odore diventa improvvisamente molto intenso, pungente e irritante, soprattutto se è accompagnato dalla comparsa quasi contemporanea di bruciore agli occhi, tosse o difficoltà respiratoria in più persone. Più che l’odore in sé dunque sono i sintomi immediati a dover essere attenzionati. Un odore di cloro può essere percepito anche in una piscina perfettamente sicura. Se però è accompagnato dalla comparsa improvvisa di bruciore intenso agli occhi, tosse, difficoltà respiratoria o altri disturbi che interessano contemporaneamente più persone, è opportuno allontanarsi dall’area e avvisare immediatamente il personale dell’impianto. In questi casi è possibile che non si tratti del normale odore della piscina, ma della presenza nell’aria di sostanze irritanti in concentrazioni anomale.
Chi controlla che l’acqua sia sicura?
Dietro una piscina pubblica c’è un impianto che lavora senza sosta. L’acqua non rimane mai ferma: viene continuamente aspirata dalla vasca, fatta passare attraverso un sistema di filtri, controllata e trattata prima di essere reimmessa. È un ciclo continuo che serve a mantenerne costante la qualità.
Tra i parametri più importanti ci sono il cloro libero, cioè la quota di disinfettante ancora attiva contro batteri e virus, e il pH. Quest’ultimo descrive l’equilibrio chimico dell’acqua ed è fondamentale perché influenza direttamente l’efficacia del cloro: se il pH si allontana dai valori ottimali, il disinfettante perde parte della sua capacità di eliminare i microrganismi e possono aumentare anche le irritazioni a occhi e pelle.
In molti impianti il monitoraggio è affidato a sonde installate lungo il circuito di ricircolo, che analizzano continuamente l’acqua mentre attraversa l’impianto. Se rilevano uno scostamento dai valori impostati, non intervengono con grandi quantità di prodotti chimici, ma attivano automaticamente le pompe dosatrici che effettuano piccole correzioni per riportare gradualmente l’acqua entro i parametri previsti.
Ma la tecnologia da sola non basta. Il gestore della piscina è tenuto a effettuare controlli periodici, registrare i parametri e intervenire se qualcosa non rientra nei limiti previsti, mentre le autorità sanitarie svolgono verifiche indipendenti sulla qualità dell’acqua. In Italia la gestione delle piscine aperte al pubblico è regolata da linee guida nazionali e norme regionali che impongono un sistema di autocontrollo della qualità dell’acqua. Oltre al monitoraggio continuo effettuato dagli impianti, il gestore deve quindi verificare e registrare periodicamente parametri come il cloro libero, il pH, la temperatura e la torbidità, intervenendo quando uno di questi si discosta dai valori previsti. Tutte queste verifiche vengono riportate in un registro di autocontrollo, spesso chiamato dagli operatori “libro del cloro”, che documenta l’andamento dei controlli e gli interventi eseguiti sull’impianto.

