Protesta alla Tour Eiffel: la delegazione indù chiede di «far sparire le donne», dipendenti nascoste e monumento chiuso

Scoppia un caso di discriminazione alla Tour Eiffel. Le lavoratrici del monumento simbolo di Parigi denunciano di essere state «nascoste», «rese invisibili» e invitate a «restare in alcuni locali» su richiesta di una delegazione di alti dignitari indiani indù in visita privata. Al loro posto, durante il sopralluogo al terzo piano della struttura, sono stati impiegati esclusivamente colleghi uomini.
Chi era la delegazione indù in visita alla Tour Eiffel
Secondo quanto rivelato dal quotidiano Le Parisien, la delegazione appartiene all’organizzazione religiosa Baps (Bochasanwasi Akshar Purushottam Swaminarayan Sanstha), nota per le posizioni conservatrici e vicina al premier Narendra Modi, giunta in Francia per l’inaugurazione di un tempio da 21 milioni di euro a est della capitale. Per accedere alla visita esclusiva, l’organizzazione avrebbe fatto pressione sulla Sete, la società di gestione della Torre, affinché il personale femminile venisse «messo da parte». Un agente presente ha confermato che le lavoratrici sono state letteralmente «nascoste».
Una lettera firmata dai dipendenti evidenzia che alle lavoratrici della Sete e delle ditte d’appalto è stata impartita la direttiva di «non farsi vedere» e di «non passare o non attraversare determinate zone durante la presenza della delegazione».
Lo sciopero e il monumento chiuso
La reazione del personale è stata immediata: dopo un’assemblea generale organizzata ai piedi del monumento, la Tour Eiffel è stata sbarrata ai turisti nel corso del pomeriggio. In una nota congiunta, i lavoratori hanno condannato l’episodio: «Una situazione del genere è assolutamente inaccettabile, la Torre Eiffel è il simbolo della Francia e noi riteniamo che tale simbolo debba essere esemplare nei valori che rappresenta e nel modo in cui vengono trattati i suoi dipendenti».
I sindacati hanno chiesto formalmente alla direzione «spiegazioni chiare e precise» di fronte a un’accusa diretta di «discriminazione sessuale», mentre la società di gestione continua a respingere le addebiti.

