Il suicidio di Denise Cosco e le ultime ore in casa, sarà sentito il compagno. Il lavoro al ministero e l’identità nascosta: la zia mostra il suo volto

La procura di Velletri, guidata dal procuratore Carlo Villani, ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti dopo la morte di Denise Cosco, la donna di 35 anni, figlia di Lea Garofalo, che si è tolta la vita gettandosi dal terzo piano della sua abitazione ad Ariccia. L’ipotesi di reato, come ricostruisce Il Giornale, serve a capire non se il gesto sia stato volontario, aspetto su cui gli inquirenti non hanno dubbi, ma cosa possa aver influito sulla decisione della donna. L’autopsia, riferisce La Repubblica, non ha rilevato ferite da difesa né segni che facciano pensare a un intervento esterno, mentre resta da conoscere l’esito degli esami tossicologici.
Il ruolo del compagno nell’inchiesta
A fornire elementi decisivi dovrebbe essere il compagno della donna, un uomo di 35 anni che si trovava nell’abitazione insieme al figlio della coppia, di 4 anni, nel momento del gesto, anche se il bambino non era nella stanza. Secondo Il Giornale, l’uomo è probabilmente l’unica persona a conoscere il vero nome e la storia reale di Denise, un dettaglio che gli investigatori ritengono prezioso per ricostruire quali segnali la donna avesse dato nei giorni precedenti. La Stampa scrive che l’uomo si trova in stato di shock e sarà presto sentito dalla procura per raccontare cosa sia accaduto in quegli istanti. I carabinieri di Frascati hanno intanto ascoltato alcune persone presenti nell’edificio, sequestrato il telefono della donna e l’abitazione, ed effettuato un sopralluogo.
La vita nascosta di Denise Cosco
Per 17 anni, come sottolinea Il Giornale, le esigenze di sicurezza avevano tenuto oscurato il volto di Denise: nomi falsi, identità di copertura, spostamenti continui per sfuggire alla sua stessa famiglia, uno dei clan più feroci della ‘ndrangheta di Petilia Policastro. Un pentito aveva messo a verbale che anche Denise fosse colpevole della stessa «macchia» della madre, per aver puntato il dito contro il padre e gli zii in tribunale, contribuendo alla condanna all’ergastolo per l’omicidio di Lea Garofalo. Fino al 2018 Denise era rimasta sotto protezione nel Torinese, per poi trasferirsi ad Ariccia mantenendo un’identità coperta e un lavoro al ministero dell’Interno. Proprio nell’ultimo anno, riferisce La Repubblica, aveva intrapreso un percorso di riavvicinamento con il padre, lo stesso uomo che quattro anni prima le aveva impedito di vedere la zia.
Il messaggio della zia Marisa Garofalo
A rompere il riserbo sulla vicenda è stata la zia, Marisa Garofalo, con un post sui social che in poche righe ripercorre la battaglia della nipote: contro la ‘ndrangheta che le aveva tolto la madre e una vita normale, contro il mondo da cui aveva dovuto nascondersi per sopravvivere, forse anche contro se stessa. Nel messaggio, la donna scrive che «nessuno potrà più decidere per te, non dovrai più nasconderti», rivendicando finalmente il diritto di mostrare il volto e gli occhi della nipote dopo una vita costretta a trincerarsi dietro identità di copertura: «Adesso posso mostrare il tuo volto e i tuoi occhi bellissimi». La zia ricorda anche di non essere riuscita a vedere Denise per quattro anni, e restituisce alla nipote, con quel gesto, un’identità che le era stata negata fin da ragazzina.

