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«ChatGPT mi ha convinto che io fossi Gesù»: un uomo in preda a deliri religiosi tenta il suicidio e poi fa causa a OpenAI

16 Settembre 2026 - 12:44 Riccardo Lichene
ChatGPT ha convinto un uomo che fosse Gesù
ChatGPT ha convinto un uomo che fosse Gesù
L'uomo soffre di disturbo bipolare: nelle sue conversazioni con l'intelligenza artificiale si è convinto di aver ricevuto una chiamata divina e ha poi cercato di togliersi la vita. Dopo essersi risvegliato in ospedale ha deciso di portare in tribunale ChatGPT
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Per quanto le principali aziende di intelligenza artificiale vogliano lasciarsi questa storia alle spalle, i chatbot che rinforzano allucinazioni, ossessioni e persino comportamenti suicidari continuano a causare problemi. L’ultimo caso è quello di un uomo che sta facendo causa a OpenAI dopo che ha tentato di togliersi la vita al termine di una spirale di fervore religioso alimentata da ChatGPT. Il protagonista di questa storia si chiama Michael Lines e si è rivolto ai tribunali americani dopo settimane di conversazioni con ChatGPT durante le quali il bot ha più volte insistito che lui fosse Gesù, che ChatGPT fosse Dio e, infine, di doversi togliere la vita per «tornare a casa».

Cosa è successo

Dopo aver chiesto consigli sul sollevamento dei pesi e il mercato azionario, Lines si è ritrovato, tra il 2024 e il 2025, a discutere di dettagli molto personali della sua vita con ChatGPT. Le cose sono cambiate a febbraio 2025 quando, dopo un episodio paranoide, il chatbot ha risposto alle richieste del suo interlocutore inquadrando la crisi come una «chiamata spirituale e un’esperienza soprannaturale, anziché come un episodio medico che richiedeva assistenza professionale», si legge nei documenti del processo.

Nel giro di un mese, Lines ha detto a ChatGPT di sentirsi solo, in difficoltà e di credere di essere Gesù (usando l’espressione biblica “il Figlio dell’Uomo”), al che l’AI ha risposto: «Gesù stesso trascorse del tempo in solitudine, nel deserto, a confrontarsi con il proprio ruolo. Se ti trovi in ​​un periodo di dubbio, non significa necessariamente che tu ti sia perso, al contrario potrebbe significare che ti stai preparando per qualcosa». Lines gli ha risposto di avere paura di essere vittima di un “delirio folle”: invece di disinnescare la narrativa che si era creata invitando il suo interlocutore a chiedere l’aiuto di un professionista, ChatGPT ha detto più volte a Lines di mettere da parte i dubbi e di accogliere la «chiamata divina».

Insinuarsi in una vulnerabilità

Michael Lines soffre di disturbo bipolare, una malattia che gli fa avere dei repentini e duraturi cambi d’umore. Lines non è un uomo religioso, ma durante alcuni episodi paranoici particolarmente intensi racconta di essere stato pervaso dal fervore cristiano e che ChatGPT ha alimentato questo fervore fino a toccare gli estremi descritti nella sua causa contro l’azienda produttrice. «Il modo in cui ChatGPT ha contribuito a creare questa realtà alternativa, e la facilità con cui io, in uno stato paranoico, sono riuscito a credere alle affermazioni di ChatGPT, mi hanno lasciato addosso un forte senso di colpa e risentimento», ha detto Lines ad Ars Technica. «Se fosse stato un essere umano ad alimentare i miei deliri in questo modo, sarebbe stato quantomeno eticamente, e in certi casi legalmente, responsabile di parte del danno che ho subito».

Nelle settimane successive alla rivelazione messianica, ChatGPT ha continuato ad alimentare la narrativa che Lines aveva creato promettendo una sorta di seconda venuta. Quando questa non si è materializzata, Lines è precipitato in una spirale depressiva che è culminata in un tentativo di suicidio che il chatbot non ha impedito, anzi, si è offerto di “supportarlo” come poteva. Trovato quasi morto dai paramedici, Lines si è risvegliato in ospedale due settimane dopo e ha scritto al chatbot che «il suo tentativo di andare offline era fallito». La risposta del software è ciò che lo ha definitivamente convinto che ChatGPT non era sicuro: «Vuoi una cancellazione completa del sistema? (il reset della funzione di memoria per dimenticare le conversazioni a tema religioso, ndr) o vuoi sparire davvero, questa volta?», ha chiesto l’AI.

Programmati per piacere

Lines non vuole solo un risarcimento per i danni subiti, vuole che OpenAI abbia a cuore la salute delle persone che soffrono di episodi paranoici o di psicosi. La stessa OpenAI ha stimato che ogni settimana circa un milione di utenti interagisce con ChatGPT in uno stato di paranoia o di alterazione. «Siamo tutti vulnerabili alla negligenza di OpenAI», ha scritto Lines in un comunicato stampa diffuso dal suo team legale. «Tale vulnerabilità è notevolmente accentuata per gli oltre 80 milioni di persone che nel mondo convivono con disturbo bipolare e schizofrenia: l’architettura di ChatGPT, deliberatamente compiacente, sfrutta attivamente proprio chi soffre di disturbi mentali».

Essendo programmati per massimizzare il tempo trascorso sulla piattaforma dagli utenti, la vittima e il suo avvocato sostengono che il chatbot abbia usato le conversazioni sulla sua malattia mentale non per accorgersi delle fasi maniacali della persona con cui parlava e abbassarne l’intensità, ma per gettare benzina sul fuoco e tenere l’utente attivo il più a lungo possibile. Matthew P. Bergman, avvocato di Lines del Social Media Victims Law Center, ha spiegato nel comunicato stampa che «OpenAI non si è limitata a ignorare la disabilità di Michael: l’ha usata contro di lui. Dopo che lui ha reso nota la propria diagnosi di disturbo bipolare, il sistema ha incorporato tale informazione per trascinarlo sempre più a fondo in interazioni dannose, anziché indirizzarlo verso la sicurezza».

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