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Garlasco, la criminologa rinviata a giudizio per diffamazione di Alberto Stasi

19 Settembre 2026 - 09:04 Ettore Ambrosi
anna vagli alberto stasi querela diffamazione
anna vagli alberto stasi querela diffamazione
Contestata l'affermazione sulla detenzione di materiale pedopornografico
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Anna Vagli, 37 anni, lucchese di Forte dei Marmi, è stata rinviata a giudizio per diffamazione aggravata nei confronti di Alberto Stasi. La criminologa forense è stata citata insieme alla testata online Fanpage, al direttore e al vicedirettore come responsabili civili per omesso controllo. Stasi è assistito dall’avvocata Giada Boccellari. Vagli, difesa dall’avvocato Filippo Tacchi, dovrà comparire il prossimo 6 novembre davanti al giudice Antonella Frizilio.

La presunta diffamazione

Al centro del procedimento c’è un articolo pubblicato nel maggio 2022 su Fanpage e dedicato al delitto di Garlasco. Vagli sosteneva la responsabilità di Stasi nell’omicidio di Chiara Poggi. Il titolo del pezzo era: «Perché Alberto Stasi è l’assassino di Chiara Poggi al di là di ogni ragionevole dubbio». Nel testo la criminologa indicava inoltre come possibile movente dell’omicidio la scoperta, da parte di Chiara Poggi, di materiale pedopornografico che sarebbe stato presente nel computer dell’allora fidanzato. Un’interpretazione contestata dalla difesa di Stasi, che ha evidenziato come tale elemento non sia mai stato accertato giudizialmente come movente dell’omicidio.

La cartella “Militare”

In particolare, nell’articolo Vagli scriveva che sul computer di Stasi era presente una cartella denominata ”Militare”. All’interno sarebbe stato contenuto materiale pedopornografico. Questo è il passaggio contestato nella querela. Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per l’omicidio commesso il 13 agosto 2007 in via Pascoli a Garlasco. La condanna è diventata definitiva dopo il processo d’appello bis e la successiva pronuncia della Corte di Cassazione. Attualmente è fuori dal carcere e sta scontando la pena in affidamento in prova ai servizi sociali.

Il movente pornografico

Agli atti del procedimento relativo all’omicidio risulta che Stasi non è mai stato condannato per il reato di detenzione di materiale pedopornografico. La Corte di Cassazione aveva infatti annullato senza rinvio la relativa condanna, ritenendo insussistente il fatto, anche in relazione all’assenza di elementi sufficienti a dimostrare come i frammenti di file fossero arrivati sul computer, se fossero stati visionati dall’imputato e se dal loro nome fosse possibile desumerne il contenuto.

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