Gianna Nannini e il nuovo lavoro offerto ad Alex Schwazer, lo sfogo sul palco: «Se penso al suo caso, mi viene da piangere»
Gianna Nannini non ha dubbi sul fatto che Alex Schwazer sia innocente anche stavolta, dopo che l’antidoping lo ha fermato per quanto emeso dopo una gara in Germania. Sul palco del Festival dello Sport, in Piazza del Duomo a Trento, la cantautrice racconta del loro rapporto di amicizia nato a Merano. «Mi ha impressionato appena l’ho conosciuto – ha detto Nannini, citata dal Corriere del Trentino – perché è una persona vera e pura». Per la cantante, che ha scelto lui come allenatore per le sue gare di triathlon, Schwazer è «un patrimonio del nostro sport» e «uno che va tanto veloce», motivo per cui avrebbe «dato fastidio a qualcuno che ha voluto fermarlo». Poi l’affondo: «Quando un’ingiustizia diventa accanimento allora bisogna incazzarsi davvero. Se ripenso alla sua vicenda, mi viene da piangere. Lui è innocente».
Cosa ha detto Schwazer sul cambio di strategia difensiva
Poche ore prima era filtrata la notizia di una svolta nella linea difensiva, con l’accettazione formale delle controanalisi sul campione B per la positività riscontrata in Germania a inizio anno. Schwazer ha provato a chiarire perché ha cambiato idea: «Ci tengo a precisare che non ho mai richiesto io questa analisi». Si è reso disponibile, ha spiegato, solo per una questione procedurale, dopo vari scambi tra i suoi legali e la Nada tedesca, che avrebbe aperto alla possibilità di un esame alternativo sul campione B, da fare con un nuovo metodo.
«È una strada che per noi sarebbe importante», ha aggiunto. Quanto alla vicenda in sé, ha raccontato di stare «abbastanza bene», anche se gli ultimi mesi sono stati particolari, perché ha dovuto fare i conti di nuovo con una storia di cui deve rispondere. Capire cosa sia successo, ha detto, è un processo che costa energie ma è necessario. Rispetto al 2016 la considera una positività diversa: «Allora non sapevo quanto sarebbe stata dura la strada. Adesso conosco quello che mi aspetta e non voglio più affrontarlo. Però voglio capire».
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Il rapporto con lo sport italiano e gli anni delle udienze
Guardando indietro, Schwazer non nasconde la sua profondissima amarezza. Dice di non essersi mai sentito del tutto solo, grazie alla famiglia e ai collaboratori, mentre «lo sport italiano invece mi ha abbandonato, a un certo punto ero come morto». Dal 2016 ha partecipato a tutte le udienze, uno sforzo che gli faceva male perché sentiva di essere nel posto sbagliato: «Io dovevo allenarmi per gareggiare, me lo meritavo». Oggi, racconta, si rimprovera di non aver rinunciato subito alla battaglia, se avesse saputo che avrebbe portato a cinque anni durissimi, con periodi in cui pensava più alle provette che a sua figlia. «Sapendo come sono andate le cose, non sono convinto che lo rifarei», ha detto. Eppure la passione resta: «Avrei tutto il diritto di esserne nauseato dopo tutto quello che è successo e invece lo amo ancora».

