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Kushner, le ombre sulle missioni di pace del genero di Trump: i legami con il colosso che finanzia armi israeliane e il dossier Lukoil

03 Ottobre 2026 - 16:01 Ygnazia Cigna
Kushner, le ombre sulle missioni di pace del genero di Trump: i legami con il colosso che finanzia armi israeliane e il dossier Lukoil
Le inchieste di CNN e New York Times svelano gli intrecci finanziari dell'inviato della Casa Bianca: la partecipazione nel gruppo israeliano Phoenix e la trattativa per gli asset del colosso energetico russo
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Jared Kushner, genero di Donald Trump e uomo chiave della diplomazia americana in Medio Oriente, è finito sotto i riflettori per i suoi affari che si incrociano con la sua attività diplomatica. Un’inchiesta della Cnn ha ricostruito i legami tra la sua società di investimenti, Affinity Partners, e Phoenix Financial, colosso finanziario israeliano che ha almeno 456 milioni di dollari investiti in nove aziende legate alla fornitura di armi, equipaggiamenti e servizi alle forze armate di Israele. E proprio mentre Kushner respinge le accuse di un legame tra il suo ruolo diplomatico e quegli investimenti, il New York Times rivela un altro affare miliardario che incrocia le trattative dell’amministrazione Trump con Mosca. Si tratta dell’ipotesi di acquistare gli asset internazionali di Lukoil, con il coinvolgimento di investitori che hanno rapporti d’affari con lo stesso Kushner e con Steve Witkoff, l’altro principale negoziatore americano.

Gli affari con il colosso israeliano Phoenix

Secondo l’inchiesta della Cnn, Affinity Partners è il principale azionista di Phoenix Financial, un grande gruppo finanziario israeliano attivo nella gestione di investimenti, assicurazioni e risparmi. Phoenix, a sua volta, possiede partecipazioni in centinaia di società. Analizzando migliaia di documenti finanziari, la Cnn ha individuato almeno nove aziende del portafoglio che forniscono equipaggiamenti o altri servizi alle forze armate israeliane. Il valore complessivo delle partecipazioni di Phoenix in queste nove società è di almeno 456 milioni di dollari. Tra le aziende individuate c’è Elbit Systems, indicata come il principale produttore israeliano di armi. Nel portafoglio di Phoenix figurano inoltre Israel Shipyards, che fornisce navi da guerra alla Marina israeliana, un’azienda che produce cambi per carri armati e un’altra che realizza sistemi elettronici utilizzati nei proiettili impiegati a Gaza. La Cnn ricorda inoltre di aver già documentato l’utilizzo di armi prodotte da Elbit in diversi attacchi israeliani che hanno provocato vittime civili.

L’inchiesta della Cnn

Il punto centrale dell’inchiesta è però la natura indiretta del legame. Affinity Partners non possiede direttamente le nove società individuate dalla CNN, la partecipazione passa attraverso Phoenix Financial, di cui Affinity è il maggiore azionista. Per questo, secondo la ricostruzione dell’emittente, la società di Kushner beneficia dei risultati economici di Phoenix, anche quando questi sono collegati agli investimenti effettuati dalla finanziaria israeliana. La tempistica rende il quadro più delicato. Affinity aveva acquistato una partecipazione in Phoenix nel luglio 2024 e, nel gennaio 2025, pochi giorni prima del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, aveva raddoppiato la propria quota, diventando il principale azionista. Nel luglio di quest’anno, invece, Affinity ha venduto circa un quarto della partecipazione, incassando più di 340 milioni di dollari e ottenendo, secondo la CNN, un rendimento superiore di oltre cinque volte rispetto all’investimento iniziale. La società è comunque rimasta il maggiore azionista di Phoenix.

La replica di Kushner

Kushner ha respinto la ricostruzione della Cnn, definendo l’articolo e il titolo «profondamente fuorvianti». La sua replica è che Phoenix non è un’azienda del settore della difesa, ma una delle principali istituzioni finanziarie israeliane quotate in Borsa, regolamentata e con circa 220 miliardi di dollari gestiti attraverso migliaia di investimenti. «Affinity non possiede le aziende del settore della difesa citate nell’articolo della CNN», ha scritto Kushner su X e ha precisato di non avere alcun ruolo nelle decisioni di Phoenix su quali società acquistare o vendere. Ha paragonato la finanziaria israeliana a Vanguard o Fidelity e ha ricordato che il suo investimento risale a prima della rielezione di Trump e del suo ritorno al servizio pubblico. Kushner ha poi contestato il possibile collegamento tra il suo lavoro diplomatico e le scelte di investimento. «La CNN non ha trovato alcuna indicazione che le azioni di Kushner in qualità di diplomatico abbiano influenzato direttamente gli investimenti esaminati», ha scritto, citando la stessa inchiesta dell’emittente.

Ora il caso Lukoil

Oggi il New York Times ha aggiunto un altro tassello al quadro, questa volta guardando ai negoziati dell’amministrazione Trump con la Russia per mettere fine alla guerra in Ucraina. Secondo il quotidiano, nelle trattative è entrato anche un possibile accordo multimiliardario per acquistare il vasto patrimonio internazionale di Lukoil, una delle principali compagnie energetiche russe. L’operazione riguarderebbe giacimenti petroliferi, raffinerie e stazioni di servizio distribuiti in diversi Paesi e dovrebbe comunque ottenere l’approvazione sia del governo statunitense sia del Cremlino.

Kushner e i negoziati con Mosca

A rendere il caso particolarmente rilevante sono i soggetti coinvolti. Secondo il New York Times, il gruppo che punta all’operazione comprende l’investitore americano Todd Boehly, due gruppi mediorientali che hanno avuto rapporti d’affari con Kushner, con la famiglia di Witkoff e un ente del governo statunitense. Non risultano, però, prove che Kushner o Witkoff trarrebbero personalmente un guadagno dall’eventuale operazione. Il nome di Vladimir Putin, inoltre, è entrato direttamente nella ricostruzione. Il presidente russo, infatti, avrebbe sollevato il tema della vendita durante l’incontro del 5 settembre al Cremlino con Witkoff e Kushner. Putin avrebbe presentato la conclusione dell’operazione come un possibile segnale della possibilità di tornare a fare affari tra Russia e Stati Uniti.

I due casi sono distinti e non ci sono elementi nelle ricostruzioni citate che dimostrino concretamente che Kushner abbia utilizzato il proprio ruolo diplomatico per orientare gli investimenti di Phoenix o che tragga personalmente un beneficio dall’eventuale accordo su Lukoil. Il punto comune, evidenziato dalle inchieste, è però la presenza di interessi finanziari e relazioni d’affari che si intrecciano con il lavoro diplomatico dell’amministrazione Trump.

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