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Vittorio Sgarbi, cosa è successo prima del ricovero. Il racconto della compagna: «Andava tutto bene, poi mi accorgo del suo respiro»

04 Ottobre 2026 - 11:41 Giulia Norvegno
Vittorio Sgarbi e Sabrina Colle
Il critico d'arte era stato visitato a casa poche ore prima da un infermiere del Gemelli. Poi le sue condizioni sono rapidamente peggiorate. La versione della compagna su cosa sia successo prima di finire ancora una volta in Rianimazione
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Le condizioni di Vittorio Sgarbi restano stabili, secondo l’ultimo bollettino medico dopo che il critico d’arte ed ex sottosegretario alla Cultura è stato portato d’urgenza al policlinico Gemelli di Roma mercoledì 30 settembre per un’insufficienza respiratoria. Adesso è seguito in Terapia Intensiva. A raccontare quelle ore è la compagna, Sabrina Colle, che lo ha fatto con un articolo pubblicato domenica 4 ottobre su Il Giornale, nella pagina di Copernico che di solito ospita la rubrica dello stesso Sgarbi.

Cosa è successo prima del ricovero al Gemelli

Nella rubrica «Davanti all’immagine» curata da 10 anni da Sgarbi, il quotidiano diretto da Tommaso Cerno ha deciso di ospitare il testo della sua compagna, in questo momento così complicato. Colle ricostruisce cosa sia successo la vigilia del ricovero: martedì «andava tutto bene», dopo che un infermiere del Gemelli, Luca, era passato a casa per l’idratazione e per somministrare un antipiretico. Il mattino dopo, però, «mi accorgo che Vittorio non respira bene». Da lì la corsa in ospedale, l’attesa da sola nella sala d’attesa del Pronto soccorso e poi il permesso di raggiungerlo nel reparto di Rianimazione.

Il racconto di Sabrina Colle sui corridoi dell’ospedale

Nel suo scritto Colle descrive il Gemelli come un labirinto in cui ci si perde facilmente, ma che attraversato a piedi mostra «un pezzo di vita diverso» in ogni corsia: la nascita, la malattia, l’invecchiamento, la morte. Gioia e dolore, scrive, «non sono separati, ma convivono». Percorrere quei reparti mentre vive «uno dei momenti più difficili» della sua vita, aggiunge, l’ha colpita in modo profondo e le ha fatto capire «quanto la nostra esistenza sia fragile e preziosa». Per lei un ospedale dovrebbe essere «una delle espressioni più alte di umanità e civiltà», perché nel modo in cui si cura chi soffre si misura il valore di una società.

Medici, infermieri e giovani sanitari: cosa l’ha colpita

Colle si sofferma sul comportamento del personale. Una parola detta con il tono giusto, un gesto, uno sguardo, scrive, possono creare subito un rapporto di fiducia che fa sentire «protetti e nelle mani giuste». Cita i giovani che spingono lettighe, chiamano gli ascensori, accompagnano i pazienti e guidano i familiari disorientati. Poi racconta una scena vista poco prima del reparto: un giovane sanitario in camice verde che spiega a due donne anziane le condizioni, «forse ormai irreversibili», di una persona cara, porgendo fazzoletti e posando una mano sulle loro spalle. Il pezzo si chiude così: «Quello che ho visto non ha cancellato la mia angoscia, ma mi aiuta a sopportarla». E poi l’ultima immagine, con Colle davanti alla porta della Rianimazione: «Dall’altra parte di quella porta c’è Vittorio».

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