Perché «io sono Giorgia Meloni» detto da lei non si può copiare: depositato il timbro vocale. Così la premier prova a difendersi da deepfake e cloni AI
Quattro secondi: «Io sono Giorgia Meloni». È la registrazione con cui la presidente del Consiglio ha depositato la propria voce all’Euipo, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale. Una mossa pensata per avere una tutela in più contro i cloni vocali creati con l’intelligenza artificiale e i deepfake. Con pochi secondi di audio, infatti, i software possono ormai riprodurre timbro e inflessioni di una persona e farle pronunciare frasi mai dette.
I precedenti con Vannacci e i personaggi dello spettacolo
L’immagine manipolata di Meloni è stata utilizzata in più casi. Cinque anni fa il suo volto fu utilizzato in un video pornografico, vicenda per cui due uomini finirono a processo a Sassari. A luglio, invece, Roberto Vannacci pubblicò un video realizzato con l’IA in cui la premier appariva come una figura dell’antica Roma, mentre i leader dell’opposizione venivano dati in pasto ai leoni. Meloni prese le distanze dal contenuto.
Prima di Meloni avevano seguito questa strada anche la cantante Giusy Ferreri ha depositato il proprio «Sono Giusy Ferreri» come marchio sonoro, mentre il doppiatore Luca Ward ha scelto di tutelare una voce diventata riconoscibile per milioni di spettatori.
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«Io sono Giorgia Meloni», il deposito all’Euipo
La registrazione è stata depositata il 5 ottobre all’Euipo. A presentarla è stato lo studio legale Mpmlegal Stapa, guidato dall’avvocato Marco Mastracci. Sono bastati quattro secondi e una sola frase per trasformare la voce della premier in un marchio sonoro. Il richiamo è immediato allo slogan diventato negli anni uno dei più riconoscibili di Meloni: «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana». Una frase ripresa, campionata, remixata e trasformata in meme e brani musicali.
Come funziona il marchio vocale
Con il deposito all’Euipo, Meloni non protegge un discorso né rivendica la proprietà di una frase. A essere tutelata è la sua voce, riconoscibile per timbro, inflessioni e caratteristiche. È una protezione diversa dal diritto d’autore e offre uno strumento giuridico in più contro le clonazioni realizzate con l’intelligenza artificiale: si ottiene l’utilizzo esclusivo del suono depositato in tutti e 27 gli Stati membri dell’Unione europea. Oggi bastano pochi secondi di registrazione perché un software possa imitare una voce e costruire frasi mai pronunciate. Un audio falso può così diventare una dichiarazione mai rilasciata, una telefonata mai fatta o un contenuto capace di circolare sui social in pochi minuti.
Il reato di deepfake
Nel settembre 2025 l’Italia ha approvato la legge quadro sull’intelligenza artificiale, che ha introdotto nel codice penale il reato di deepfake: la diffusione ingannevole di contenuti generati o manipolati con l’IA può essere punita con la reclusione da uno a cinque anni. Resta invece all’esame del Parlamento il ddl 644, dedicato alla tutela dell’identità personale contro gli abusi delle tecnologie di intelligenza artificiale.

