«Votare con le palline per garantire un voto davvero segreto sulla legge elettorale». Come funziona l’idea di Magi (+Europa) per bloccare l’ultimo sì al Melonellum
Tirare fuori dagli armadi di Montecitorio le vecchie urne e le palline bianche e nere per garantire che il voto segreto sia davvero segreto. È la questione che +Europa si prepara a porre domani 8 ottobre nell’Aula della Camera, prima del voto finale sulla legge elettorale. Riccardo Magi, all’ottavo giorno di sciopero della fame contro la riforma elettorale, e in particolare contro l’aumento delle firme da raccogliere introdotto dallo Stabilicum, è determinato a sollevare il tema formalmente davanti alla Presidenza, anche nel caso in cui nelle prossime ore dovesse arrivare un orientamento negativo. A presiedere, secondo quanto filtra, nelle ore decisive dovrebbe essere lo stesso Lorenzo Fontana.
La nuova battaglia sulle pulsantiere
Il punto che Magi vuole porre non riguarda il diritto allo scrutinio segreto, ormai acquisito, ma il modo in cui questo verrà materialmente effettuato. A Montecitorio il voto segreto avviene normalmente attraverso il dispositivo elettronico: il deputato inserisce la mano nella pulsantiera collocata sul proprio banco e preme uno dei tre tasti. Ma proprio la possibilità di rendere riconoscibile dall’esterno il gesto compiuto – utilizzando, per esempio, un determinato dito – è da settimane al centro dei sospetti e delle polemiche sui possibili ‘controllori’ della maggioranza, pronti a vigilare su eventuali defezioni.
Alla vigilia dei primi voti segreti sulla legge elettorale proprio il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, aveva parlato di «massima vigilanza», lanciando un avvertimento che si inserisce nel clima da resa dei conti costruito intorno al voto finale: domani un’eventuale bocciatura della riforma avrà conseguenze «serie e importanti». Giorgia Meloni, del resto, ha già evocato l’ipotesi del voto anticipato in caso di incidente parlamentare.
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Le “vedette” del centrodestra
Il tema non è rimasto confinato agli avvertimenti, sottolineano da +Europa. Il primo ottobre, quando la Camera ha votato a scrutinio segreto le pregiudiziali di costituzionalità alla riforma, Fontana ha dovuto richiamare più volte i deputati: «State seduti, per cortesia. Tutti seduti». E, a votazione aperta: «State seduti mentre votate». Dai banchi dell’opposizione erano partite proteste e richiami verso il settore della maggioranza, fino al grido «Guarda a destra!»: tutto agli atti delle sedute parlamentari.
Ma le tensioni sulla possibilità di “sorvegliare” i franchi tiratori arrivano da lontano. Già nel primo passaggio della legge elettorale, a luglio, era scoppiato il caso delle cosiddette “vedette”: secondo quanto ricostruito, alcuni dipendenti del gruppo di Fratelli d’Italia dalle tribune avrebbero osservato e anche ripreso i movimenti dei parlamentari del centrodestra. Il caso aveva portato l’Associazione stampa parlamentare a rivolgersi ai questori della Camera e, in vista dei successivi scrutini segreti, erano state anche introdotte restrizioni nell’accesso degli staff alla tribuna centrale.
Cosa prevede il Regolamento
È su questo clima di sospetto che Riccardo Magi, da giorni a digiuno contro il Melonellum, vuole aprire un nuovo fronte con la maggioranza, dando battaglia sul terreno del Regolamento, che conserva infatti ancora il vecchio sistema. L’articolo 49 stabilisce che nello scrutinio segreto il voto può essere espresso depositando nelle urne una pallina bianca o nera; l’articolo 55 precisa però che lo scrutinio segreto avviene «normalmente» mediante procedimento elettronico e che solo «in caso di difetto dei relativi dispositivi» il Presidente, a quel punto, fa predisporre due urne e consegnare a ogni votante una pallina bianca e una nera.
È proprio su quella parola, «difetto», che si giocherebbe la disputa regolamentare. Per +Europa il problema da porre è se un dispositivo che consente, attraverso comportamenti concordati, di rendere riconoscibile dall’esterno la scelta di un parlamentare possa ancora considerarsi pienamente idoneo a garantire uno scrutinio segreto. La lettura più restrittiva, invece, considera il «difetto» previsto dal Regolamento un vero e proprio malfunzionamento tecnico del sistema elettronico.
Come funzionerebbe il voto con le palline
Il meccanismo delle palline è semplice e insieme ingegnoso. A ogni deputato vengono consegnate due palline, una bianca e una nera, davanti a due urne anch’esse di colore diverso. Per esprimere un voto favorevole il parlamentare mette ciascuna pallina nell’urna dello stesso colore: la bianca nella bianca e la nera nella nera. Per votare contro incrocia invece i colori: la pallina nera nell’urna bianca e quella bianca nell’urna nera. Chi osserva vede quindi il deputato depositare in ogni caso una pallina in ciascuna urna, senza poter ricostruire il voto. È un sistema tuttora utilizzato alla Camera in alcune votazioni segrete nelle commissioni.
Il precedente Fini-Cicchitto
C’è però un precedente scomodo. E risale al 2011. Dopo il voto sull’arresto del deputato Alfonso Papa, il Pdl denunciò esattamente lo stesso problema: alcuni parlamentari del Pd avevano reso riconoscibile il proprio voto attraverso il modo in cui utilizzavano la pulsantiera. L’allora capogruppo Fabrizio Cicchitto chiese quindi di abbandonare il sistema elettronico e tornare alle palline bianche e nere.
Quando poche settimane dopo si dovette votare sulla richiesta di arresto di Marco Milanese, Cicchitto ripropose la richiesta. Il presidente della Camera Gianfranco Fini disse no: secondo la sua interpretazione dell’articolo 55, le palline potevano essere utilizzate soltanto in presenza di un malfunzionamento dell’apparato elettronico, quello che domani potrebbe sostenere anche Fontana. Per Fini, insomma, il Regolamento non consentiva di ricorrervi semplicemente per impedire ai parlamentari di rendere volontariamente riconoscibile il proprio voto.
Cosa accadrà domani
In ogni caso, spiegano, Magi si prepara a sollevare la questione prima dell’apertura della votazione, con un richiamo regolamentare. Una volta cominciato il voto, infatti, è previsto che non possa più essere concessa la parola fino alla proclamazione del risultato. La strada certo resta stretta, ma +Europa, spiegano, è determinata comunque a costringere la Presidenza a pronunciarsi pubblicamente sulla questione.

