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Primarie, la proposta di Schlein: aspettare il verdetto della Consulta sulla legge elettorale. Ma Conte ora vuole accelerare

06 Ottobre 2026 - 20:51 Luca Graziani
elly schlein
Nel Pd sono convinti che la Corte costituzionale si pronuncerà sulla nuova legge elettorale prima delle politiche, così la segretaria punta ad aspettare. Spostare la scadenza in avanti servirebbe anche a contenere le ripercussioni sulla base del partito sconfitto. Per il programma, intanto, si guarda all’Assemblea dem
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Prima la legge elettorale. Poi il verdetto della Consulta. E soltanto dopo le primarie. Dietro la prudenza con cui Elly Schlein continua a tenere aperta la finestra per la sfida con Giuseppe Conte, senza voler fissare date sul calendario, c’è anche una scommessa sui tempi: al Nazareno, sono convinti che la Corte costituzionale riuscirà a pronunciarsi sulla nuova legge elettorale prima delle prossime politiche. E la segretaria, raccontano a Open, punterebbe proprio su questo. Prendere tempo arrivando ai gazebo solo dopo aver chiarito con quali regole si andrà effettivamente a votare nel 2027. La finestra ipotizzata dall’inner circle della leader dem infatti è larga: si ragiona sui mesi tra gennaio e marzo, un periodo considerato compatibile anche con l’ipotesi di elezioni a maggio.

Il timing delle primarie e i timori sul partito sconfitto

«Siamo convinti che la pronuncia arriverà prima del voto», si dicono sicuri. Aspettare poi avrebbe per Schlein anche un secondo vantaggio. Nel Pd c’è il timore che celebrare le primarie troppo presto, diversi mesi prima delle politiche, possa avere più di qualche controindicazione: incoronare sì il leader della coalizione, ma rischiare che nei mesi che separano dal voto il partito sconfitto, la base del perdente «si sfilacci», soprattutto dopo una sfida che potrebbe essere combattuta e lasciare strascichi. Meglio, è il ragionamento, avvicinare il più possibile la competizione alla campagna elettorale vera e propria. 

Che alla fine le primarie in sé, per decidere il candidato premier, siano sempre più difficili da evitare, ormai ne sono convinti un pò tutti nel corpaccione dem. Come confermano anche le parole di Schlein in Direzione venerdì, senza gazebo guida «chi prende un voto in più». D’altronde la presenza dall’altra parte di Giorgia Meloni, pronta a una sfida a due, rende ormai necessario, al di là della legge elettorale in vigore, arrivare alle elezioni con una leadership della coalizione chiaramente individuata. E’ l’argomentazione utilizzata nei capannelli contro i più scettici. 

Conte spinge per accelerare 

Sul percorso per arrivarci, però, Pd e M5S continuano a guardare orologi diversi. Mentre la leader dem rallenta, Conte oggi prova ad accelerare. Questa mattina, su La7, indicando come «abbastanza probabile» un voto in primavera, ha sottolineato che «è la ragione per cui con le primarie dobbiamo affrettarci a farle». E ancora: «Non possiamo arrivare a ridosso della campagna elettorale».

Poche ore più tardi, intercettato nei corridoi della Camera durante il voto sulla legge elettorale, il leader del M5S ha insistito proprio sul punto che divide i due partiti. Aspettare la Consulta significa aspettare una «data incerta», è il ragionamento che ha fatto l’ex premier con chi gli chiedeva del timing. «I tempi sono dettati dalla necessità di essere pronti, di essere preparati. Parleremo con gli alleati su modalità e tempi». Ma «non è che possiamo rimanere a tempo indeterminato nella totale incertezza».

Intanto la riforma si appresta a concludere il suo iter. Giovedì, salvo il riaffacciarsi dei franchi tiratori che già a luglio avevano impallinato per un solo voto l’emendamento sulle preferenze, il Melonellum incasserà l’ultimo sì. E allora potranno partire le iniziative giudiziarie con cui portare il testo davanti ai giudici. Un percorso, però, i cui tempi sono ancora difficili da stabilire con certezza.

La Consulta e il precedente sulla legge elettorale 

Nel Pd inoltre circolerebbe anche un’altra convinzione: che dal Quirinale non ci sia la volontà di arrivare al voto con una legge elettorale ancora in attesa di essere «bollinata» dalla Consulta. Una ricostruzione che non trova conferma tra le fonti vicine al dossier consultate da Open: non mancano i precedenti di segno contrario, fanno notare. Tornano alla mente, infatti, le sorti del Porcellum: con la legge Calderoli si votò alle politiche del febbraio 2013 e la Corte decise sulle questioni di costituzionalità soltanto il 4 dicembre dello stesso anno.

L’attesa sul programma

È anche per questo che dal M5S guardano con scetticismo alla possibilità di legare il calendario politico del centrosinistra a quello della Corte. Poi c’è l’elefante nella stanza: sul programma, evocato ogni tre per due, non si registrerebbero passi in avanti. Mentre i dem guardano all’assemblea nazionale, dal Movimento rispondono che all’orizzonte una data per l’apertura del tavolo tra gli alleati ancora non c’è.

E la scansione degli appuntamenti interni ai partiti aiuta a capire perché. Il 18 ottobre l’Assemblea Pd dovrà dare il via libera alla proroga del mandato di Schlein almeno fino alle politiche e, nella stessa occasione, la segretaria illustrerà i punti programmatici emersi dalla campagna di ascolto avviata in primavera. Sempre il 18 ottobre Avs presenterà il programma uscito dalla consultazione “Decidiamo!”. Poi arriverà la tre giorni dell’area dem a Montepulciano. Il tavolo della coalizione rischia così di entrare nel vivo soltanto a novembre. E a dirlo in chiaro oggi è anche l’ex premier: «Noi siamo pronti per il confronto sul programma, aspettiamo che anche nelle altre forze politiche si componga una idea di programma per incontrarci».

Il gelo tra i due leader

Il clima tra gli alleati, intanto, resta tutt’altro che disteso. Nel Movimento non è ancora stata digerita la relazione di Schlein di venerdì scorso. Rivendicando il peso del Pd nella coalizione, la segretaria aveva avvertito che nella scrittura del programma «non è che uno vale uno». «Una caduta di stile», la definiscono oggi in via di Campo Marzio.

Tra i dem, invece, cresce l’irritazione per le parole di Conte, che ha confermato pubblicamente il suo ultimo tentativo di evitare la sfida diretta: nel recente faccia a faccia con la segretaria, ha confermato l’ex premier dopo il retroscena di Repubblica, le ha effettivamente proposto un passo indietro comune e la ricerca di una «terza figura». Ricevendo in cambio un no come risposta. «Gualtieri? Non ho fatto nomi perché non c’è per lei questa disponibilità», ha detto.

Gelo che si è visto anche a Montecitorio. I due, incrociatisi casualmente all’uscita di un ascensore, oggi si sono scambiati poco più di un rapido saluto. Dopo qualche momento di imbarazzo di fronte ai cronisti, ognuno per la sua strada. Poi il dribbling della segretaria, «non rispondo, sono raffreddata».

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