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Il Gratta & Vinci da 10 milioni creato con due biglietti perdenti

08 Ottobre 2026 - 07:33 Alba Romano
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A processo a Roma un 50enne di Cosenza
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Rodolfo Bianchi, cosentino 50enne, è a processo con l’accusa di truffa a Roma. Avrebbe «assemblato un biglietto della lotteria istantanea denominata “Il Miliardario Maxi” Gratta&Vinci utilizzando due diversi biglietti, originariamente non vincenti – si legge nel capo di imputazione – affinché, al contrario, risultasse vincente per ottenere una vincita di 10.000.540 euro». Ma una verifica ha mandato all’aria il piano.

Il Gratta & Vinci da 10 milioni di euro

Il Messaggero racconta oggi nelle cronache romane che ieri si è svolta l’udienza con i testimoni che hanno risposto alle domande del pm Mario Pesci e dell’avvocato di parte civile Anna Russo di Lotterie nazionali srl, concessionario dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli di Stato. La storia comincia il 22 agosto 2019. Bianchi va all’Ufficio premi di Lotterie nazionali srl (con sede in viale del Campo Boario), esibendo un biglietto Gratta&Vinci della serie “Il Miliardario Maxi” con il quale reclama una vincita di oltre 10 milioni di euro.

Lo strappo

Ma il biglietto aveva un’anomalia. Il tagliando presentava uno strappo in senso orizzontale e parti unite con il nastro adesivo. C’erano «alcuni numeri nelle varie aree di gioco “maxi bonus” (numero 20) e “numeri vincenti” (56 e 19) che, in quanto corrispondenti a eguali numeri presenti nella stringa “I tuoi numeri”, con il moltiplicatore “X5“, consentiva apparentemente la vincita di 10.000.540 euro, come tra l’altro richiesto» dal signor Bianchi.

La denuncia

«Nella combinazione originale, tuttavia, il biglietto non era vincente ma piuttosto il risultato dall’assemblaggio di due diversi biglietti. Inoltre quella vincita non è neppure prevista tra i premi totali realizzabili dalla lotteria», si legge nella denuncia. La tentata truffa non è andata a segno «solo in virtù dei controlli effettuati per la verifica dell’autenticità del titolo». Per questo, secondo la Procura, l’imputato «poneva in essere atti idonei diretti in modo non equivoco a procurarsi un ingiusto profitto, non riuscendo nell’intento per cause indipendenti dalla sua volontà».

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