Papa Leone dopo l’annuncio della fucilazione in diretta di Nidal Hasan: «La pena di morte è inammissibile»
«La pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona». Nel giorno della Giornata mondiale contro la pena di morte, Papa Leone XIV ribadisce la posizione della Chiesa cattolica contro la pena capitale, con un messaggio pubblicato su X e accompagnato dall’hashtag #NoDeathPenalty. Un richiamo che arriva mentre negli Stati Uniti è tornato al centro del dibattito il caso di Nidal Hasan, condannato per la strage di Fort Hood del 2009, dopo l’annuncio della trasmissione in diretta streaming della sua esecuzione.
«Ci sono detenzioni efficaci»
«Il bene comune può essere tutelato e i requisiti della giustizia possono essere salvaguardati senza ricorrere alla pena capitale», scrive il pontefice. «Sono stati messi a punto sistemi di detenzione efficaci, che proteggono i cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono completamente ai colpevoli la possibilità di redimersi», aggiunge.
Il Vaticano contro la spettacolarizzazione delle esecuzioni
La presa di posizione del Papa arriva dopo le polemiche legate al caso Hasan e alla prospettiva di trasmettere pubblicamente la sua esecuzione. Già il giorno precedente, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin aveva definito «inaccettabile» la spettacolarizzazione della pena capitale, ribadendo la contrarietà della Chiesa alla pena di morte.
Chi è Nidal Hasan
Nidal Malik Hasan è stato condannato a morte per la strage compiuta nel 2009, quando uccise 13 militari e ne ferì altri 32. All’epoca aveva il grado di maggiore ed era uno psichiatra dell’esercito. Il 5 novembre di quell’anno entrò in un ambulatorio della base militare di Fort Hood, in Texas, dove diversi soldati aspettavano di sottoporsi agli ultimi controlli, e cominciò a sparare. Durante l’attacco fu ferito anche lui, riportando lesioni che lo hanno lasciato paralizzato e costretto sulla sedia a rotelle.
Perché Nidal Hasan è stato condannato alla pena di morte
Cittadino americano di origini palestinesi e di fede musulmana, Hasan si era progressivamente avvicinato agli ambienti dell’islam radicale. Si opponeva alle guerre in Iraq e Afghanistan e contestava l’impiego di soldati musulmani in operazioni militari contro altri musulmani. Il processo davanti alla corte marziale cominciò nell’agosto 2013. Hasan riconobbe di essere responsabile della strage e il 23 agosto venne giudicato colpevole di tutti i 45 capi d’imputazione. Cinque giorni dopo, il 28 agosto, fu condannato alla pena capitale.

