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Ex bonus Renzi non pagato: a chi spetta, come recuperarlo e quali possono essere i casi

13 Ottobre 2026 - 18:01 Michela De Marchi Giusto
Cosa c'è da sapere sul trattamento integrativo
Si possono ottenere fino a 1.200 euro entro il 26 ottobre. Il 730 presentato senza bonus non va annullato, ma il rimborso arriverà in busta paga
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Chi non ha ricevuto il trattamento integrativo, l’ex bonus Renzi, o ne ha incassato solo una parte, ha tempo fino al 26 ottobre per rimettere le cose a posto. La misura, confermata anche per il 2026, vale al massimo 1.200 euro l’anno, cioè 100 euro al mese, ed è esentasse. Un ammanco che può restare nascosto per mesi e che raramente dipende da una svista del datore di lavoro: più spesso l’azienda non sa che il dipendente ha un secondo contratto, un immobile affittato o detrazioni a cui ha diritto.

Cos’è il trattamento integrativo

Il trattamento è debuttato nel 2014 con l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi e riguardava 80 euro al mese per i dipendenti sotto certe soglie di reddito, 640 euro nell’anno d’esordio. L’anno successivo la misura è aumentata a 960 euro, mentre nel 2020 è diventata un trattamento integrativo. Poi nel 2022 la Legge di Bilancio ne ha modificato soglie e condizioni, fino a oggi che vale 100 euro al mese.

Chi ha diritto al trattamento

Nel trattamento rientrano i lavoratori dipendenti, alcuni titolari di redditi assimilati e chi ha ricevuto indennità di disoccupazione o ammortizzatori sociali. Sono invece esclusi i pensionati. Il parametro è il reddito complessivo, dove finiscono anche voci che si tendono a dimenticare: gli affitti tassati con cedolare secca, la quota esente di docenti, ricercatori e impatriati, le mance con imposta sostitutiva. Restano fuori l’abitazione principale e le sue pertinenze.

Quali sono le regole dell’ex bonus Renzi

Le regole cambiano per fasce di reddito. Fino a 15mila euro il bonus è automatico, ma l’imposta lorda su lavoro dipendente e redditi assimilati deve superare la detrazione da lavoro dipendente diminuita di 75 euro, in proporzione ai giorni lavorati. Chi è nella no tax area, fino a 8.500 euro, non ha nulla da recuperare: senza imposta da pagare manca la capienza fiscale e il diritto non nasce. Tra 15.001 e 28mila euro il beneficio scatta solo se la somma di alcune detrazioni (famigliari a carico, mutuo sulla prima casa, spese mediche, ristrutturazioni) supera l’imposta lorda. L’esito varia molto da famiglia a famiglia. Oltre i 28mila euro il bonus non spetta. Quando è dovuto, viene erogato in busta paga dal datore di lavoro, oppure dall’Inps per chi percepisce indennità come la Naspi, senza bisogno di domanda.

Perché il bonus può sparire

L’azienda calcola l’importo sui dati in suo possesso, ma ignora i redditi di un secondo impiego part time o di un piccolo appartamento affittato e non sa nulla delle detrazioni del lavoratore. Quanto spetta davvero si stabilisce solo a fine anno, sul reddito complessivo. Le sorprese riguardano soprattutto chi ha cambiato lavoro, ha più Certificazioni uniche o altri redditi. Gli scenari sono tre: il bonus non è stato pagato, è stato pagato in misura minore, oppure è stato riconosciuto sulla carta senza arrivare nel cedolino. In tutti e tre i casi la differenza si recupera.

Per fare chiarezza: alcuni esempi

Un dipendente con 14mila euro di reddito e dodici mesi di lavoro può avere diritto a 1.200 euro. Se in busta paga ne ha ricevuti 800, può recuperarne 400, purché il ricalcolo confermi il diritto all’importo pieno. Con 18mila euro di reddito il bonus non è più automatico: se le detrazioni per un figlio a carico superano l’imposta lorda di 300 euro, il trattamento teoricamente spettante è di 300 euro, non di 1.200. Con 8mila euro, invece, l’imposta lorda è di 1.840 euro (8.000 per il 23%). La soglia da superare è 1.880 euro, ossia la detrazione da lavoro dipendente di 1.955 euro meno 75. Il bonus non spetta.

Può accadere anche il contrario. Un lavoratore che nel 2025 ha cambiato impiego, con 9mila euro dal primo datore e 9mila dal secondo, può aver ricevuto 600 euro da ciascuna azienda, per un totale di 1.200. Con il 730 i redditi vengono sommati: 18mila euro complessivi significano che il bonus vale solo se ricorrono le condizioni della fascia superiore. In caso contrario, i 1.200 euro vanno restituiti, o la sola differenza se il diritto è parziale. Quando il trattamento risulta non spettante e supera i 60 euro, è prevista una trattenuta in busta paga in otto rate di pari importo, a partire dalla retribuzione che recepisce il conguaglio. Chi sa già di superare le soglie o ha più datori di lavoro farebbe bene a valutare la rinuncia al bonus, per evitare recuperi a fine anno.

Come capire la propria condizione

Per verificare la propria posizione bisogna consultare la Certificazione Unica 2026, relativa ai redditi 2025. Il campo 390 indica l’esito: il codice 1 significa che il datore ha riconosciuto e pagato il trattamento, anche solo in parte; il codice 2 che è stato riconosciuto ma non erogato, oppure negato. Il campo 391 riporta quanto è stato realmente incassato, ed è la cifra che conta. Il dato confluisce nel rigo C14 del quadro C del 730. Non serve compilare nulla in autonomia: un Caf o un professionista abilitato ricalcola il beneficio su redditi e detrazioni e stabilisce se c’è qualcosa da recuperare.

Cosa succede con il 730 già fatto

Il 730 presentato senza il bonus non va annullato. Se la correzione porta a un maggior credito, a un minor debito o lascia l’imposta invariata, serve la dichiarazione integrativa, presentabile solo tramite Caf o professionista abilitato. Se la rettifica va in senso opposto, con meno credito o più debito, serve il modello Redditi correttivo, un caso raro per questa agevolazione. Il rimborso arriva in busta paga tramite il sostituto d’imposta o, se non c’è un datore che possa erogarlo, direttamente dall’Agenzia delle Entrate. I tempi seguono il calendario dei rimborsi Irpef del 730/2026: l’accredito a novembre è da escludere, nei mesi successivi è atteso.

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