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Silvia Salis e la scelta della fecondazione assistita per il figlio che porta solo il cognome della madre: «Perché non c’è niente di cui vergognarsi»

13 Ottobre 2026 - 14:45 Antonia Verderosa
Silvia Salis e il figlio Eugenio
La sindaca di Genova racconta per la prima volta il percorso «non sempre lineare» per diventare madre. Un anno di tentativi con il marito Fausto Brizzi, poi la decisione di ricorrere alla procreazione assistita
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Per un anno Silvia Salis e il marito, il regista Fausto Brizzi, hanno provato ad avere un figlio. Le analisi non segnalavano problemi, ma la gravidanza non arrivava. Alla fine hanno deciso di ricorrere alla fecondazione assistita. È un capitolo della sua vita che la sindaca di Genova non aveva mai raccontato pubblicamente e che ora trova spazio in È già domani, il libro in uscita il 13 ottobre con Feltrinelli, di cui Repubblica ha anticipato alcuni passaggi.

Silvia Salis e la fecondazione assistita: come è nato il figlio Eugenio

«Per molto tempo avevo pensato alla maternità come a qualcosa che sarebbe arrivato naturalmente», scrive Salis, ripensando al percorso che nel 2023 l’ha portata alla nascita del figlio Eugenio. L’ex atleta olimpica racconta di aver creduto a lungo di poter aspettare il momento giusto, come accade spesso alle donne impegnate nella propria carriera: «È una convinzione diffusa, soprattutto tra le donne che hanno costruito la propria vita attorno a percorsi lavorativi intensi. Si crede che il tempo sia elastico, che le stagioni della vita possano essere spostate come appuntamenti su un’agenda. A un certo punto capisci che il corpo ha un suo calendario e che la maternità, come molte cose importanti, non è sempre una strada lineare».

La sindaca descrive le visite, le telefonate dei medici e l’attesa dei risultati, ma soprattutto l’incertezza che ha accompagnato quei mesi: «La fecondazione assistita è una tecnologia straordinaria, ma non è mai soltanto una questione tecnica. È un’esperienza emotiva complessa. Ogni passaggio ti mette davanti alla parte più vulnerabile di te». Anche quando è arrivata la notizia della gravidanza, racconta, la felicità è stata attraversata dall’incredulità: «Come se il corpo avesse deciso di ricordarmi che la vita, anche quando sembra complicarsi, trova sempre modi inattesi per andare avanti».

Perché Salis ha deciso di parlare della fecondazione assistita

Salis spiega di aver scelto di parlare del suo percorso anche per contribuire a superare il silenzio che spesso circonda la fecondazione assistita: «Non c’è niente di cui vergognarsi […] Per me è importante parlarne, così come ha fatto la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez nell’agosto scorso, condividendo sui suoi canali social il percorso di congelamento degli ovociti a trentasei anni». Una testimonianza che, secondo la sindaca, ha contribuito a riportare l’attenzione sui costi dei trattamenti e sulle tutele per chi decide di preservare la propria fertilità.

Perché il figlio di Silvia Salis ha il cognome della madre

Il figlio di Salis e Brizzi si chiama Eugenio Salis, proprio come il padre della sindaca, scomparso dopo aver trascorso quasi un anno e mezzo con il nipote. «Quando finalmente lo accolsi in braccio capii che il futuro aveva un nome. Quello di mio papà», scrive Salis. I due Eugenio, racconta, dormivano abbracciati ogni pomeriggio. Dopo la morte del nonno, la sindaca ha spiegato al figlio che il «nonno marinaio» era tornato nel mare che amava. E ora, quando il bambino esce sulla terrazza di casa e guarda le onde, le ricorda di salutarlo.

La scelta di dare al bambino il cognome materno, però, non è stata soltanto un omaggio al nonno. «Fausto e io abbiamo deciso di dare a Eugenio il mio cognome per dare un esempio, il nostro piccolo segnale per contribuire a una rivoluzione sociale», scrive Salis, richiamando la sentenza con cui nel 2022 la Corte costituzionale ha superato l’automatismo del cognome paterno. «Per secoli le donne hanno visto il proprio nome sparire nella genealogia familiare», osserva la sindaca. E precisa che la scelta «non significa affatto negare il ruolo del padre», ma riconoscere che maternità e paternità condividono le stesse responsabilità.