Scuola, il peso delle disuguaglianze sugli studenti: 80 punti di divario tra ricchi e poveri nei test Ocse. UniCredit Foundation investe 16 milioni
«La vera prova di un sistema educativo non è ciò che fa per i figli delle famiglie benestanti, ma quello che fa dove finisce l’asfalto». Andreas Schleicher, direttore per l’Istruzione e le Competenze dell’Ocse, parte da qui per spiegare una delle principali debolezze dei sistemi scolastici europei: la difficoltà di offrire le stesse opportunità ai ragazzi, indipendentemente dalla famiglia in cui nascono. E l’Italia non fa eccezione.
Secondo i dati PISA 2025, presentati ieri a Roma durante l’evento Beyond Academic Performance, organizzato da UniCredit Foundation insieme a Junior Achievement Europe e Teach For All, nelle prove di scienze gli studenti italiani provenienti dai contesti socioeconomici più avvantaggiati ottengono risultati superiori di 80 punti rispetto ai loro coetanei più svantaggiati.
Una distanza che racconta quanto le condizioni di partenza continuino a pesare sul futuro dei giovani. Ed è proprio per contrastare queste disuguaglianze che UniCredit Foundation ha annunciato un nuovo investimento di oltre 16 milioni di euro per i prossimi tre anni, rinnovando le partnership con le due organizzazioni impegnate nei programmi educativi in Europa.
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I risultati scolastici e il peso delle disuguaglianze nei dati Ocse
Nel complesso, i risultati medi degli studenti italiani sono rimasti sostanzialmente stabili rispetto al 2022 in matematica, lettura e scienze. Ma dietro le medie nazionali si nascondono differenze profonde. «Se vieni da una famiglia benestante, ottieni risultati paragonabili a quelli degli studenti in Corea o in Estonia. Se provieni da una famiglia svantaggiata, sei più vicino ai risultati di Paesi come Arabia Saudita, Azerbaigian, Malaysia o Messico», osserva Schleicher. Eppure, sottolinea il direttore dell’Ocse, non si tratta di un destino inevitabile: in Italia il 12% degli studenti provenienti dai contesti più svantaggiati riesce comunque a collocarsi tra quelli con i risultati migliori del Paese. Un fenomeno definito «resilienza accademica».
Il punto, secondo Schleicher, è che il successo scolastico non può essere misurato soltanto attraverso i voti e le competenze tradizionali. Contano anche la curiosità, la capacità di affrontare le difficoltà, la fiducia nelle proprie possibilità e il rapporto con gli insegnanti. In Italia il 70% degli studenti mostra quello che viene definito «growth mindset», ossia la convinzione che intelligenza e capacità possano migliorare attraverso l’impegno e l’apprendimento, contro una media Ocse del 69%. Ma paesi con risultati accademici simili possano avere livelli molto diversi di competenze socio-emotive: «I risultati accademici, da soli, non necessariamente preparano i giovani a ciò che conta davvero nella vita», avverte Schleicher.
L’allarme sull’intelligenza artificiale: «Non basta avere risposte già pronte»
A complicare il quadro c’è poi l’impatto delle nuove tecnologie. Secondo i dati illustrati durante l’evento, in Italia il 47% degli studenti dichiara di utilizzare chatbot basati sull’intelligenza artificiale per il proprio apprendimento almeno una volta alla settimana, una percentuale in linea con la media Ocse. Ma a preoccupare non è tanto la diffusione degli strumenti digitali, quanto il modo in cui vengono utilizzati. «Oggi l’intelligenza artificiale non ti fa necessariamente pensare di più. Ti fornisce risposte già pronte per renderti le cose più facili», osserva Schleicher. Il rischio, insomma, è che gli studenti rinuncino progressivamente all’autonomia di giudizio e alla capacità di verificare le informazioni.
Dai dati PISA emerge infatti una correlazione negativa tra l’utilizzo più intenso dell’intelligenza artificiale e i risultati scolastici. Il punto è la differenza tra un’IA che aiuta a formulare domande migliori e una che si sostituisce allo sforzo necessario per imparare: «Non si diventa più allenati guardando lo sport, ma praticandolo», è il paragone utilizzato dal direttore dell’Ocse. E per la scuola la sfida è la stessa: «L’istruzione non dovrebbe rendere le cose più facili, dovrebbe rendere le persone più forti».
L’investimento di UniCredit Foundation: oltre 16 milioni fino al 2029
È in questo scenario che si inserisce il rinnovo delle partnership di UniCredit Foundation con JA Europe e Teach For All. Ai 14 milioni di euro investiti tra il 2023 e il 2026 se ne aggiungeranno oltre 16 per il triennio 2026-2029, portando l’impegno complessivo a più di 30 milioni. Nella prima fase, secondo i dati diffusi dalla Fondazione, i programmi delle due organizzazioni hanno raggiunto complessivamente circa 580mila studenti, coinvolgendo 14mila insegnanti e 9mila scuole. Per il prossimo triennio l’obiettivo è ampliare ulteriormente la platea, arrivando a circa 727mila studenti e 15mila educatori coinvolti.
«Nessuno di noi, da solo, può risolvere le sfide educative che l’Europa si trova ad affrontare», sottolinea Silvia Cappellini, General Manager di UniCredit Foundation. La Fondazione, spiega, non vuole limitarsi a finanziare progetti, ma contribuire a sperimentare nuove soluzioni, mettendo in contatto scuole, famiglie, imprese e comunità locali. «Abbiamo la flessibilità per sperimentare, provare cose nuove e anche la libertà di sbagliare», osserva Cappellini, insistendo sull’importanza di misurare i risultati degli interventi per capire effettivamente quali modelli possano essere implementati in altri territori.
I progetti in Italia, con un’attenzione particolare al Sud
Nello specifico l’Italia sarà coinvolta in entrambe le partnership, con un’attenzione particolare alle aree caratterizzate da maggiori difficoltà economiche e sociali. Attraverso JA Italia, il programma «Re-Power Your Future» sarà esteso a sette regioni del Mezzogiorno: Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, Sicilia, Sardegna e Molise. L’obiettivo, spiegano, è raggiungere 55mila studenti di 75 scuole, puntando su percorsi di apprendimento pratico, orientamento e sviluppo delle competenze imprenditoriali. Nei tre anni precedenti il programma aveva già coinvolto in Italia 67.900 studenti di 358 scuole.
Teach For Italy, invece, continuerà a investire nella formazione degli insegnanti e nel rafforzamento delle comunità educanti, con l’obiettivo di formare 360 nuovi Teaching Fellows in Italia. Nell’anno scolastico 2025-2026 l’organizzazione ne ha formati 105 in 85 scuole di 17 regioni, raggiungendo già circa 7mila studenti.

