Ultime notizie Delitto di GarlascoGiorgia MeloniSigfrido RanucciUcraina
ATTUALITÀFascismoLombardiaMilanoNeofascismo

Saluti romani al corteo per Ramelli, perché sono stati assolti i 23 militanti di estrema destra

14 Ottobre 2026 - 17:45 Antonia Verderosa
assolti 23 per saluti romani al corteo per Ramelli
La Corte d'Appello di Milano conferma le assoluzioni per la commemorazione del 2019: «Nessun elemento di proselitismo». Ma per un corteo analogo, organizzato un anno prima, altri giudici avevano confermato 13 condanne
Google Preferred Site

Fare il saluto romano e rispondere alla chiamata del «presente» non basta, da solo, a configurare un reato. È quanto sostengono i giudici della Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni con cui hanno confermato l’assoluzione di 23 militanti di estrema destra che, il 29 aprile 2019, avevano partecipato al corteo in memoria di Sergio Ramelli, il giovane del Fronte della Gioventù ucciso nel 1975 da militanti di Avanguardia Operaia. Secondo la Corte, quei gesti richiamavano i rituali fascisti, ma non rappresentavano un pericolo concreto di ricostituzione del partito disciolto. Una conclusione diversa da quella raggiunta da altri giudici milanesi, che per una manifestazione analoga avevano invece confermato 13 condanne.

Perché sono stati assolti i 23 militanti per i saluti romani

Non basta che «il gesto sia simbolicamente riconducibile al bagaglio ideologico del fascismo». Per essere penalmente rilevante, spiegano i giudici, deve essere «concretamente idoneo a provocare adesioni e consensi favorevoli alla riorganizzazione del partito disciolto».

Nel corteo del 2019, secondo la seconda sezione della Corte d’Appello, questa condizione non si è verificata. I magistrati riconoscono che i saluti romani e la chiamata del «presente» erano «evocativi di rituali usuali del disciolto partito fascista», ma ritengono che si trattasse di gesti rivolti «esclusivamente ai defunti in segno di omaggio», senza «elementi di proselitismo o di riorganizzazione». Da qui la conferma delle assoluzioni «perché il fatto non sussiste», già pronunciate in primo grado nel novembre 2024 e impugnate dalla Procura. La sentenza d’appello risale al 10 luglio scorso, mentre le motivazioni sono state rese note oggi, 14 ottobre.

Le condanne per il corteo del 2018 e i verdetti opposti

A Milano, però, non tutti i processi per i saluti romani alle commemorazioni di Ramelli si sono conclusi allo stesso modo. Nel dicembre 2025, la quarta sezione della Corte d’Appello aveva confermato 13 condanne a quattro mesi di reclusione per i gesti compiuti durante il corteo del 29 aprile 2018.

In quell’occasione, la sostituta procuratrice generale Olimpia Bossi aveva sostenuto che «queste manifestazioni con centinaia di persone, schierate come formazioni paramilitari, non sono meramente commemorative, ma rappresentano un pericolo per l’ordinamento costituzionale». Una tesi condivisa dai giudici, che avevano confermato le condanne.

C’è poi un’altra particolarità. Per gli stessi fatti del 2019, cinque imputati che avevano scelto il rito abbreviato erano stati condannati in via definitiva nel 2023. Gli altri 23, processati con rito ordinario, sono stati invece assolti sia in primo grado sia in appello.

Quando il saluto romano è reato secondo la Cassazione

A cercare di fissare un criterio erano intervenute, nell’aprile 2024, le Sezioni Unite della Cassazione. La Suprema Corte aveva chiarito che il saluto romano e la chiamata del «presente» possono integrare il reato previsto dalla legge Scelba del 1952 quando, valutate le circostanze concrete, rappresentano un pericolo per la riorganizzazione del partito fascista. Il carattere commemorativo di una manifestazione, quindi, non basta automaticamente a escludere il reato. Conta il contesto: il numero dei partecipanti, le modalità della manifestazione e l’eventuale presenza di elementi di propaganda o proselitismo. È su questi aspetti che i giudici milanesi sono arrivati a conclusioni differenti. Per il corteo del 2018 è stato riconosciuto un pericolo per l’ordinamento costituzionale. Per quello del 2019, invece, la Corte non ha ravvisato la «concreta idoneità della manifestazione a determinare il pericolo di riorganizzazione» del partito fascista.