Ultime notizie AutotrasportatoriGiorgia MeloniGiovaniScontriUcraina
ESTERIAllargamento UeBosnia ed ErzegovinaUnione europea

Bosnia ed Erzegovina, l’eredità della guerra e le tensioni politiche: perché l’adesione Ue è lontana

24 Ottobre 2026 - 08:52 Michela De Marchi Giusto
Bosnia Erzegovina
Tre popoli, due entità politiche e nessun capitolo aperto per i negoziati con Bruxelles. Così il sogno europeo di Sarajevo resta al palo
Google Preferred Site

Candidata dal 2022 ad entrare nell’Unione europea, con negoziati aperti sulla carta dal 2024 ma di fatto al palo, la Bosnia ed Erzegovina nel 2025 ha attraversato la crisi politica più grave dagli Accordi di Dayton di 30 anni prima. Lo scorso 4 ottobre il Paese è tornato al voto per rinnovare tutte le cariche istituzionali, presidenza tripartita compresa. Ma la strada per Bruxelles resta bloccata e nessun capitolo dei negoziati per l’adesione stato aperto. Come siamo arrivati fin qui e cosa blocca il cammino della Bosnia ed Erzegovina verso l’Ue?

Bosnia ed Erzegovina, questa (s)conosciuta

Piccolo Paese montuoso dei Balcani occidentali, la Bosnia ed Erzegovina confina a nord e sud-ovest con la Croazia, a est con la Serbia e a sud-est con il Montenegro. A sud, invece, si affaccia sull’Adriatico con 20 chilometri di costa. La Bosnia è una regione in gran parte montuosa e dominata dalle Alpi Dinariche, con il punto più alto, il Maglić, che sfiora i 2.400 metri al confine col Montenegro. L’Erzegovina, la regione meridionale più piccola, ha un clima mediterraneo. La capitale del Paese è Sarajevo, dove vivono circa 350mila persone. Tra le altre città più importanti ci sono Banja Luka (capitale della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina), Tuzia, Mostar (capoluogo dell’Erzegovina) e Zenica.

Il nome del Paese viene dalle due regioni storiche che lo compongono, il cui confine non è mai stato tracciato con precisione. “Bosnia” deriva dal fiume Bosna, mentre “Erzegovina” dal titolo nobiliare herceg (“duca”) e significa letteralmente “la terra del duca”.

Dall’Impero ottomano al genocidio di Srebrenica

Abitato in epoca antica da popolazioni illiriche e celtiche, nel XIV secolo l’allora Regno di Bosnia era lo Stato più potente dei Balcani occidentali. Nel 1463 il Regno di Bosnia fu conquistato dall’Impero ottomano, sotto il cui dominio la regione rimase per oltre quattro secoli. In questo periodo l’Islam si diffuse in modo graduale: una parte consistente degli slavi locali si convertì, dando origine alla comunità musulmana da cui discendono i bosgnacchi di oggi. Il sistema ottomano riconosceva però alle comunità non musulmane (ortodossi, cattolici e dopo il 1492 gli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna) una certa autonomia religiosa, in cambio di un’imposta personale da corrispondere al’Impero. Nacque e fiorì così il ricco mosaico di fedi che ancora oggi caratterizza il Paese.

Nel 1878 il Paese fu annesso all’Austria-Ungheria. Sotto il dominio asburgico il Paese visse un’era di relativa stabilità politica con un sistema legislativo rinnovato e una modernizzazione generale. Ma la fine dell’era degli imperi arrivò proprio da Sarajevo. Le due guerre balcaniche del 1912-1913 furono il preludio al deterioramento politico della regione che sfociò, nel 1914, nella Prima guerra mondiale. Il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip, giovane nazionalista serbo bosniaco legato al movimento Giovane Bosnia, uccise l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austro-ungarico, in visita a Sarajevo. L’attentato fece scattare il sistema di alleanze che trascinò in guerra l’Europa intera. Dopo la Grande Guerra, la Bosnia entrò nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi rinominato Regno di Jugoslavia e guidato dal re Alessandro I fino al 1934. Nel 1941 il Paese fu invaso dall’Asse e poi inglobato nello Stato indipendente di Croazia, dipendente dalla Germania nazista e dall’Italia fascista.

In Bosnia la guerra si trasformò in un conflitto a più fronti, segnato da violenze di massa contro i civili. Il regime ustascia dello Stato indipendente di Croazia perseguitò soprattutto serbi, ebrei e rom, con deportazioni e uccisioni anche nel campo di Jasenovac, in territorio croato. Dall’altra parte, le formazioni cetniche, nazionaliste serbe e monarchiche, si resero responsabili di massacri contro musulmani e croati. Si stima che nel complesso in Bosnia ed Erzegovina tra il 1941 e il 1945 ci furono circa 316 mila morti, tra civili e combattenti, soprattutto serbi (164 mila), musulmani (75 mila) e croati (64 mila). La deportazione nazi-fascista colpì duramente anche la comunità ebraica storicamente insediata a Sarajevo, che fu quasi annientata (almeno 9mila vittime su 12 mila).

Contro l’occupazione e le violenze si organizzò la resistenza partigiana guidata da Josip Broz Tito, comunista croato nato a Kumrovec, nell’allora Impero austro-ungarico, da padre croato e madre slovena. Il suo movimento, che raccolse combattenti di ogni nazionalità e religione, ebbe in Bosnia ed Erzegovina uno dei centri principali. Con la fine dei combattimenti, la Bosnia ed Erzegovina divenne una delle sei repubbliche della Jugoslavia socialista di Tito, che guidò il Paese fino alla morte, nel 1980. Solo nel 1992, con la dissoluzione della Federazione jugoslava, un referendum, svoltosi tra il 29 febbraio e il 1° marzo, sancì l’indipendenza della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina, nome ufficiale fino agli Accordi di Dayton. I serbi, in gran parte contrari, boicottarono il voto perché volevano restare in uno Stato unico con la Serbia, mentre una parte dei croati puntava a legarsi alla Croazia.

Seguì una guerra durissima, dall’aprile 1992 alla fine del 1995, che ebbe due momenti tragici. Il  primo è l’assedio di Sarajevo, il più lungo di una capitale nella storia europea recente. Le forze serbo-bosniache circondarono la città dall’aprile 1992 al febbraio 1996, bombardandola dalle colline con artiglieria e cecchini. La popolazione visse per anni senza riscaldamento, acqua e cibo a sufficienza. Il bilancio è di oltre 11 mila morti, tra civili e militari, tra cui centinaia di bambini. La seconda fu il genocidio di Srebrenica, nel luglio 1995. La cittadina dell’est del Paese era stata dichiarata “zona sicura” dall’Onu nel 1993 e affidata a un piccolo contingente di caschi blu olandesi, il Dutchbat. L’11 luglio le truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić la conquistarono senza che i caschi blu, poco armati e senza il sostegno aereo della Nato, riuscissero a fermarle. Nei giorni successivi uomini e ragazzi musulmani furono separati dalle famiglie e uccisi: oltre 8 mila vittime, i cui corpi furono poi nascosti in fosse comuni: il peggior massacro in Europa dalla Seconda guerra mondiale.

Il conflitto si chiuse grazie all’intervento dell’Onu, della Nato e dell’Unione Europea con gli Accordi di Dayton del 1995, che ridisegnarono il Paese nell’assetto a due entità ancora oggi vigente e ne sancirono l’integrità e la sovranità. Inoltre, con gli accordi entrò in vigore la Costituzione della Bosnia ed Erzegovina. Il 2025 ne ha segnato il trentesimo anniversario. Una coincidenza carica di significato simbolico, arrivata proprio mentre il Paese affrontava la sua crisi istituzionale più seria dalla fine della guerra.

La commemorazione nazionale per il 31esimo anniversario del genocidio di Srebrenica – 11 luglio 2026 (Foto di Ansa)

Chi sono i bosniaci

Il Paese conta circa 3,4 milioni di abitanti, anche se il dato è controverso. Più della metà della popolazione vive in aree urbane, concentrate nella zona meridionale e centrale. Fuori dai confini della Bosnia ed Erzegovina, secondo i dati della Banca Mondiale, vivono circa 2 milioni di bosniaci: in gran parte manodopera qualificata che priva il Paese di lavoratori in settori come edilizia, metalmeccanica e sanità. Le mete principali di emigrazione sono Croazia, Serbia, Germania, Austria e Slovenia.

La popolazione è divisa in tre gruppi etnici e religiosi principali: bosgnacchi (musulmani, 50% della popolazione), serbi (ortodossi, 31%) e croati (cattolici, 15%). A loro si aggiungono 17 minoranze nazionali riconosciute, tra cui ebrei, rom, albanesi, montenegrini, ucraini e turchi. L’età media è di 45 anni nel 2025, contro i 35 del 2005: un invecchiamento rapido causato dalla combinazione di emigrazione dei più giovani e bassa natalità. L’aspettativa di vita resta comunque relativamente alta, intorno ai 78 anni.

Il mosaico del potere

Proprio per la presenza di questi tre “popoli costituenti”, la Bosnia ed Erzegovina ha sviluppato un modello di condivisione del potere unico in Europa. Il Paese è una democrazia parlamentare rappresentativa, divisa in due entità con ampia autonoma: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a maggioranza bosgnacco-croata e divisa in 10 cantoni, con capitale Sarajevo, e la Republika Srpska, a maggioranza serba e composta da 7 regioni, con capitale Banja Luka. Si ha poi il distretto autonomo di Brčko, nel nord-est del Paese, un assetto che non ha eguali in Europa, pensato per tenere insieme un Paese uscito da una guerra sanguinosa. Anche la lingua riflette questa divisione interna. Nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina si parla principalmente bosniaco e croato con alfabeto latino. Mentre nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina sono più diffusi serbo e bosniaco con alfabeto cirillico.

Le due entità godono di larghissima autonomia. Hanno ciascuna una propria Costituzione, un Presidente con due vicepresidenti, un Parlamento (bicamerale nella Federazione, monocamerale nella Republika Srpska) e un governo. Condividono alcune istituzioni comuni, limitate a politica estera, dogane e politica monetaria.

Il potere esecutivo è affidato a una presidenza tripartita con un membro per ciascun gruppo etnico, che si alternano alla guida ogni otto mesi. Il potere legislativo è affidato a un’Assemblea parlamentare bicamerale (Camera dei rappresentanti e Camera dei popoli), eletta con sistema proporzionale. Al di sopra di questo impianto c’è una figura sovranazionale, l’Alto Rappresentante, che ha il compito di vigilare sull’attuazione di Dayton ed è scelto dalla comunità internazionale. Ha poteri legislativi ed esecutivi così ampi (compreso quello di destituire funzionari eletti) da essere stato paragonato a un viceré. Proprio contro questa figura che punta l’ostilità dei nazionalisti serbo-bosniaci.

Chi comanda in Bosnia: le ultime elezioni

Lo scorso 4 ottobre la Bosnia ed Erzegovina è tornata alle urne per rinnovare tutte le cariche istituzionali: i tre membri della presidenza dello Stato con un serbo della Republika Srpska e un croato e un bosgnacco della Federazione; il presidente della Repubblica Republika Srpska; i parlamenti dello Stato, della Federazione, della Republika Srpska e dei cantoni. I tre politici uscenti della presidenza erano Denis Bećirović (bosgnacco), Željko Komšić (croato) e Željka Cvijanović (serba).

I cittadini bosniaci al voto lo scorso 4 ottobre per rinnovare tutte le cariche politiche del Paese (Foto Ansa)

Secondo i risultati preliminari della Commissione elettorale centrale, in attesa della certificazione ufficiale, il voto ha confermato in buona parte gli equilibri esistenti. Il bosgnacco Denis Bećirović, esponente del Partito socialdemocratico (Sdp), è stato riconfermato nella presidenza, battendo Bakir Izetbegović, leader del nazionalista Partito d’azione democratica (Sda). La serba Željka Cvijanović, dell’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd) di Dodik, è in rotta per un secondo mandato. Cambia invece il volto del seggio croato: Darijana Filipović, dell’Unione democratica croata (Hdz Bih), subentra a Komšić. Alle elezioni politiche il Sda è il primo partito, seguito da Snsd e Sdp. Mentre in Republika Srpska il candidato dell’Snsd Savo Minić è in testa nella corsa alla presidenza dell’entità.

Bosnia-Erzegovina in Ue, la candidatura e gli ostacoli

Con la fine del conflitto, la Bosnia ed Erzegovina fu posta sotto tutela internazionale e l’Ue si impegnò nella sua ricostruzione con l’invio di una forza militare, una missione di polizia e fondi per riorganizzare il sistema giudiziario, politico e amministrativo del Paese più colpito dalle guerre balcaniche. L’avvicinamento di Sarajevo a Bruxelles iniziò nel 2007 con l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione, a cui seguì una riforma della polizia chiesta dall’Ue. L’accordo, però, restò congelato fino al 1° giugno 2015 a causa della sentenza Sejdić-Finci.

Nel 2009 la Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì che la Costituzione bosniaca era discriminatoria, perché permette solo a bosgnacchi, serbi e croati di candidarsi alla presidenza e a una delle due camere del Parlamento, escludendo ebrei, rom e altre minoranze. L’Ue chiese di cambiarla prima di far partire l’accordo, ma i partiti dei tre gruppi non riuscirono a trovare un’intesa. Lo stallo si ruppe nel 2014, dopo le proteste di piazza contro la crisi economica e la corruzione. Su proposta di Germania e Regno Unito, l’Ue smise di chiedere subito la riforma costituzionale e domandò ai leader bosniaci di impegnarsi per iscritto su riforme concrete, come lavoro, giustizia e pubblica amministrazione. La modifica della Costituzione non fu cancellata, ma rinviata.

La domanda di adesione ufficiale arrivò solo il 15 febbraio 2016. Nel maggio 2019 la Commissione formulò il suo parere, indicando 14 priorità fondamentali su Stato di diritto, funzionalità delle istituzioni, diritti fondamentali e riforma della pubblica amministrazione, come tabella di marcia per avviare i negoziati. Nel giugno 2022 i leader Ue chiesero ai partiti bosniaci di attuare rapidamente un accordo politico e completare con urgenza la riforma costituzionale ed elettorale. Ancora oggi, però, questa non è stata attuata.

Il presidente della Presidenza tripartita Šefik Džaferović e i membri della Presidenza Željko Komšić e Milorad Dodik accolgono la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a Sarajevo il 28 ottobre 2022 (Foto di Ansa)

Nel dicembre 2022 il Consiglio Ue ha infine concesso alla Bosnia ed Erzegovina lo status di Paese candidato, con la richiesta di portare avanti le 14 riforme indicate dalla Commissione. Nel novembre 2023 Bruxelles ha raccomandato di avviare i negoziati non appena Sarajevo avesse rispettato i criteri di adesione e nel marzo 2024 i leader europei hanno dato un via libera politico. Il passo decisivo però non c’è stato. I negoziati di adesione partono solo quando il Consiglio approva il quadro negoziale, il documento che fissa regole e fasi del percorso. E l’organo che rappresenta i governi Ue ha chiarito che lo farà soltanto dopo che la Bosnia avrà completato le misure chieste dalla Commissione nell’ottobre 2022. Finché questo non succede, non si può aprire nemmeno un capitolo.

Le autorità bosniache non hanno sin qui intrapreso le azioni necessarie per far partire concretamente il processo, dunque il percorso rimane a un punto di stallo. A differenza di altri Paesi anche della regione balcanica, la Bosnia ed Erzegovina non ha quindi mai visto aprirsi un capitolo negoziale e non ha un orizzonte temporale definito per un possibile ingresso nell’Ue. Il sostegno interno all’adesione resta comunque solido. Secondo l’ultimo sondaggio della Direzione per l’integrazione europea della Bosnia-Erzegovina dello scorso giugno, il 74,4% dei cittadini bosniaci si dice favorevole. Ma il dato nasconde una frattura profonda. Nell’ultima rilevazione con il dettaglio per entità, il sostegno sfiorava l’83% nella Federazione, mentre nella Republika Srpska si fermava al 46%.

La crisi del 2025

A pesare sul cammino verso l’Ue è stata la crisi esplosa nel 2025, al culmine di uno scontro che durava da due anni. Nel giugno 2023 il parlamento della Republika Srpska, guidato dall’allora presidente Milorad Dodik, approvò due leggi. La prima impediva la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’entità delle decisioni dell’Alto Rappresentante, la seconda negava valore sul suo territorio alle sentenze della Corte costituzionale bosniaca. L’Alto Rappresentante internazionale, Christian Schmidt, le annullò il 1° luglio e modificò il Codice penale, rendendo reato la mancata applicazione delle sue decisioni. Dodik firmò comunque i decreti che promulgavano quelle leggi. La Procura di Bosnia ed Erzegovina lo incriminò l’11 agosto 2023, il processo si aprì il 5 febbraio 2024 e si concluse il 26 febbraio 2025 con la condanna: un anno di carcere e sei di interdizione dai pubblici uffici.

Milorad Dodik, presidente dell’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti, dopo l’annuncio dei risultati preliminari delle elezioni generali a Banja Luka, in Bosnia-Erzegovina. (Foto di Ansa)

La reazione della Republika Srpska è stata durissima: il parlamento dell’entità approvò leggi per bloccare l’operatività di giustizia e polizia statali sul proprio territorio. Nel mentre, la Procura bosniaca aprì un’indagine contro Dodik per attacco all’ordine costituzionale, con tanto di mandati d’arresto, in una tensione che rischiò di sfociare in uno scontro diretto tra polizia statale e Ministero dell’Interno della Republika Srpska. La crisi si disinnescò solo quando Dodik accettò di testimoniare e le leggi contestate furono ritirate. Secondo lo stesso Schmidt, resta la crisi istituzionale più grave dalla fine della guerra.

La crisi ha bloccato il cammino europeo in modo concreto. Dopo la sentenza di febbraio, la coalizione di governo a livello statale si è spaccata e la dinamica delle riforme si è fermata. A luglio 2025 la Commissione europea ha trattenuto 108 milioni di euro del Piano di crescita per i Balcani occidentali proprio perché la Bosnia non aveva presentato un piano di riforme comune. Dopo un primo stop da parte del Consiglio dei ministri bosniaco, con il voto contrario del partito di Dodik, l’agenda è stata adottata a ottobre. La Commissione ha poi avvertito che altri 373,9 milioni di euro dell’allocazione bosniaca sono a rischio, se Sarajevo non completa il quadro giuridico e istituzionale necessario. L’Ue ha ribadito che il verdetto è vincolante e va rispettato. Nel frattempo restano da approvare due leggi europee e da nominare il capo negoziatore, passaggi necessari perché il Consiglio adotti il quadro negoziale e si possa aprire il primo capitolo.

L’economia e il peso della guerra

Definita dalla Banca Mondiale un’economia upper-middle income, la Bosnia ed Erzegovina cresce a ritmi moderati: +2,1% nel 2025, con proiezioni intorno al 3% entro il 2028. Sul piano strutturale, però, pesano il ruolo delle imprese statali che assorbono gran parte della forza lavoro qualificata, una forte emigrazione verso l’estero che crea carenza di manodopera in settori come edilizia e sanità, e un debito pubblico in aumento dopo gli extra-costi per le alluvioni del 2024. Le radici di queste difficoltà affondano nella guerra di fine Novecento. Le stime parlano di danni per l’equivalente di oltre 350 miliardi di euro attuali e di un Pil dimezzato nel giro di pochi anni. Prima del conflitto la repubblica jugoslava della Bosnia era tutt’altro che marginale. Sotto Tito e il presidente Džemal Bijedić era stata sviluppata una solida industria metallurgica, con una quota rilevante degli impianti dell’intera Federazione jugoslava e un export ad ampio raggio già negli anni Settanta e Ottanta. Quella base produttiva non si è mai davvero ricostituita e il Paese continua a scontarne le conseguenze.

La moneta ufficiale è il marco convertibile e lo stipendio netto medio è di circa 1.691 marchi convertibili (864 euro). I settori meglio pagati sono informazione, comunicazione e servizi finanziari, i peggio pagati turismo, ristorazione ed edilizia. La disoccupazione resta appena sopra il 13%, mentre la crescita occupazionale ha rallentato bruscamente, dall’1,4% del 2023 allo 0,4% nei primi otto mesi del 2024. L’inflazione, dopo il picco del 14,9% nel 2022, è scesa all’1,4% nel 2024. Un aiuto arriva dal marco convertibile, legato all’euro da un cambio fisso e coperto da riserve: un sistema (il currency board) che impedisce di creare moneta senza copertura.

Circa due terzi del Pil vengono dai servizi, dal commercio al turismo, mentre il resto è soprattutto industria. Il cuore produttivo è il comparto metalmeccanico ed elettrico, con acciaio, ferro, alluminio, strutture metalliche e componenti per l’auto. Nel 2023 il primo bene esportato è stato l’elettricità (523 milioni di dollari), seguita da cavi isolati, sedili per auto, strutture in ferro e mobili, venduti soprattutto a Germania, Croazia, Serbia, Austria e Slovenia. C’è poi una piccola, ma crescente, industria della difesa, erede di quella jugoslava, che produce soprattutto munizioni: nel 2024 ha esportato beni per circa 200 milioni di euro.

L’agricoltura pesa per il 4,7% del Pil e il 17,6% dell’occupazione, ma non basta a rendere la Bosnia ed Erzegovina autosufficiente. Il Paese resta un importatore netto di prodotti alimentari. L’Unione europea è il primo partner commerciale, con quasi due terzi dell’interscambio complessivo. Seguono i Paesi dell’accordo Cefta (Central European Free Trade Agreement) per il libero scambio, di cui fanno parte oltre alla Bosnia ed Erzegovina anche Albania, Kosovo, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro e Serbia. Il turismo è in crescita, ma resta modesto. Nel 2025 la Bosnia ed Erzegovina ha accolto quasi 2 milioni di visitatori. A trainare è Sarajevo: nel 2025 gli arrivi in città sono aumentati del 5% e i passeggeri dell’aeroporto del 34%. Tra le altre mete ci sono Mostar con il suo ponte vecchio, Medjugorje, meta di pellegrinaggio cattolico, e la natura, con cascate, fiumi per il rafting e le montagne reste note anche dalle Olimpiadi invernali del 1984.

Carbone e fiumi come fonti energetiche del Paese

La Bosnia ed Erzegovina ha due risorse energetiche principali: riserve di carbone stimate in circa 5 miliardi di tonnellate e fiumi con cui produce elettricità idroelettrica. Circa il 60% dell’elettricità arriva da centrali a carbone, mentre l’idroelettrico ha fornito il 29% ed eolico e solare restano intorno al 6%. Il carbone è anche un prodotto d’esportazione: nel primo trimestre 2025 le vendite all’estero, soprattutto verso la Serbia, sono raddoppiate rispetto all’anno prima, a circa 235mila tonnellate. Questo fattore, però, comporta conseguenze sulla salute dei cittadini. Secondo la Banca Mondiale, l’inquinamento dell’aria causa circa 3.300 morti premature all’anno, quasi il 10% dei decessi.

Inoltre, questo sistema è in contrasto con le regole europee. Con la dichiarazione di Sofia del 2020, la Bosnia ed Erzegovina si è impegnata a uscire dal carbone entro il 2050. A oggi, però, non si è arrivati a stabilire un piano nazionale per energia e clima: la bozza è del 2023 e a fine 2024 non era stata ancora adottata. A maggio 2025 la Banca Mondiale ha approvato un prestito di circa 80 milioni di euro per sostenere per sostenere il piano e la transizione, con l’obiettivo del 43,6% di rinnovabili nella produzione elettrica al 2030. Nel frattempo, sul Paese pesa anche la tassa sul carbonio alle frontiere che l’Ue ha introdotto dal 1° gennaio 2026, e colpisce anche l’elettricità importata da Paesi fuori dall’Unione. La Bosnia ed Erzegovina non paga direttamente l’imposta, al contrario dei i suoi clienti europei. Di conseguenza l’elettricità bosniaca prodotta col carbone diventa meno conveniente. Questo ulteriore elemento, spinge Sarajevo a preparare un piano energetico alternativo.

Il clima instabile e gli eventi estremi

Negli ultimi dieci anni le temperature medie annue sono aumentate e le precipitazioni sono cambiate, rendendo le alluvioni sempre più frequenti. Il Paese ha già vissuto eventi estremi: la siccità del 2012, che ha dimezzato i raccolti di alcune colture, le inondazioni del maggio 2014, con oltre 2 miliardi di euro di danni, un milione di persone colpite e circa 90mila sfollati, e poi ancora il nubifragio di ottobre 2024, che ha causato 26 morti a Donja Jablanica. Il rischio è destinato ad aumentare. Secondo la Banca Mondiale, nei Balcani occidentali le temperature medie potrebbero salire fino a 4 gradi entro fine secolo, con più siccità, meno produzione agricola e meno energia idroelettrica, proprio la fonte su cui la Bosnia fa più affidamento dopo il carbone. Costruire difese e adattarsi costerebbe tra lo 0,6 e l’1% del Pil ogni anno fino al 2050. Un prezzo alto per un Paese con conti pubblici fragili e istituzioni divise.

L’intervento degli operatori di soccorso durante le inondazioni a Donja Jablanica il 5 ottobre 2024 (Foto di Ansa)

Foto di copertina: Una cerimonia di commemorazione del genocidio di Srebrenica – L’Aja, 11 luglio 2018 (Ansa/Epa – Bart Mat)

leggi anche