Chi è e cosa vuole Gadi Eisenkot, l’ex generale che ora punta a governare Israele
«Se questi saranno i risultati definitivi, si tratterà di una vittoria per la maggioranza sionista in Israele. Agirò immediatamente per attuare la decisione del popolo e sostituire Netanyahu al governo». È bastata mezz’ora a Gadi Eisenkot per «prenotare» la vittoria dopo la chiusura dei seggi alle elezioni in Israele. Il suo partito Yashar, secondo gli exit poll principali, emergerebbe in realtà come il secondo partito del Paese, dietro al Likud di Benjamin Netanyahu. Ma la coalizione che si oppone al premier uscente sarebbe nel complesso in vantaggio, accreditata di 52-53 seggi. E qualora rompesse il tabù sulla collaborazione con i partiti arabi – diretti verso un risultato storico di 17-18 seggi – potrebbe contare su una solida maggioranza di una settantina di seggi (su 120). Eisenkot in quel caso – tutto da costruire – diventerebbe il prossimo primo ministro d’Israele. O potrebbe diventarlo presto qualora il presidente della Repubblica Herzog constatasse lo stallo e rimandasse il Paese al voto. Ma chi è e cos’ha in mente Eisenkot?
La carriera nell’esercito e la «dottrina Dahyeh»
Gadi Eisenkot ha 66 anni e proviene da una famiglia di ebrei marocchini. Dettaglio importante, perché se riuscisse a formare un governo diventerebbe il primo premier israeliano mizrachi, cioè con radici famigliari non in Europa ma in Nordafrica e Medio Oriente – spezzando uno stigma frustrante per un macro-gruppo etnico che rappresenta ormai quasi metà del Paese. Buona parte della sua vita Eisenkot l’ha spesa nell’esercito. Arruolato a 18 anni nella Brigata Golani, ha scalato via via le gerarchie militari: comandante del Comando Nord dal 2006, vice capo di stato maggiore dal 2011, infine capo di stato maggiore dal 2015 al 2019. Negli ambienti militari e di sicurezza viene ricordato tra l’altro per aver plasmato la cosiddetta «dottrina Dahyeh», ossia la teoria della guerra asimmetrica con cui Israele si arroga la prerogativa di esercitare una forza sproporzionata per schiacciare milizie terroristiche asserragliate in sobborghi civili, anche distruggendo infrastrutture civili. Derivata dal nome del quartiere di Beirut roccaforte di Hezbollah, è stata poi seguita da Israele anche a Gaza contro Hamas.

Il salto in politica e il gabinetto di guerra con Netanyahu
Dopo la fine del suo mandato al vertice dell’Idf, Eisenkot nel 2020 è entrato in politica, unendosi inizialmente alla formazione del suo predecessore a capo dell’esercito, Benny Gantz, e venendo eletto in Parlamento. Dopo la catastrofe del 7 ottobre, con l’assalto di Hamas nel sud di Israele che fece 1.200 vittime e 250 rapiti, Netanyahu chiamò anche lui – in virtù della sua esperienza – a far parte del gabinetto di guerra di unità nazionale. Due mesi dopo, con i combattenti a Gaza che infuriavano, Eisenkot perse in guerra un figlio, Gal, 25 anni. Pochi giorni dopo, anche due nipoti. Accusò il colpo durissimo, ma continuò a partecipare alle riunioni del gabinetto. Quella sofferenza personale, mai provata da Netanyahu il cui figlio Yair non ha mai servito nell’esercito e vive in esilio dorato a Miami, lo ha reso via via sempre più vicino agli israeliani. A giugno 2024, Eisenkot decise di abbandonare il gabinetto di unità nazionale in aperta polemica con Netanyahu, accusato di giocare con le vite degli ostaggi per aver perso diverse opportunità di chiudere un accordo di tregua almeno temporanea con Hamas.
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Il partito Yashar e l’ascesa nei sondaggi
A settembre 2025 Eisenkot ha lanciato il suo partito: Yashar!, ossia “onesto”, “retto”. Previsto come possibile alleato degli altri partiti di opposizione a Netanyahu – quelli dei «navigati» Yair Lapid, Naftali Bennett, Yair Golan e Avigdor Lieberam – Eisenkot è cresciuto via via nei sondaggi fino a emergere dalla primavera come principale competitor di Netanyahu. Il premier non a caso lo ha messo sempre più nel mirino della sua campagna elettorale. Poco abituato a parlare in inglese, ancor meno a trascinare folle, Eisenkot ha dovuto «improvvisarsi» leader dell’opposizione – tra comizi, attività social e interviste. È rimasto però fedele a se stesso: concretezza e pragmatismo, zero spazio a follie così come a idealismi. Agli israeliani traumatizzati dal 7 ottobre e stremati da tre anni di guerre, ha proposto di ricucire le ferite con un governo «razionale». In concreto, ha promesso loro di abrogare le leggi di riforma della giustizia varate dalla destra che avevano spaccato il Paese nel 2023, e di istituire la tanto attesa commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. E sul piano internazionale di riportare Israele nella «famiglia delle nazioni» dopo gli strappi diplomatici. Il che non corrisponde però a significative aperture di credito ai palestinesi.

La linea di Eisenkot su Gaza e Cisgiordania
Sulla Cisgiordania, Eisenkot ha detto che adotterà il «pugno di ferro» contro il terrorismo, sia palestinese che ebraico. Poi, che evacuerà «immediatamente» tutti gli insediamenti illegali nelle Aree A e B (quelle controllate in tutto o in parte dall’Autorità nazionale palestinese), così da «creare le condizioni per un’intesa permanente in futuro» che preveda qualcosa che va da un regime di autonomia a un «quasi-Stato» palestinese, purché esso non abbia un esercito e sia sotto il chiaro controllo di sicurezza di Israele. Pur usando toni meno agguerriti di Netanyahu e dei suoi alleati, ha chiarito in varie interviste di essere contrario alla nascita di uno Stato palestinese, e dunque alla soluzione due popoli due Stati. Quanto a Gaza, la linea di Eisenkot è di continuità rispetto agli impegni presi con gli Stati Uniti: avanti con l’implementazione del piano Trump, ossia col ritiro graduale dell’esercito e l’ingresso di una forza multinazionale, ma solo a condizione che Hamas ceda le armi e il potere nella Striscia.
In copertina: Gadi Eisenkot parla ai suoi sostenitori al comizio di fine campagna elettorale – Tel Aviv, 25 ottobre 2026 (Ansa/Epa – Abir Sultan)

