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Israele al voto, la figlia dell’ostaggio che strinse la mano a Hamas: «Cambiare Netanyahu non basterà» – L’intervista

27 Ottobre 2026 - 16:25 Francesca Mannocchi
Foto che mostra una manifestazione di famiglia di ostaggi rapiti da Hamas
Nella giornata del voto Francesca Mannocchi ha intervistato Sharone Lifschitz, figlia dell'ostaggio diventato uno dei simboli del post 7 ottobre
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Da Ramat Gan (Israele) – Il 23 ottobre 2023, dopo diciassette giorni di prigionia nei tunnel di Gaza, Yocheved Lifshitz si voltò verso uno degli uomini di Hamas che l’avevano tenuta in ostaggio, gli strinse la mano e pronunciò una parola: shalom. Pace. Aveva 85 anni, era stata trascinata fuori dalla propria casa nel kibbutz di Nir Oz, suo marito Oded era ancora prigioniero. Quel gesto, ripreso dalle telecamere e trasmesso in tutto il mondo, divenne una delle immagini più emblematiche delle settimane successive al massacro del 7 ottobre. La capacità di riconoscere un essere umano nell’uomo che l’aveva privata della libertà sembrava appartenere a un’idea di Israele che la guerra avrebbe reso sempre più marginale.

Tre anni dopo, mentre gli israeliani votano per scegliere il prossimo governo, sua figlia Sharone Lifschitz, cresciuta a Nir Oz e da anni residente a Londra, torna a quella stretta di mano per interrogarsi sul Paese che Israele è diventato. Sulla normalizzazione dell’odio, sulla perdita di fiducia nella possibilità di una convivenza con i palestinesi. E soprattutto sulla responsabilità di una classe politica che, secondo lei, ha trasformato il trauma collettivo del 7 ottobre in una condizione permanente della vita nazionale.

«La mancanza di responsabilità è un cancro nel nostro cuore. Sta uccidendo lo Stato d’Israele», dice Sharone. Il voto di oggi, secondo lei, mette in discussione la tenuta dello Stato di diritto, la capacità delle istituzioni di rispondere ai cittadini e di accertare le responsabilità politiche e militari del 7 ottobre. Da tre anni le famiglie degli ostaggi e le comunità del confine con Gaza chiedono una commissione nazionale d’inchiesta indipendente. Vogliono sapere perché l’esercito non arrivò a proteggere i loro cari e perché tanti ostaggi che avrebbero potuto tornare vivi sono morti durante la prigionia. Le stesse domande attraversano la storia della famiglia Lifshitz, che nell’arco di tre anni ha conosciuto il massacro, il rapimento, la liberazione e la morte.

La famiglia Lifshitz e la convivenza necessaria con i palestinesi

Oded Lifshitz aveva contribuito a fondare Nir Oz negli anni Cinquanta, quando il kibbutz era ancora un esperimento socialista nel deserto del Negev, a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza. Aveva combattuto quattro guerre nell’esercito israeliano, senza mai rinunciare alla convinzione che la sicurezza del suo paese dipendesse dalla capacità di raggiungere un accordo con i palestinesi. Giornalista e militante della sinistra sionista, aveva difeso quella posizione anche quando incontrare i rappresentanti dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina significava sfidare le leggi israeliane. Aveva creduto negli accordi di Oslo e nella nascita di uno Stato palestinese, continuando a coltivare i rapporti con gli abitanti di Gaza anche dopo il fallimento del processo di pace. Fino a tarda età aveva accompagnato i malati della Striscia negli ospedali israeliani. Per lui, la convivenza con i palestinesi era una condizione necessaria per garantire un futuro allo Stato che aveva contribuito a costruire.

Sharone dice che suo padre Oded era cresciuto nella generazione che aveva costruito Israele, aveva fiducia nello Stato e nelle sue istituzioni, soprattutto nell’esercito. La mattina del 7 ottobre, mentre gli uomini di Hamas entravano a Nir Oz, disse che i soldati sarebbero arrivati presto a salvarli. Nessuno arrivò. Fu rapito e ucciso durante la prigionia. Il suo corpo tornò in Israele nel febbraio 2025, dopo 502 giorni. Sua moglie Yocheved lo seppellì nel kibbutz che avevano costruito insieme, accanto alle case incendiate e ai giardini abbandonati.

Per Sharone, «il fallimento dello Stato il 7 ottobre è inseparabile dalle scelte politiche e militari compiute nei tre anni successivi», durante i quali il governo non è riuscito a garantire il ritorno degli ostaggi e ha continuato a sottrarsi a un’indagine indipendente sulle proprie responsabilità. È convinta che suo padre, come molti altri, avrebbe potuto essere salvato e che le famiglie abbiano il diritto di sapere quali decisioni abbiano compromesso quella possibilità. La commissione nazionale d’inchiesta che chiede da tempo dovrebbe ricostruire non soltanto le responsabilità dell’esercito e del governo nel massacro del 7 ottobre, ma anche quelle maturate durante una guerra nella quale la sorte degli ostaggi è rimasta subordinata alle scelte della leadership politica.

Il progressivo spostamento a destra della società israeliana precede il 7 ottobre, ma il massacro compiuto da Hamas e i tre anni di guerra hanno radicalizzato una trasformazione già in corso. Per Sharone, la paura ha avuto un ruolo decisivo nel consolidare l’idea che la sicurezza di Israele possa essere garantita soltanto attraverso la forza militare e che qualsiasi prospettiva di accordo con i palestinesi sia destinata a fallire. Il trauma del 7 ottobre ha rafforzato una percezione collettiva dei palestinesi come una minaccia indistinta: è in questo clima che la disumanizzazione ha assunto dimensioni che Sharone non avrebbe mai immaginato, fino a rendere socialmente accettabili discorsi e posizioni che negano ai palestinesi il riconoscimento della loro stessa umanità. «Non avrei mai previsto un tale livello di odio e di disumanizzazione», dice. E questa radicalizzazione riflette anche l’assenza di una proposta politica credibile capace di dimostrare agli israeliani che esiste un’alternativa alla prosecuzione indefinita del conflitto.

L’assenza di un’alternativa

Sharone non è convinta che l’opposizione israeliana sia in grado di offrire un’alternativa politica all’altezza della crisi attraversata dal paese. I partiti che puntano a sostituire Netanyahu condividono l’obiettivo di porre fine al suo governo, senza avere una visione comune del futuro di Israele e soprattutto del rapporto con i palestinesi. Una nuova maggioranza potrebbe affrontare la crisi delle istituzioni democratiche e istituire la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre che le famiglie delle vittime chiedono da tre anni. La questione dell’occupazione resta però sostanzialmente assente dal confronto elettorale, anche tra le forze che si propongono di governare dopo Netanyahu. È una contraddizione che attraversa da decenni la politica israeliana: governi diversi hanno amministrato e consolidato il controllo sui territori palestinesi senza affrontare la necessità di una soluzione politica. Per questo, anche un’eventuale sconfitta di Netanyahu potrebbe segnare una discontinuità nella politica interna senza produrre alcun cambiamento significativo nella vita dei palestinesi e nelle condizioni che perpetuano il conflitto.

Durante i lunghi mesi della prigionia del padre, e poi dopo la notizia della sua morte, Sharone Lifschitz è diventata una delle voci israeliane più riconoscibili nel tentativo di sottrarre il dibattito sulla guerra alla contrapposizione tra le vittime dei due popoli. Nell’aprile 2024, scrivendo sul Guardian in occasione della Pasqua ebraica, aveva chiesto ai leader israeliani e palestinesi di riconoscere la sofferenza reciproca e di restituire alla politica la responsabilità di cercare un accordo. Nel settembre dell’anno successivo aveva denunciato il pericolo che la prosecuzione della guerra rappresentava per gli ostaggi ancora prigionieri e per i civili di Gaza. Al secondo anniversario del 7 ottobre, la sua riflessione si era concentrata sull’odio che ormai domina il confronto pubblico, in Israele come all’estero, e sulla crescente difficoltà di difendere i diritti dei palestinesi senza che questo venga interpretato come una giustificazione del massacro di Hamas, o di denunciare quel massacro senza che ciò venga considerato un sostegno alla guerra israeliana.

È una polarizzazione che Sharone conosce anche attraverso l’esperienza britannica, dove vive da anni e dove ha denunciato la diffusione dell’antisemitismo e la tendenza di una parte dell’opinione pubblica a negare o minimizzare le responsabilità di Hamas. In Israele osserva il processo inverso: il trauma del 7 ottobre è diventato per una parte della società una ragione per non riconoscere la sofferenza dei palestinesi e per accettare la devastazione di Gaza come una conseguenza inevitabile della guerra. In entrambi i casi, il dolore delle vittime viene utilizzato per stabilire quali vite meritino solidarietà e quali possano essere escluse da qualunque considerazione morale. È proprio questa gerarchia dell’umanità che Sharone contesta, convinta che abbia contribuito a rendere sempre più lontana qualsiasi possibilità di soluzione politica del conflitto. A Nir Oz la casa dei suoi genitori è ancora distrutta. Dall’altra parte del confine, Gaza è devastata. Sette, otto milioni di ebrei e altrettanti palestinesi continueranno a vivere tra il Mediterraneo e il Giordano, indipendentemente dal governo che uscirà dalle urne. È da questa realtà che Sharone chiede di ripartire. Perché gli israeliani possono scegliere un altro primo ministro. Dovranno comunque decidere come vivere con i palestinesi con cui condividono la terra, e quale Paese intendono diventare nel tentativo di rispondere a questa domanda.

(Nella foto, Yocheved Lifshitz, la moglie di Oded Lifshitz. Entrambi furono rapiti da Hamas il 7 ottobre 2023 nel kibbutz di Nir Oz/ ANSA)