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Israele, Eisenkot davanti al bivio: governare con i voti arabi o salvare Netanyahu – L’analisi

01 Novembre 2026 - 08:26 Francesca Mannocchi
Gadi Eisenkot
I numeri per un governo alternativo ci sono, ma servono i voti dei partiti arabi. L'analisi di Francesca Mannocchi
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Per mandare a casa Netanyahu, i suoi avversari devono decidere se sono disposti a far contare i voti arabi. Finché la risposta resta no, il premier può continuare a governare senza aver più una maggioranza e aspettare che chi aveva promesso di sostituirlo accetti di condividere il potere con lui. È su questa scelta che si apre la trattativa per il prossimo governo israeliano: fra la possibilità di un esecutivo sostenuto dai partiti arabi e quella di un’unità nazionale che riconsegni a Netanyahu un posto al vertice.

La partita di Herzog e l’ipotesi di un governo con Netanyahu

Al blocco Netanyahu sono andati 53 seggi, alle opposizioni 48, alle liste arabe 19. Per formare un governo alternativo, Gadi Eisenkot deve accettare il sostegno che aveva escluso in campagna elettorale e convincere i propri alleati a fare altrettanto. Se quel rifiuto resterà fermo, crescerà la pressione per un accordo con Netanyahu. A spingere verso un’intesa potrebbe essere il presidente Isaac Herzog, al quale spetta scegliere chi incaricare di formare il governo. Il giorno dopo le elezioni ha chiesto ai partiti di arrivare alle consultazioni con la mente aperta, indicando come priorità quella di evitare un nuovo voto. In quel richiamo c’è lo spazio per un’iniziativa che superi le alleanze della campagna elettorale e avvicini il Likud e il partito di Eisenkot, eventualmente con Bennett e Lapid, anche attraverso una rotazione alla guida dell’esecutivo. La scelta del primo incarico diventa così parte di una trattativa più ampia, nella quale Herzog potrebbe cercare di trasformare la paura di nuove elezioni nella disponibilità a governare insieme. Per favorire quell’accordo, Herzog potrebbe usare anche la richiesta di grazia con cui Netanyahu ha cercato di ottenere la fine del processo per corruzione. Il presidente non ha ancora risposto e potrebbe legare quella decisione alle concessioni del premier sulla formazione del governo. La trattativa sull’unità nazionale arriverebbe così a comprendere quanto Netanyahu sia disposto a cedere del proprio potere in cambio della possibilità di uscire dal processo.

La prima mossa: togliere al Likud la guida della Knesset

Secondo Channel 13, Eisenkot potrebbe ricevere il primo incarico e trovarsi subito davanti alla scelta che ha escluso durante la campagna elettorale. I suoi 48 deputati non bastano per formare un governo. Per ottenere la fiducia con i voti arabi dovrebbe cambiare posizione e convincere Bennett e Lieberman a fare altrettanto. Dopo la consegna dei risultati ufficiali, prevista per il 4 novembre, Herzog consulterà i partiti e sceglierà chi incaricare. Se toccherà a Eisenkot, avrà 28 giorni, prorogabili di altri quattordici, per cercare una maggioranza. Se il rifiuto del sostegno arabo resterà fermo, quelle settimane potrebbero consumare il suo tentativo e avvicinare l’intesa con Netanyahu che Herzog potrebbe favorire per evitare nuove elezioni. Prima che quelle settimane diventino un altro vantaggio per Netanyahu, Eisenkot potrebbe cercare di togliergli il controllo del Parlamento. Secondo Ynet, i suoi uomini stanno discutendo con quelli di Bennett e Lieberman la sostituzione di Amir Ohana, esponente del Likud e presidente della Knesset, quando la nuova assemblea si insedierà il 10 novembre. La carica permette di influire sul calendario dei lavori e sul percorso delle leggi. Eleggere un successore consentirebbe alle opposizioni di far avanzare le proprie iniziative mentre Netanyahu continua a guidare il governo uscente. Il premier dovrebbe così negoziare davanti a un Parlamento nel quale i suoi avversari hanno già dimostrato di poter decidere insieme.

Il nodo dei voti arabi e la strada per un governo di minoranza

Anche per eleggere un nuovo presidente servono i voti arabi. Se almeno 61 deputati chiedono la votazione, Ohana non può impedirla aspettando che si formi un governo, come ha stabilito la Corte Suprema nel 2020. Per raggiungere quei numeri, le opposizioni hanno bisogno delle liste arabe. Eisenkot, Bennett e Lieberman cercano dunque un accordo che consenta di accettarne i voti per cambiare la guida della Knesset senza impegnarsi a usarli per formare il governo. Sarebbe una prima concessione alla realtà delle urne, con la quale sottrarre potere a Netanyahu e verificare quanto siano superabili i propri veti. Se l’opposizione non riuscisse a collaborare con le liste arabe neppure su questa scelta, diventerebbe ancora meno credibile la sua capacità di costruire un governo alternativo e più forte la pressione per un accordo con il premier.

La collaborazione che le opposizioni stanno valutando per sostituire Ohana potrebbe infatti consentire anche la nascita di un governo Eisenkot. Gli otto deputati di Ra’am porterebbero il suo campo a 56 voti, sufficienti a superare i 53 del blocco Netanyahu se la Lista Comune si astenesse e tutti gli alleati rimanessero compatti. Per renderla praticabile servirebbe un accordo con partiti dei quali una parte dell’opposizione ha escluso il sostegno. Anche l’apertura di esponenti ultraortodossi a un’astensione favorevole a Eisenkot impone una scelta difficile. I contatti sono ancora preliminari e cercano un compromesso sulla leva degli studenti religiosi, proprio mentre le opposizioni hanno fatto della fine delle esenzioni una promessa centrale. Ciascuna strada verso il governo chiede di rinunciare a qualcosa con cui si è chiesto il voto.


Con queste premesse, Israele si avvia verso settimane di negoziati nelle quali Netanyahu potrà aspettare che i tentativi di sostituirlo falliscano, rendendo più forte la pressione per un governo di unità nazionale. Eisenkot dovrà dimostrare di saper usare la maggioranza parlamentare prima che la paura di nuove elezioni convinca i suoi alleati a cercare un accordo con il premier. La questione palestinese, rimossa dalla campagna elettorale, torna a decidere il futuro del governo. Pur di escludere i voti dei rappresentanti palestinesi, le opposizioni potrebbero finire per governare con Netanyahu, rinunciando a mandare a casa l’uomo che avevano promesso di sostituire.

(Nella foto: Gadi Eisenkot/ ANSA)