Ultime notizie AutotrasportatoriGiorgia MeloniGiovaniScontriUcraina
ESTERIBenjamin NetanyahuIntervisteIsraeleMedio Oriente

Israele premia ancora Netanyahu. Il demografo Della Pergola: «Ora butti fuori Ben Gvir. Il voto arabo? Un bagno di realtà» – L’intervista

28 Ottobre 2026 - 12:54 Simone Disegni
Netanyahu Ben Gvir
Ribaltato il quadro previsto da sondaggi e exit poll. Il docente a Open: «Una Waterloo per l'opposizione: ma ora serve un governo di unità nazionale»
Google Preferred Site

Altro che rinnovamento. Ha vinto ancora lui: Benjamin Netanyahu. Non abbastanza da poter formare subito un governo, certo. Ma il pallino politico, 30 anni dopo la prima vittoria elettorale, resterà ancora in mano al capo del Likud. «È stata la Waterloo dei sondaggisti: per tre anni hanno alimentato una visione del quadro politico sballata, e pure negli exit poll hanno preso una cantonata», commenta sconsolato Sergio Della Pergola, professore emerito all’Università Ebraica di Gerusalemme ed esperto di demografia israeliana. «Ma pure la Waterloo del sionismo democratico e liberale», ossia dell’opposizione, che correndo frastagliata ha perso l’occasione storica di battere Netanyahu dopo la catastrofe del 7 ottobre. I sondaggisti avranno tempo di leccarsi le ferite. Gli israeliani e il mondo intero devono elaborare ben più in fretta che al governo, fino a prova contraria, resterà ancora Netanyahu.

Dunque, Prof. Della Pergola, ancora lui.

«Sì, Netanyahu ci ha stupito e probabilmente lui stesso è rimasto stupito. Ha vinto di nuovo lui, anche se in questo momento il Paese è ingovernabile così com’è. Il risultato finale lo sapremo però venerdì mattina, dopo il conteggio dei voti in busta chiusa – quelli di soldati di leva e riservisti, diplomatici e marinai, e di coloro che erano fuori casa e quindi hanno votato fuori sede».

Circa 650mila voti ancora da conteggiare, il 10% del totale: possono ancora spostare il risultato?

«Faranno calare l’aliquota degli arabi e quella dei charedim (ultraortodossi, ndr) nel prossimo Parlamento. Chi guadagnerà saranno i due blocchi principali: tra i soldati c’è forse una tendenza a votare più a destra, ma tra i riservisti – che sono la popolazione civile – no. Quindi i numeri finali saranno leggermente differenti, con le due coalizioni principali che potrebbero avere qualche seggio in più».

Netanyahu quindi potrebbe avvicinarsi ancora di più alla maggioranza?

«Sì, anche lo spostamento di un seggio è importante al fine di creare poi un eventuale governo. Se Netanyahu coi suoi alleati si trova alla fine ad avere 56 o 57 voti, per arrivare a 61 il passo non è poi tanto lungo, e si tratterà allora di vedere i copioni possibili per il dopo».

Che scommessa politica tenterà ora Netanyahu?

«Partiamo dal presupposto che il capo dello Stato Herzog darà a lui, leader del partito e della coalizione più votati, il mandato di provare a formare un governo. Netanyahu ha già detto cosa vuole: un “ampio governo di destra”, che tradotto vuol dire “il mio governo e poi chi vuole si unisce, alle mie condizioni”. I risultati elettorali vanno proprio in questo senso, e gli consegnano il coltello dalla parte del manico, perché finché non si forma un nuovo governo, o se si dovesse tornare a elezioni, lui resta comunque al comando per l’ordinaria amministrazione».

Sergio Della Pergola, demografo e professore emerito all’Università Ebraica di Gerusalemme

Quindi aumenterà la pressione perché qualcuno accetti di unirsi a un nuovo governo Netanyahu pur di evitare di tornare alle urne. Chi potrebbe farlo, e a quali condizioni?

«Si tratta di vedere col buon senso come si possono limitare i danni. Un governo Netanyahu più arabi è praticamente improponibile. Un governo più ampio di alleanza nazionale a priori è stato negato da tutti, Netanyahu compreso. Ma per il bene del paese, e aggiungo per gli ebrei della Diaspora, un ampio governo sarebbe certamente la soluzione migliore, e l’esclusione di Ben Gvir è assolutamente imperativa. Più difficile che Netanyahu riesca ad escludere anche Smotrich».

Basterebbe questo per convincere qualche formazione o singoli parlamentari candidati nel fronte opposto?

«Non è affatto detto, ovvio. Escludiamo possa fare il salto Avigdor Lieberman, che dopo aver lavorato per anni a fianco di Netanyahu ha rotto con lui e tra i due c’è ora un odio personale. Né lo farà ovviamente la sinistra di Yair Golan. Restano in lizza Naftali Bennett, o una parte del suo partito se Yair Lapid (alleato nella lista “Insieme”, ndr) non ci stesse, e Gadi Eisenkot. La cosa è contraria a tutti i suoi princìpi, e personalmente anche ai miei, ma a un certo momento bisogna pensare al bene del Paese, e del popolo ebraico: di fronte al tracollo di credibilità del Paese e all’impennata di antisemitismo nel mondo bisogna che in Israele ci sia stabilità e ragionevolezza, e dunque penso che ora il suo atto di leadership sarebbe quello di entrare in un governo del genere».

L’altra grande sorpresa del voto è stata l’affluenza di massa degli arabi. Come la interpreta?

«Sì, un’affluenza senza precedenti che fa del voto degli arabi il vero voto vincente, l’ago della bilancia per il futuro del Paese. Se in passato il fatto di votare meno poteva creare un’impressione di disagio e di non appartenenza, questa volta c’è stato un voto pieno e quindi la piena partecipazione alla democrazia israeliana. Mi pare una grande lezione a chi parla in continuazione di “apartheid”: una vergognosa distorsione da parte dei media e anche della politica».

Netanyahu però ha battuto per tutta la campagna elettorale e pure a urne aperte sul «pericolo» che gli arabi israeliani rappresenterebbero, e pure Eisenkot e i suoi hanno escluso ogni collaborazione. Dove può portare in concreto per Israele questo exploit di voti?

«Ci porta alla necessità di una presa d’atto che purtroppo manca in Israele, perché è governato dalla paura, da illusioni e da utopie. Bisogna guardare in faccia alla realtà e rendersi conto della situazione reale in Israele: gli arabi sono più del 20 per cento e hanno un ruolo crescente nella vita civile di tutti. Io ogni venerdì faccio un giro nel quartiere (a Gerusalemme, ndr): vado in tintoria e converso amabilmente con un lavandaio arabo, poi vado a fare la spesa e compro la carne strettamente casher da un macellaio arabo, vado a fare scorta di medicine e il farmacista è inevitabilmente un arabo. Per non parlare di chi lavora negli ospedali, nella polizia o nei trasporti pubblici. Perfino all’ufficio centrale di statistica di Israele il numero 2 e il numero 4 sono arabi! Il fatto di ignorare che tutti noi viviamo a contatto e usufruiamo dell’apporto professionale di arabi, e di conseguenza fare un governo senza nessun contatto con questa gente, è semplicemente assurdo. Quindi svegliamoci e prendiamo atto che questa è la composizione del nostro Paese. Sarà un matrimonio difficile però bisogna andare avanti e cercare di cogliere questa mano che viene tesa, pur senza disconoscere le differenze».

Chi aveva previsto invece di dover fare sempre più i conti politici con gli ultra-ortodossi, vista la loro crescita demografica prorompente, pare essersi sbagliato.

«Sì, se i dati saranno confermati gli charedim hanno perso due seggi, quindi l’automatica equazione incremento demografico / incremento parlamentare non funziona. Questo perché una parte del loro voto è stato disperso in piccole liste contrarie all’establishment, e poi perché Shas in particolare ha avuto un certo collasso: partito eterogeneo, in parte charedi e in parte di sefarditi tradizionali che però fanno l’esercito, ha perso probabilmente una parte di questi ultimi per via della linea estremista assunta da Aryeh Deri negli ultimi tempi, di no assoluto al servizio militare. Quei voti probabilmente sono andati al Likud, che così ha portato via tre seggi a Shas, compensando almeno in parte i voti che Netanyahu avrà perso rispetto al 2022 finiti a Bennett o Eisenkot. Detto ciò, in prospettiva nei prossimi anni gli charedim continueranno ad aumentare, dunque il tema del loro peso crescente si porrà».

leggi anche