Israele, la destra e la Palestina: le due facce di un Paese che non sa più come stare insieme – L’analisi di Francesca Mannocchi
Da Tel Aviv – O la destra o la Palestina. Netanyahu ha chiuso la campagna con questa alternativa sui cartelloni di tutto il paese, e con Palestina non intendeva uno Stato. Intendeva un governo che dipendesse dai voti dei cittadini arabi d’Israele, il quinto della popolazione che il premier ha trasformato in una minaccia interna. Alle sei del mattino, con un terzo delle schede scrutinate, gli israeliani gli hanno restituito la risposta che non prevedeva. Destra e Palestina. Il Likud è il primo partito e il blocco di Netanyahu sale a 59 seggi, molto oltre i 50 che gli exit poll gli attribuivano alle dieci di sera. Le liste arabe, Ra’am e Lista Comune, raggiungono la rappresentanza più alta mai ottenuta alla Knesset, quasi il doppio della legislatura uscente. Nessuno arriva a 61.
Netanyahu e il diritto di restare sulle stesse posizioni
I due termini che dovevano escludersi sono i due vincitori del voto, e la loro coesistenza dice di Israele più di qualunque coalizione nascerà da qui. Il primo termine è Netanyahu. Arriva a questo voto con un carico che in qualunque democrazia avrebbe chiuso una carriera. Il più grave fallimento di sicurezza nella storia dello Stato è avvenuto sotto il suo governo, e il suo governo ha impedito per tre anni una commissione d’inchiesta statale che ne accertasse le responsabilità. Su di lui pende un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per i crimini commessi a Gaza. È imputato per corruzione. Gli ostaggi sono stati per due anni la ferita aperta del Paese e la misura della sua impotenza. Ha perso seggi rispetto al 2022, e resta il centro di gravità della politica israeliana. Il voto per lui va letto per ciò che offre. Offre il perdono, e più del perdono la fine delle domande. Una società che dal 7 ottobre avrebbe dovuto chiedersi cosa abbia reso possibile quel giorno, cosa abbia fatto a Gaza in suo nome, quale Stato stia diventando, trova in Netanyahu la garanzia che quelle domande resteranno inevase. Tutto è perdonato perché nulla deve essere guardato. Le responsabilità vengono spostate fuori, a Gaza, a Beirut, a Teheran, e dentro, sugli elettori arabi che ieri il premier descriveva in decine di messaggi come una massa che corre alle urne per rubare l’elezione. Chi vota Netanyahu compra il diritto di restare quello che pensa di essere. È la forma più profonda del suo consenso, più solida della promessa di sicurezza.
Nella notte Netanyahu, parlando ai suoi nel quartier generale del Likud a Gerusalemme, ha definito proibito un governo che si appoggi ai partiti arabi. Non mette in discussione il conteggio dei voti, mette in discussione chi abbia diritto di essere contato nell’agone politico, e nel farlo divide il Paese in due corpi distinti, quello che vota e quello che decide. I cittadini arabi appartengono al primo e restano esclusi dal secondo, le loro schede valgono per lo spoglio e perdono valore nel momento in cui potrebbero determinare un governo.
La sorpresa dei palestinesi d’Israele
Il secondo termine sono i palestinesi cittadini d’Israele, un quinto della popolazione. Da sempre vivono nella posizione di chi appartiene a uno Stato senza esserne considerato parte, cittadini sul passaporto e minaccia demografica nel discorso pubblico. Il 7 ottobre ha reso questa ambiguità insostenibile. Hanno visto Gaza distrutta da uno Stato di cui portano il passaporto, spesso con parenti dall’altra parte. Hanno visto gli omicidi moltiplicarsi nelle loro città mentre il ministero della Sicurezza nazionale era affidato a Itamar Ben-Gvir. Hanno sentito il proprio voto descritto come un furto. Per decenni la loro risposta è stata l’astensione, una posizione politica precisa, il rifiuto di legittimare le istituzioni di uno Stato che con la legge sullo Stato-nazione del 2018 riserva ai soli ebrei il diritto all’autodeterminazione. Nel 2019 l’affluenza araba era scesa sotto il 50 per cento, nel 2022 si era fermata al 53. Ieri, secondo la stima di Canale 12, ha toccato l’80. È il voto di chi non si fida delle istituzioni più di prima e ha concluso che la scheda resta l’ultimo luogo in cui la propria esistenza dentro lo Stato non può essere negata.
Il paradosso è tutto qui. Questa parte del Paese emerge perché è stata negata. Più la destra l’ha nominata come pericolo, più è diventata soggetto politico. Più il governo l’ha esclusa, più si è compattata. Mansour Abbas ha ringraziato Ben-Gvir e Smotrich per il record di Ra’am, ed è il riconoscimento più esatto della notte. Il voto arabo dice poco della fiducia nella democrazia israeliana. Dice che restare fuori era diventato più pericoloso che entrare, e che l’unico modo per non essere cancellati era farsi contare.
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L’opposizione di Eisenkot schiacciata
Tra i due termini resta schiacciata l’opposizione. Gadi Eisenkot ha combattuto Netanyahu accettandone l’alternativa. Ha dichiarato Ra’am e Lista Comune partner impossibili, ha escluso lo Stato palestinese con la stessa nettezza del premier. Naftali Bennett e Avigdor Lieberman hanno giurato che non si appoggeranno mai a partiti non sionisti. Il blocco del cambiamento ha chiesto agli israeliani di scegliere la destra senza Netanyahu, e si ritrova con i seggi che gli mancano nelle mani di chi ha promesso di non poter accettare. I cittadini arabi hanno votato in massa per far cadere un governo sapendo che chi lo avrebbe sostituito li considerava irricevibili. Netanyahu, nel frattempo, li cerca. Abbas ha raccontato a Canale 12 di essere stato contattato da un esponente di primo piano della destra. L’opposizione ha pensato di poter battere Netanyahu restando dentro il suo mondo, cambiando l’uomo al vertice senza toccare l’idea di Paese che lui ha costruito. Gadi Eisenkot ha chiesto agli israeliani di voltare pagina promettendo che nulla di essenziale sarebbe cambiato: nessuno Stato palestinese, nessun partito arabo al governo, una maggioranza sionista come unica fonte di legittimità. Ha immaginato una vittoria tutta interna alla società ebraica israeliana, come se il problema di Israele fosse Netanyahu e non la domanda che Netanyahu ha passato trent’anni a rimuovere: cosa fare di milioni di palestinesi, quelli sotto occupazione e quelli con il passaporto israeliano. È la presunzione antica del centro israeliano, l’illusione che la questione palestinese possa restare fuori dalla politica, amministrata come un dossier di sicurezza e mai affrontata come una questione di cittadinanza e di giustizia. Bennett e Lieberman l’hanno ripetuta giurando che non si sarebbero mai appoggiati a partiti non sionisti, convinti che bastasse dichiarare irrilevante un quinto del Paese per renderlo tale. I cittadini arabi hanno risposto andando a votare in una misura che non si vedeva da decenni, e il loro voto ha fatto esattamente ciò che l’opposizione voleva ottenere da sola: ha impedito a Netanyahu di avere la maggioranza. Il blocco del cambiamento si ritrova così con una vittoria che non può rivendicare senza nominare chi l’ha resa possibile, e con la scelta che ha rinviato per tutta la campagna. Riconoscere quei voti significa ammettere che la fine di Netanyahu passa per la fine del paradigma che lo ha reso possibile. Ignorarli significa consegnargli di nuovo il Paese.
Fino al giuramento di un nuovo governo Netanyahu resta primo ministro con pieni poteri, e se nessuno troverà i 61 seggi il paese tornerà alle urne, la strada che ha già percorso cinque volte tra il 2019 e il 2022 restando al suo posto. Israele esce da questa notte con le due metà della propria verità sedute nella stessa aula. Una ha votato per non doversi più guardare. L’altra ha votato perché era l’unico modo per essere vista. Netanyahu aveva chiesto al Paese di scegliere tra le due. Il Paese gli ha risposto che sono la stessa storia.
(Nella foto: Arabi di Israele che protestano contro l’attacco a Gaza, luglio 2025 EPA/ATEF SAFADI)

