La scuola può evitare che un ragazzo diventi Neet? I segnali da riconoscere e le storie di chi lotta contro l’abbandono
Una ragazza che lavora fino alle tre o alle quattro di notte in un fast food perché ha bisogno di guadagnare, e che a un certo punto non riesce più ad alzarsi in tempo tutte le mattine per andare a scuola. Un ragazzino di prima media che arriva a saltare 5 giorni su 6 di scuola, nonostante fuori da quelle mura continui a coltivare amicizie e passioni. Una studentessa che va bene in alcune materie, ma ha così tanta paura di sbagliare davanti ai compagni da trincerarsi nel silenzio. Sono storie diverse, accomunate da una difficoltà che non sempre si manifesta con brutti voti o bocciature. A volte il distacco dalla scuola comincia con qualche assenza, altre con la paura di esporsi, altre ancora con condizioni personali e familiari difficili. Non tutti questi ragazzi abbandoneranno gli studi o rischiano di diventare dei Neet, cioè giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. La grande sfida che si trovano ad affrontare le scuole è, infatti, decodificare i sintomi e prevenire la deriva. Capire quando una banale assenza diventa una fuga, quando un’insufficienza maschera un disagio più profondo o quando chi siede in classe è, mentalmente, già altrove.
Le storie di chi rischiava di lasciare la scuola
La prima storia la racconta a Open Mariagrazia Castelvedere, docente di sostegno all’istituto Vincenzo Capirola di Leno, in provincia di Brescia. La sua studentessa aveva bisogno di lavorare, ma i turni notturni le rendevano sempre più difficile frequentare le lezioni. A permetterle di proseguire gli studi è stato un intervento finanziato con i fondi del Pnrr per il contrasto alla dispersione scolastica. La scuola ha organizzato degli incontri pomeridiani, dalle 14 alle 16, dando alla ragazza la possibilità di recuperare ciò che perdeva durante la mattina, senza dover rinunciare al lavoro. Si è diplomata e oggi lavora. Le altre storie arrivano invece dal progetto Top, sostenuto da Fondazione Cariplo, che affianca agli studenti in difficoltà tutor universitari online, fuori dall’orario scolastico, come supporto allo studio. Il programma è uno degli interventi di prevenzione sostenuti nell’ambito della Sfida di Mandato ZeroNeet, che punta a contrastare il rischio che i giovani escano dai percorsi di istruzione e formazione senza trovare un’alternativa nel mondo del lavoro. «La cosa più importante era non perderlo», racconta Genet Antognazza, una delle tutor, a proposito del ragazzino di prima media che seguiva e che ormai frequentava la scuola al massimo un giorno a settimana. «Prima ancora di recuperare le materie o migliorare i voti, bisognava evitare che si allontanasse ulteriormente dalla scuola. Anche quando saltava un incontro, l’obiettivo era continuare a cercarlo e proporgliene un altro».
Dal disagio scolastico al rischio di diventare Neet
Il legame tra difficoltà scolastiche e rischio di diventare Neet in futuro non è automatico, ma esiste. La stessa definizione di Neet comprende giovani con età, percorsi e condizioni personali molto differenti, rendendo difficile individuare caratteristiche che permettano di prevedere chi finirà in questa condizione. Le ricerche del settore, però, indicano che tra i fattori da tenere sotto osservazione per prevenire il fenomeno, c’è proprio l’andamento scolastico, soprattutto quando si accumulano ritardi, competenze insufficienti in italiano e matematica, bocciature, fino all’eventuale abbandono degli studi.
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Abbandono scolastico: a che punto è l’Italia
Negli ultimi anni l’Italia ha registrato una progressiva riduzione dell’abbandono precoce dell’istruzione. Secondo gli ultimi dati Eurostat, nel 2025 l’8,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni aveva conseguito al massimo la licenza media e non frequentava alcun percorso di istruzione o formazione, contro il 9,8% del 2024 e il 14,2% del 2020. Un calo che ha permesso all’Italia di scendere al di sotto della media europea, attestata al 9,1% nel 2025. Il Paese ha così raggiunto il precedente obiettivo europeo di ridurre l’abbandono precoce sotto il 9%, ma resta ancora al di sopra del nuovo traguardo fissato dal Consiglio dell’Unione europea nel giugno 2026, che prevede di portare il tasso sotto l’8% entro il 2030. Uno dei passaggi più delicati è quello tra la scuola media e le superiori. È proprio intorno ai 14-15 anni che il rischio di dispersione diventa particolarmente elevato.

I primi segnali: non soltanto brutti voti e assenze
Ma come si riconosce uno studente che sta cominciando ad allontanarsi dalla scuola? Non sempre i primi segnali arrivano dai voti. «Ci sono due piani, quello del rendimento, che è un po’ più oggettivo, e quello psicologico, relazionale e umano», spiega a Open Gianmarco Martelloni, dirigente scolastico dell’istituto Capirola. «Il primo si manifesta quando cominciano ad accumularsi le insufficienze, aumentano le assenze o gli studenti consegnano le verifiche in bianco, senza nemmeno tentare di rispondere. Ma è soprattutto il secondo aspetto a essere più difficile da interpretare. Dipende molto dal tipo di ragazzo», osserva Martelloni, che invita a prestare attenzione ai cambiamenti d’umore e di comportamento, fino allo «spostamento verso il fondo della classe, non tanto per far casino ma per sparire». Spesso i due aspetti, spiega il preside, «si manifestano contemporaneamente», ma non sempre sono facili da riconoscere. «In un ragazzo esuberante è più facile leggere questo tipo di cambiamento. In un ragazzo che già prima era timido e riservato non è così semplice intuire da che cosa derivi», aggiunge.
Le differenze tra licei e professionali
A conoscere bene queste situazioni è la docente Mariagrazia Castelvedere, che negli anni ha seguito da vicino studenti a rischio di abbandono, riuscendo in gran parte dei casi a riportarli sui banchi. Secondo l’insegnante, le difficoltà possono manifestarsi in modo diverso anche a seconda del percorso scolastico. «Negli istituti professionali arrivano spesso ragazzi già poco motivati, che si iscrivono quasi per dovere, senza sapere bene che cosa vogliono fare in futuro», racconta. Nei licei, invece, il disagio può essere meno riconoscibile. «A volte è più difficile accorgersene, perché le prime difficoltà non riguardano necessariamente il rendimento, ma tendono a riguardare la sfera relazionale. Possono esserci studenti molto timidi, introversi, che tendono a chiudersi in sé stessi», afferma. «E il rischio è che le difficoltà emergano solo quando il problema sfocia nel rendimento scolastico e lo studente è già vicino a interrompere il proprio percorso».
Come prevenire l’abbandono: il ruolo della scuola (dentro e fuori)
Intercettati i primi segnali di difficoltà, l’intervento della scuola e degli insegnanti diventa cruciale per impedire che il distacco diventi un vero e proprio abbandono. Secondo Castelvedere, il lavoro più importante «inizia proprio dalla capacità di ascoltare gli studenti senza giudicarli, cercando di capire cosa si nasconda dietro un comportamento o un rendimento negativo». È una relazione, spiega, «che richiede tempo e la costruzione di una solida fiducia reciproca».
Lo spettro del giudizio ricorre di continuo anche nelle testimonianze delle tutor del progetto TOP. «Chi ha paura di sbagliare spesso smette di fare domande, e chi smette di farle smette di imparare», osserva Antonella Orologiaio, che ha affiancato un dodicenne con difficoltà in diverse materie. Una paralisi confermata da Mara Colombo, di fronte a una studentessa «che evitava di intervenire in classe per timore del giudizio dei compagni». Per sbloccarla, ha usato la propria esperienza per dimostrarle che «sbagliare è una parte fondamentale dell’apprendimento». Concorda anche la tutor Genet Antognazza, che ha seguito il ragazzino delle medie ormai disertava la scuola da tempo. «Quando il banco è già quasi sempre vuoto, insistere sulla didattica è inutile», racconta la tutor. «All’inizio, pur di agganciarlo e convincerlo a venire ai nostri incontri per i compiti, ho accantonato temporaneamente la scuola. Ho costruito un ponte attraverso la musica e i videogiochi, due sue grandi passioni. Solo grazie a quelle riusciva ad aprirsi e a iniziare a parlare».

Studenti e insegnanti dietro il progetto Top
Gli insegnanti non possono essere lasciati soli
Delegare la prevenzione dell’abbandono al solo intuito e all’abnegazione dei singoli insegnanti è una scommessa persa in partenza. Costruire la fiducia richiede tempo, un lusso che molte scuole di oggi faticano a concedersi, ostaggio di carichi di lavoro crescenti e risorse a singhiozzo. «Istituzionalizzerei la figura dello psicologo», propone la docente Castelvedere, che vorrebbe «un terapeuta o un pedagogista» stabilmente presente in tutti gli istituti del Paese, anche per aiutare «i docenti e tutto il personale che a volte non hanno gli strumenti per affrontare certe situazioni». Al Capirola sono già attivi due sportelli, uno per sede, grazie ai finanziamenti di Regione Lombardia, ma il servizio dipende dalle risorse disponibili. In Italia, infatti, non esiste una legge nazionale che inserisca lo psicologo in modo fisso e strutturale in tutte le scuole.
Il ruolo delle famiglie e della rete sul territorio
L’altro snodo cruciale è il patto con le famiglie, spesso fagocitate da ritmi di lavoro incompatibili con la presenza a scuola. «Quando serve, andiamo noi a cercarle», dice il preside Martelloni. Alleanza che deve estendersi oltre i cancelli, stringendo in una rete servizi sociali, enti locali e associazioni. È un presidio fondamentale contro il progressivo, commenta il dirigente scolastico, «sfilacciamento sociale». Perché, continua, «mi chiedo spesso se molliamo noi e mollano gli oratori, soprattutto in un territorio di provincia come il nostro, che cosa rimane a supporto dei ragazzi?».
I finanziamenti dello Stato contro la dispersione scolastica
Per arginare la dispersione prima del punto di non ritorno, negli ultimi anni sono stati mobilitati diversi finanziamenti pubblici. L’investimento più consistente è quello del Pnrr, che ha destinato 1,5 miliardi di euro alla riduzione dei divari territoriali nell’istruzione, finanziando percorsi individuali di tutoraggio, orientamento e recupero delle competenze. Sono gli stessi fondi che hanno permesso, tra le altre cose, di organizzare gli incontri pomeridiani frequentati dalla studentessa dell’istituto Capirola. A questa dote si aggiungono i 136,1 milioni di euro di un decreto ministeriale del 2024, pensati per blindare l’orientamento in quasi 5mila scuole medie nel biennio 2024-2026, ammortizzando il delicato salto verso le superiori. Chiudono il quadro i 220 milioni dell’Agenda Nord, destinati agli istituti del Centro-Nord per finanziare attività extracurricolari e reti di supporto per studenti e famiglie.
Prevenire l’abbandono, la sfida della continuità
«È proprio sulla continuità di questi interventi che si gioca la sfida. Le due linee di finanziamento del Pnrr contro la dispersione scolastica sono state, per noi, lo strumento più efficace in questi anni», commenta Martelloni, nonostante riconosca che si sia trattato di interventi straordinari, non semplici da replicare. L’altro scudo vitale è il tempo extrascolastico. «È fondamentale tenere le scuole aperte anche nel pomeriggio e offrire agli studenti occasioni di incontro e partecipazione», incalza l’insegnante Castelvedere. Il punto è garantire nel tempo interventi capaci di riconoscere le difficoltà degli studenti senza trasformarle in una condanna anticipata all’abbandono. La via per riuscirci passa per «interventi personalizzati» e «ascolto» ed «evitare così di dare per perso chi, con gli strumenti giusti, è ancora in tempo per salvarsi».
Questo articolo fa parte del progetto Diritti Negati realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo, che attraverso la sfida di mandato ZeroNeet sostiene percorsi per i giovani che non studiano e non lavorano.

