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Perché c’è un’ondata di occupazioni scolastiche da Nord a Sud: cosa chiedono, i danni e i dati che danno ragione (e torto) agli studenti

29 Ottobre 2026 - 07:22 Ygnazia Cigna
Perché c’è un’ondata di occupazioni scolastiche da Nord a Sud: cosa chiedono, i danni e i dati che danno ragione (e torto) agli studenti
Da Torino a Milano fino a Palermo, si moltiplicano gli istituti bloccati. Tra aule fatiscenti, proteste contro il riarmo e polemiche sui danni, il confronto punto per punto tra le denunce dei collettivi e i bilanci difesi dal ministro Valditara
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Scuole barricate, aule prese d’assalto, danni in molti istituti. Da tre settimane l’Italia è attraversata da un’ondata di occupazioni studentesche. La miccia, accesa i primi di ottobre a Torino, ha innescato una reazione a catena che ha già consegnato centinaia di licei e atenei nelle mani di alunni e alunne. Le rivendicazioni sono un’edilizia scolastica migliore e più sicura, la cancellazione del tetto per gli alunni stranieri, più fondi all’istruzione e meno al riarmo militare.

La mappa delle occupazioni in Italia

A Torino, città da cui è partita l’onda, si contano oltre una ventina di scuole coinvolte. A Roma la protesta ha colpito al cuore il quartiere Prati con lo storico liceo Mamiani che è stato occupato tra l’esplosione di fuochi d’artificio e barricate di banchi ammassati nel cortile. Il collettivo studentesco ha accusato il governo di tagliare i fondi all’istruzione per finanziare le guerre, di contribuire al collasso della sanità pubblica e di ignorare le richieste di aiuto di una popolazione costretta al lavoro senza prospettive di emancipazione. Davanti a tutto questo, spiegano i ragazzi, lottare secondo le regole del sistema non basta.

In Toscana la mobilitazione avanza compatta. A Firenze l’elenco delle occupazioni include il Gramsci, il Michelangelo, il Galileo, l’Alberti Dante, il Castelnuovo, il Peano, il Rodolico, il Pascoli, il Duca d’Aosta e il Macchiavelli, istituto dove la presidenza ha sporto denuncia formale. A Novoli, la dirigenza del Sassetti si è trovata davanti a corridoi allagati, barricate e lavagne rotte. Coinvolti anche l’Enriques di Castel Fiorentino e il Pacinotti di Pisa. Spostandosi in Emilia-Romagna, il collettivo del Minghetti di Bologna ha sbarrato le entrate della scuola. A Genova la protesta ha raggiunto il professionale Odero di Borzoli, il Klee Barabino, il Filippo Buonaroti, il Gastaldi, il Majorana e l’Einaudi.

Le scuole occupate al Sud

Scendendo lungo la Penisola, la Sicilia registra una partecipazione massiccia. A Palermo, i licei Meli, Rutelli, Catalano, Cannizzaro e Duca degli Abruzzi hanno optato per manifestazioni e sit-in, mentre al Regina Margherita è scattata l’assemblea permanente. Al Cascino gli ingressi sono stati bloccati con cassonetti rovesciati, petardi e lanci di uova. Tra le mura dell’Umberto I e del Vittorio Emanuele II (dove l’occupazione è stata successivamente sospesa), le lezioni ordinarie hanno lasciato spazio a momenti di confronto con i docenti. La tensione è salita anche a Napoli, che conta ben 25 scuole occupate.

I danni alle scuole

Le varie occupazioni scolastiche hanno lasciato dietro di sé anche danni agli edifici e agli arredi, con un conto che, nei casi già quantificati, può superare anche gli 80mila euro. A Pisa, dove sono stati coinvolti gli istituti Santoni, Pacinotti e Fascetti, la Provincia ha stimato un danno complessivo tra i 60 e i 70mila euro. Tra i problemi segnalati ci sono banchi e altri arredi distrutti, vetri e porte rotti, pareti imbrattate e attrezzature danneggiate. A Castelfiorentino, invece, l’istituto Enriques ha registrato danni per oltre 20mila euro, tra distributori automatici rotti, vetri infranti ed estintori svuotati. A Firenze, al liceo artistico di Porta Romana, la dirigente ha denunciato danni agli arredi, agli elaborati degli studenti e incursioni negli spazi tecnici e nella gipsoteca, che conserva calchi storici. Altri episodi sono stati segnalati al Sassetti-Peruzzi di Firenze e negli istituti torinesi Peano e Boselli.

Perché gli studenti occupano le scuole

Dietro le barricate si intrecciano motivazioni strutturali e istanze strettamente politiche, rivendicate in ogni istituto. Gli studenti denunciano in primo luogo la condizione fatiscente dell’edilizia scolastica, costretti a convivere con infiltrazioni, muffa, cantieri eterni, impianti di riscaldamento guasti e spazi inagibili. Sul piano politico, la richiesta centrale è una drastica inversione di rotta sulla spesa pubblica. Gli studenti esigono che aumentino le risorse destinate all’istruzione e ridotte quelle al riarmo militare. I vari collettivi si oppongono poi al recente decreto Scuola e alle riforme governative, e chiedono l’introduzione di percorsi strutturati di educazione sessuo-affettiva gestiti da esperti a scuola. A fare da sfondo alle mobilitazioni c’è anche la profonda preoccupazione per un futuro lavorativo precario, aggravato dalle crescenti disuguaglianze economiche e da un costo della vita aumentato, unito alle difficoltà di accesso al diritto alla casa.

Cosa dicono i dati sull’edilizia scolastica: gli investimenti ci sono, ma non bastano

I dati sulle infrastrutture restituiscono l’immagine di un’Italia cronicamente in affanno. Secondo l’ultimo report sulla scuola di Cittadinanzattiva, basato sulle rilevazioni del 2025 e sui dati di avanzamento del Pnrr aggiornati a giugno 2026, quasi un edificio su tre (31,7%) necessita di interventi urgenti, percentuale che schizza a uno su due nel Mezzogiorno. Nonostante gli 11,65 miliardi del Pnrr stanziati nel 2021 per oltre 9.500 interventi, i progressi procedono a rilento. I passi avanti si sono registrati sulla manutenzione, la riqualificazione e gli impianti sportivi. Sono rimasti indietro, invece, i progetti per le nuove scuole e gli asili nido.

Il ministero dell’Istruzione e del Merito, pur ricordando che la competenza primaria sugli interventi edilizi spetta a Comuni e Province, ha difeso il proprio operato. A fronte dei 6 miliardi investiti complessivamente dai vari esecutivi tra il 2011 e il 2022, Valditara ha rivendicato lo stanziamento di oltre 5,16 miliardi dal 2022 a oggi. Integrando queste risorse con i circa 10 miliardi del Pnrr, sottolinea il ministero, il 25% delle scuole è stato riqualificato e messo in sicurezza, portando l’avvio dei lavori in oltre il 30% degli edifici.

Lo scontro sul tetto agli studenti stranieri

L’altro terreno di scontro alla base delle recenti occupazioni è la norma che introduce il tetto del 30% per alcune categorie di studenti con cittadinanza non italiana. La misura, pensata per chi non ha ancora una padronanza sufficiente della lingua, entrerà in vigore dall’anno scolastico 2027/2028 per le classi prime. Alla scuola primaria il limite colpirà gli alunni non nati in Italia o che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia; per le medie e le superiori, riguarderà chi non ha superato con esito positivo almeno tre anni di scuola italiana. In caso di esubero di iscrizioni, spetterà agli Uffici scolastici territoriali redistribuire gli studenti tra gli istituti vicini. Per gli studenti occupanti si tratta di una scelta «ideologica», «inaccettabile» e frontalmente opposta all’idea di una scuola inclusiva. La posizione dei collettivi è netta e liquidatoria. Il tetto massimo agli stranieri nelle classi e divieti come quelli sul burqa vengono letti come «pure manovre di distrazione». Nei loro comunicati, gli studenti accusano il governo di cercare goffamente di «spostare l’attenzione» dell’opinione pubblica per distogliere lo sguardo dai «reali problemi strutturali» del sistema formativo.

Perché i finanziamenti alla guerra non possono andare alla scuola

Tra le rivendicazioni degli studenti che in questi giorni stanno occupando le scuole c’è anche la richiesta di destinare più risorse all’istruzione e meno alle spese militari. «Innanzitutto è falso», ha risposto Valditara, per poi ricordare che la legge di bilancio di due anni fa ha «aumentato del 9%» le risorse complessive per il settore, mentre l’ultima ha previsto «un incremento dell’1,7%». Valditara ha respinto anche l’accusa di aver sottratto risorse alla scuola per destinarle agli armamenti perché gli stanziamenti per la difesa derivano da un intervento della Commissione europea che consente di derogare ai vincoli del Patto di stabilità per le esigenze militari. Risorse che, chiarisce il ministro, «non potrebbero essere in alcun modo destinate alla scuola» e che quindi non sarebbero state sottratte al sistema dell’istruzione.

I soldi dello Stato alla scuola

La verifica dei bilanci restituisce un quadro più articolato rispetto allo scontro tra governo e studenti. Gli stanziamenti complessivi del ministero sono aumentati in termini nominali durante il mandato di Valditara, passando da circa 52 miliardi di euro nel 2023 a quasi 58 miliardi nel 2026. Ma questo incremento non si è tradotto automaticamente in maggiori risorse per ogni ambito della scuola. Le singole voci di spesa hanno seguito andamenti differenti e alcuni capitoli hanno subito riduzioni. Inoltre, secondo l’Istat, la spesa pubblica per l’istruzione in Italia è rimasta al 4% del Pil, contro una media europea del 4,8%. L’aumento degli stanziamenti nominali non ha quindi colmato il divario con l’Europa in termini di investimento pubblico rispetto alla ricchezza prodotta.

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