Trump, la guerra in Iran e Israele: «Il presidente è finito perché ha tradito i Maga»
Da una parte il vicepresidente Jd Vance che nel post su X in cui ammette che i Repubblicani hanno perso con l’Iran scrive anche che gli Usa devono «cambiare» la loro relazione con Israele. Dall’altro l’ex consigliere Steve Bannon che chiede una commissione d’inchiesta sul conflitto con Teheran e anche sulle responsabilità di Tel Aviv nel 7 ottobre. E infine l’economista della Columbia Jeffrey Sachs che lo dice chiaro e tondo: «Donald Trump da ieri è finito. La guerra contro l’Iran è stata politicamente devastante per i repubblicani. Il popolo americano ne ha sofferto le conseguenze e non l’ha approvata». Dopo le Midterm il presidente lame duck deve affrontare la ribellione di chi gli è vicino. E rischia davvero l’impeachment evocato ieri.
Sachs contro Trump
Sachs in un’intervista al Fatto Quotidiano dice che Trump «fondamentalmente è un incompetente in materia di politica pubblica. È un truffatore incredibilmente longevo, ma adesso la verità lo ha messo a nudo». Secondo l’economista «Trump ha ucciso il movimento Maga entrando in guerra con l’Iran e sostenendo il governo sanguinario di Netanyahu, l’esatto contrario di ciò che aveva promesso nella campagna del 2024. Ha usato la sua posizione di presidente per arricchire gli americani più ricchi, compresa la sua famiglia, e ha voltato le spalle alla classe lavoratrice. In materia di politica economica, ha fatto scelte ignoranti e distruttive per l’economia Usa, a partire dalle assurde ‘guerre commerciali’. Però il movimento Maga non era solo questo, ha fatto leva anche sui pregiudizi razziali di alcuni settori della società americana. Ma l’America è multietnica, e alla fine il razzismo di Trump ha provocato una reazione negativa che ha contribuito alla sconfitta».
La fine del trumpismo
Secondo Sachs «il trumpismo è finito, anche se a Trump restano due anni da presidente. L’opinione pubblica ha perso fiducia in questo truffatore, e il nuovo Congresso non gli farà passare la corruzione dilagante e la sua incoscienza. Penso che la schiacciante sconfitta di Trump e quella di Netanyahu della scorsa settimana rendano molto più probabile una conclusione diplomatica della guerra con l’Iran, e lo stesso si può dire dell’Ucraina. L’Ucraina tornerà alla pace quando Kiev e l’Occidente accetteranno finalmente la realtà: che l’Ucraina è un Paese neutrale, non un membro della Nato».
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La guerra con l’Iran e il 7 Ottobre
Intanto proprio Bannon ha chiesto all’inquilino della Casa Bianca di nominare una commissione presidenziale per indagare i risultati sulla guerra degli Stati Uniti con l’Iran. Sostenendo che «è necessario per riconquistare la fiducia degli americani». Parlando nel suo podcast “Bannon’s WarRoom”, l’ex consigliere ha dichiarato anche che «abbiamo bisogno di una commissione presidenziale, composta da cittadini e istituzioni statunitensi, che indaghi formalmente su quanto accaduto il 7 ottobre. Se gli israeliani non intendono farlo per ragioni politiche, è una loro scelta: si tratta del loro Paese. Tuttavia noi siamo stati trascinati in questa vicenda, che ha avuto un impatto significativo su quella che è stata una notte storica (le elezioni del midterm, ndr) per la politica americana».
Operazione Midnight Hammer
Bannon sostiene nel suo podcast, rilanciato dal Washington Post, che «dobbiamo poi esaminare come, anni dopo» il 7 ottobre 2023, «siamo stati coinvolti nell’Operazione Midnight Hammer, seguita dalla seconda fase: il cambio di regime. La nostra difesa, la nostra sicurezza nazionale e la nostra comprensione di come sia andata tutta questa vicenda, nonché l’impatto che ha avuto», sull’esito delle elezioni del midterm, «devono essere esaminate da terzi, in modo indipendente, e dobbiamo muoverci subito». L’ex capo stratega alla Casa Bianca, suggerisce che «molti americani, compresi i giovani che hanno votato per Trump sulla promessa di nessuna nuova guerra, nutrono sfiducia verso le ragioni finora fornite per spiegare il conflitto» contro il regime iraniano.
La fine del conflitto
Ma intanto l’analista di Reuters Ron Bousso spiega in un editoriale che adesso per Trump è difficile anche porre fine al conflitto. Che egli scelga di avviare una nuova serie di attacchi, di raggiungere un rapido accordo con l’Iran o semplicemente di mantenere lo status quo, la posizione indebolita del presidente suggerisce che la palude mediorientale sia destinata ad approfondirsi. Alla fine, Trump potrebbe optare per la soluzione più efficace a ridurre i prezzi dell’energia, ma non c’è da aspettarsi che ciò porti a una pace duratura.
La guerra contro l’Iran, avviata da Israele e dagli Stati Uniti il 28 febbraio, aveva inizialmente molteplici obiettivi, tra cui la distruzione delle capacità militari di Teheran e l’impedimento dello sviluppo di armi nucleari; si auspicava inoltre un cambio di governo. Ma a partire da giugno il conflitto si è trasformato in gran parte in una battaglia per il controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso il quale transitava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto a livello mondiale.
Tre vie d’uscita
L’amministrazione statunitense sembra avere tre vie d’uscita percorribili: nuovi attacchi, un accordo rapido o il mantenimento dello status quo. Lunedì, la seconda opzione è apparsa plausibile: nelle ultime settimane, il Qatar ha mediato colloqui indiretti tra Washington e Teheran. La notizia che la Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Mojtaba Khamenei, avesse concesso ai negoziatori maggiore margine di manovra per raggiungere un’intesa, ha contribuito a far crollare il prezzo del greggio Brent di oltre il 14% rispetto a lunedì. Tuttavia, l’Iran ha successivamente smorzato questo ottimismo, dichiarando che le posizioni delle parti restano ancora molto distanti. Al centro dei negoziati vi sono le ambizioni nucleari di Teheran. Trump ha sempre sostenuto che l’Iran non debba mai dotarsi di una bomba atomica, pur avendo inviato segnali contrastanti sulla possibilità di accettare un programma nucleare a fini civili.
Teheran
Ora che Trump è politicamente indebolito, Teheran ha ben pochi motivi per accettare rapidamente un accordo che non sia a suo favore. D’altro canto, se Trump dovesse firmare un’intesa che non limita in modo significativo il programma nucleare iraniano, finirebbe sostanzialmente per ammettere la propria sconfitta – un esito che probabilmente vorrà evitare a ogni costo. Sebbene un accordo che garantisca la piena riapertura dello Stretto di Hormuz possa portare a un calo dei prezzi del petrolio nel breve periodo, un’intesa affrettata che non risolve, o addirittura non prende in considerazione, le questioni centrali, lascerebbe il Medio Oriente in una situazione precaria, in cui l’Iran finirebbe probabilmente per detenere un potere decisamente maggiore rispetto a quello che aveva prima dell’inizio del conflitto.
Hegseth
Intanto Trump avrebbe chiesto il parere di alcuni dei suoi consiglieri se il segretario alla Difesa Pete Hegseth debba rimanere al suo posto. Lo sostiene Cbs News, citando diverse fonti a conoscenza della situazione. Il canale all-news della rete Tv statunitense ha riferito che alcuni collaboratori della Casa Bianca hanno previsto che parte della responsabilità per le sconfitte dei repubblicani alle elezioni di metà mandato verrà attribuita all’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), e al generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore congiunto. Entrambi hanno svolto un ruolo di primo piano nel fornire indicazioni riguardo alla guerra con l’Iran. In precedenza, a chi gli chiedeva se stesse valutando di sostituire Hegseth, Trump ha risposto: «No, credo che stia facendo un ottimo lavoro».

