Il farmaco per il diabete usato per dimagrire, la Lombardia indaga sulle ricette di Mounjaro: «Uso per tendenze estetiche»
Da farmaco per malati a oggetto del desiderio per una questione estetica: è questo, secondo i farmacisti, il rischio che corre Mounjaro. La tirzepatide, indicata per il diabete di tipo 2 e per l’obesità o il sovrappeso in presenza di specifiche condizioni, finisce sempre più spesso al centro di campagne online e social che la raccontano come una scorciatoia estetica. Ora la questione arriva anche in Lombardia, dove i Servizi farmaceutici e i Servizi epidemiologici delle ATS hanno avviato un’analisi sull’appropriatezza delle prescrizioni, per capire cosa stia spingendo la forte crescita dei consumi a carico del Servizio sanitario nazionale, in regione come nel resto del Paese.
Cos’è il farmaco Mounjaro
Mounjaro, a base di tirzepatide, appartiene alla famiglia dei farmaci che agiscono sul sistema ormonale GLP-1, nati per il trattamento del diabete di tipo 2. Lo stesso vale per Ozempic, a base di semaglutide, diventato celebre in tutto il mondo proprio per i suoi effetti collaterali sul peso. Chi assume questi farmaci, infatti, cura il diabete, ma perde anche peso in modo marcato. Da qui è nato l’interesse per l’obesità e il sovrappeso: oggi queste terapie sono indicate anche per questo, ma in presenza di specifiche condizioni cliniche. Il successo mediatico ha fatto il resto e i farmaci sono diventati popolarissimi anche tra chi vorrebbe semplicemente dimagrire, con una domanda che si è allargata ben oltre i pazienti per cui le cure sono pensate.
Cosa denuncia l’Ordine dei Farmacisti
L’Ordine dei Farmacisti di Roma ha segnalato al ministero della Salute una situazione di «crescente criticità» lungo l’intera filiera, dalla distribuzione alla prescrizione fino alla dispensazione, chiedendo una valutazione urgente. Il cuore della denuncia è che terapie complesse, con un forte impatto clinico, vengano ridotte a «mere tendenze estetiche o di costume» da una pressione mediatica e commerciale alimentata dalle piattaforme telematiche e dai social. Il tutto, secondo l’Ordine, con possibili distorsioni del mercato, logiche di accaparramento speculativo e, soprattutto, il rischio che a pagarne il prezzo siano i pazienti che hanno davvero diritto alla cura e hanno bisogno di continuità terapeutica.
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A preoccupare i farmacisti sono anche le politiche di sconto e le promozioni giudicate aggressive, pensate per invogliare all’acquisto e che finirebbero per trattare i medicinali alla stregua di «beni di consumo voluttuari». C’è poi il capitolo delle regole: l’Ordine chiede di verificare l’aderenza ai protocolli prescrittivi e alle norme sulla dispensazione, citando prassi non sempre in linea con il rigoroso vaglio clinico-diagnostico o con i canali formali previsti. Un richiamo che chiama in causa anche il decoro e la dignità dei professionisti della salute.
Come ha agito Regione Lombardia
Il ministero della Salute ha raccolto la sollecitazione. Con una nota dello scorso 30 ottobre, firmata dal dirigente Antonio Federici, ha girato la segnalazione alle Regioni, a cui spetta la vigilanza sulle farmacie. «Si trasmette, per i seguiti ritenuti utili, la nota in questione a tutte le Regioni» scrive Federici. In Lombardia l’analisi segue una procedura condivisa a livello di Direzione regionale. Il direttore generale Mario Giovanni Melazzini spiega che i servizi delle ATS «stanno procedendo con le analisi di appropriatezza prescrittiva» per verificare i fattori alla base della crescita dei consumi. Poi il passaggio successivo: «Le analisi verranno condivise con i Dipartimenti di Cure primarie al fine di attivare le eventuali azioni correttive sul territorio». Per ora, quindi, nessuna sanzione e nessun divieto: è una fase di verifica, che dirà se l’aumento dei consumi sia il segno di un bisogno clinico reale o l’effetto di una moda.

