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Papa Leone XIV: «Orgoglioso di essere americano e di aver votato. La tregua a Oleshky? Grazie a Dio è riuscita»

06 Novembre 2026 - 21:40 Stefania Carboni
Papa leone XIV
Il Pontefice in viaggio per il Sudamerica parla ai cronisti a bordo del volo AZ4000. E sull'importanza della diagnosi nei tumori precisa: «I check-up regolari sono una benedizione. E prendetevi cura di voi stessi»
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 «Sono orgoglioso di essere americano e di aver esercitato il diritto di voto». Queste le parole di Papa Leone XIV, durante le prime fasi del suo viaggio in Sudamerica, sul volo AZ4000 che lo ha portato, nella sera italiana, in Uruguay. Dopo 23 giorni dall’asportazione del tumore maligno dichiara: «So che alcuni dubitavano che si potesse fare questo viaggio, ma confesso che dal primo giorno io non ho mai avuto dubbi ed ero convinto che si dovesse compiere». E infine: «Sono qui, oggi, penso in forma abbastanza buona, ne siete testimoni…». A vederlo da vicino, racconta il Corriere della Sera, Robert Francis Prevost non tradisce i segni di un convalescente reduce da un’operazione complessa. Alla domanda se si senta davvero in forma come sembra, replica con immediatezza: «Forse meglio». E alla curiosità sulla racchetta da tennis ancora a riposo risponde: «Non ancora, ma lo farò». La ricetta della ripresa poggia su pilastri semplici: «La fede in Dio, buoni dottori, e una vita sana».

Il messaggio del Papa: «Prendetevi cura di voi stessi»

Il tono si fa più intimo e severo quando il discorso tocca chi riceve una diagnosi oncologica. Il messaggio è netto: «Sì, di non avere paura. La diagnosi precoce è ovviamente la via migliore, quindi i check-up regolari sono una benedizione. E prendetevi cura di voi stessi». Il passaggio tra diagnosi, sala operatoria e degenza ospedaliera si è tradotto per lui in «un senso di impegno»: «Voler continuare a essere vicino a chi è malato ma anche dire a tutti che l’assistenza sanitaria dovrebbe essere un diritto di tutte le persone: voglio ripetere questo messaggio, penso valga la pena farlo». Un pensiero che torna alla visita di fine settembre alla Grotta di Lourdes tra i fedeli sofferenti: «quando siamo andati non c’erano segni di difficoltà, ero molto più preoccupato per la salute di coloro che stavano lì».

Il viaggio di Prevost

Ora lo sguardo è rivolto al viaggio apostolico di dodici giorni tra Uruguay, Argentina e soprattutto Perù, dove rimarrà fino al 16 novembre. Per Prevost è un ritorno nella terra in cui ha speso una ventina d’anni prima da missionario e poi da vescovo. Alla memoria di «padre Roberto» — come era chiamato dai parrocchiani di Chiclayo — affiora un moto di nostalgia: «Tanto, era un’altra vita». Il legame resta vivo («per me è una delle mie tante case e sono ovviamente felice di tornarci») e con esso la cittadinanza peruviana: «Non l’ho fatto perché non è possibile, tuttavia avrei votato, è una cosa buona». Ma la trasferta non si riduce a un pellegrinaggio privato della memoria: «Il motivo principale per fare questo viaggio è continuare la missione del Vescovo di Roma, del Papa, nel condividere la gioia del Vangelo, annunciare la buona notizia e camminare insieme alle persone, esprimendo la vicinanza e il messaggio di speranza che è così importante per le persone, nel mondo di oggi».

La tregua di Oleshky che «grazie a Dio è riuscita»

Infine, il quadro diplomatico e la tregua umanitaria a Oleshky, raggiunta dopo i contatti telefonici avuti direttamente dal letto d’ospedale con Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. Un risultato che accoglie con sollievo: «Grazie a Dio è riuscita. E ringrazio il Signore ogni volta che un gesto umanitario può salvare molte vite. Prego perché non resti un caso isolato. Ma c’è ancora molto da lavorare, per arrivare alla pace».