Jasmine Piattelli e la sentenza per cambiare genere sui documenti: «Non devo dimostrarlo a un medico»
Jasmine Piattelli dice di non essere malata in quanto persona trans e di non dover chiedere a un medico di stabilire se sia uomo o donna. Il tribunale di Arezzo le ha dato ragione e ha disposto la rettifica di nome e marcatore di genere nei suoi documenti anagrafici, senza richiedere documentazione psicologica, psichiatrica o sanitaria. Piattelli è presidente di Arcigay Arezzo-Chimera Arcobaleno. La sentenza è passata in giudicato e ha riconosciuto l’identità di genere della ricorrente sulla base della sua storia personale e del vissuto raccontato durante il procedimento. Su Repubblica, Andrea Vivaldi parla di una decisione che potrebbe fare giurisprudenza, perché sarebbe la prima volta che accade in Italia.
Come si cambiano nome e genere sui documenti di solito
Nell’intervista a Repubblica, Piattelli descrive l’iter ordinario: «La trafila burocratica è molto lunga, ci vogliono anni». Serve un percorso psicodiagnostico in una struttura sanitaria, con più sedute, per ottenere una relazione da presentare al tribunale. Seguono le udienze davanti al giudice ed eventuali approfondimenti, con una spesa che arriva a migliaia di euro. Nel suo caso, il giudice ha autorizzato la rettifica di nome e genere dopo aver ascoltato il racconto della sua vita, senza chiedere altra documentazione clinica.
Perché la sentenza è considerata importante
La causa è stata promossa dall’avvocato Matteo Mammini, presidente di Rete Lenford, Avvocatura per i diritti Lgbti+. In una nota, la decisione viene definita significativa perché riconosce la possibilità di ottenere la rettifica anagrafica senza subordinare il riconoscimento dell’identità di genere a relazioni cliniche o psicodiagnostiche. Mammini ha dichiarato: «Essere trans non è una malattia da certificare, né l’identità deve essere autorizzata dalla medicina per essere riconosciuta dal diritto». L’avvocato ha spiegato che questa strada, in assenza di precedenti conosciuti, è stata condivisa con la ricorrente. Per Rete Lenford e Chimera Arcobaleno la sentenza rappresenta un passaggio verso il riconoscimento dell’identità di genere come diritto della persona, senza che la tutela giuridica dipenda da percorsi clinici.
Cosa chiede Piattelli per il futuro
Piattelli ha sottolineato il valore personale e collettivo della pronuncia: «Dopo oltre vent’anni di battaglie per i diritti, iniziavo a sentirli mancanti verso di me». Ha ricordato il disagio di dover usare il dead-name, cioè il nome anagrafico precedente, nella documentazione ufficiale, e ha definito la sentenza «un piccolo passo, ma importante, verso l’autodeterminazione delle persone trans». A Repubblica ha spiegato di sperare in «una nuova legge, conforme ai principi europei» e che, insieme alle associazioni trans nazionali, si pensa anche a una legge di iniziativa popolare. Il nuovo documento l’ha ritirato in Comune nei giorni scorsi: «Ho pianto tutto il tempo».

