I movimenti che vogliono ridisegnare l’Europa: DiEM25 e il suo dividendo di cittadinanza universale

Nella seconda puntata della serie di Open dedicata ai movimenti che vogliono ridisegnare l’Europa parla Lorenzo Marsili, cofondatore della coalizione insieme all’ex ministro greco Varoufakis 

Mancano poco più di tre mesi alle elezioni europee di maggio e in Italia la partita è ancora tutta da giocare. La ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi ha mescolato le carte a destra, la sinistra è ancora divisa su come dividersi. Molte nuove formazioni, tra le quali DiEM25, nascono proprio da un senso di insoddisfazione nei confronti dell’attuale stato dell’Unione.

Per il momento, secondo i sondaggi Swg, Forza Italia e Fratelli d’Italia sono fermi rispettivamente all’8% e al 4%, mentre la Lega di Matteo Salvini vola attorno al 33%. Il Movimento 5 stelle è il secondo partito in Italia, con circa 8% di preferenze in più rispetto al Partito democratico (fermo al 16%). Sempre Swg aveva dato la lista del Fronte repubblicano di Carlo Calenda, che unisce vari partiti di sinistra, al 20-24%, quindi in grado di sfidare il Movimento 5 stelle per il secondo posto.

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DiEM25|

DiEM25, un movimento transnazionale nato un anno prima dell’italiano Volt (a cui abbiamo dedicato la prima puntata della nostra serie), è tra quelli che cercano di giocarsi la partita. In Europa conta circa 100 mila attivisti secondo Lorenzo Marsili, cofondatore del movimento insieme a Yanis Varoufakis e membro del collettivo di coordinamento. La loro pagina Facebook ha circa 50 mila like.

Le menti dietro a DiEM25 sono intellettuali di alto profilo come Noam Chomsky, politici di notorietà europea come Yanis Varoufakis (che si candiderà con DiEM25 in Germania), ex ministro delle finanze greco del primo Governo Tsipras, o il filosofo croato Srécko Horvat. Il programma, molto ambizioso, fa leva sulla necessità di redistribuire ricchezza e potere sia tra i paesi membri, sia all’interno di essi, come commenta Tommaso Visone, esponente del partito.

È questo il senso del dividendo universale di base per tutti i cittadini europei: simile al nostro reddito di cittadinanza, ma svincolato dalla ricerca del lavoro e finanziato tramite un grande fondo europeo costruito con «gli asset di grandi società e i titoli della Banca Centrale Europea». Altro grande tema è quello della trasparenza delle istituzioni europee a partire dagli interessi finanziari dei deputati.

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ANSA|Noam Chomsky

Il loro slancio idealista ha contagiato anche il Regno Unito, dove alcuni attivisti hanno dato vita a una petizione per rimandare la Brexit perché, come spiega Andrea Pisauro, membro di DiEM25 UK, «I negoziati che hanno portato all’accordo, poi bocciato dal parlamento inglese, non sono stati abbastanza trasparenti». Nel caso in cui fosse rimandata o annullata la Brexit, DiEM25 potrebbe presentarsi anche lì. Sarebbe clamoroso: ricostruire l’Europa dal luogo in cui sta morendo.

L’intervista di Open a Lorenzo Marsili

I movimenti che vogliono ridisegnare l'Europa: DiEM25 e il suo dividendo di cittadinanza universale foto 4

DiEM25|Lorenzo Marsili

Nel vostro manifesto dite di «voler garantire un lavoro a tutti e a tutte». Come intendete farlo?

«I costi della disoccupazione involontaria sono altissimi: oltre a quelli diretti come i sussidi che vengono erogati, ci sono anche quelli indiretti, come l’emigrazione di giovani ad alta imprenditorialità, la svalutazione del capitale umano, gli impatti psicologici che generano mancanza di coesione sociale, paura, xenofobia. Permettere una disoccupazione strutturale è un suicidio economico. Un programma che garantisce un lavoro a chiunque faccia domanda avrebbe sicuramente un costo, che sarebbe però inferiore a quello della disoccupazione. Per coprirlo useremmo i fondi attualmente impiegati nell’assistenza alla sottoccupazione, aumentando eventualmente anche la spesa pubblica».

Proponete anche un «dividendo di cittadinanza universale»: qual è la differenza con il reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle?

«Le differenze sono molte. Il reddito di cittadinanza del M5S non è un vero reddito di cittadinanza, ma un reddito minimo garantito condizionato alla ricerca di un lavoro, che finisce alla terza offerta di lavoro che viene proposta, dovunque e qualsiasi sia. Il dividendo di cittadinanza universale è svincolato da questo ricatto. Soprattutto, la differenza sostanziale è che il reddito di cittadinanza viene pagato dalle tasse dei lavoratori, mentre il dividendo universale si basa sulla redistribuzione dei profitti del capitale».

Come funzionerebbe?

«Le tecnologie usate dalle più grandi aziende quotate in borsa si basano su scoperte e ricerche scientifiche finanziate da denaro pubblico. Google per esempio dipende dal web, inventato dal CERN di Ginevra, istituto europeo pubblico. I proventi di queste società vanno però soltanto agli azionisti. I cittadini che hanno contribuito – tramite le tasse – alla ricerca che ha reso possibili questi guadagni non vengono ricompensati. Un fondo sovrano europeo dovrebbe essere in possesso di una percentuale delle compagnie quotate in borsa e ridistribuirne i proventi».

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ANSA|Yanis Varoufakis e Lorenzo Marsili

Vi proponete di mettere “il popolo” al centro del vostro programma. Cosa rispondete a chi vi dice che siete soltanto un circolo di intellettuali?

«Ci sono molti intellettuali tra noi ed è vero che possiamo sembrare un gruppo di secchioni. Ma dopo aver mandato per anni a Bruxelles gente che non sa di cosa parla, credo che un po’ di competenza non faccia male. A livello di contenuti, la parte più difficile da capire del nostro programma è la dimensione transnazionale. Oltre ad essere una novità storica, questa proposta è totalmente inconsueta, soprattutto dopo dieci anni in cui alla crisi europea si sono date solo risposte nazionali».

È per questo che i giornali parlano poco di voi?

«Fino a che un movimento politico non è stato testato dal fuoco elettorale, la copertura mediatica resta sempre limitata. In Italia c’è il problema aggiuntivo della pigrizia intellettuale del giornalismo, che fa si che ci siano le stesse 30 persone ogni sera in tutti i talk show televisivi. Il terzo problema è che i social media, a cui abbiamo affidato la nostra propaganda, non hanno creato come pensavamo la democratizzazione dell’informazione. Se non hai i mezzi per finanziare La Bestia o Cambridge Analytica fai più fatica di altri ad arrivare al popolo. Paradossalmente, i social media sono altamente dipendenti dalla posizione economica dei diversi partiti o movimenti, e questo per noi è un grande problema visto che non siamo finanziati da nessuno».

Come siete organizzati in Italia? Stringerete alleanze con altri partiti?

«Le nostre liste saranno pronte il 17 di febbraio, data in cui capiremo se vogliamo stringere alleanze o no, anche se da soli sarà difficile raccogliere le 150 mila firme necessarie. Speriamo di allearci con movimenti verdi, municipalisti e progressisti, quindi Italia in Comune di Federico Pizzarotti, i Verdi Italiani o Sinistra Italiana. Il manifesto di Carlo Calenda non l’abbiamo sottoscritto e non abbiamo interesse a farlo perché l’europeismo dell’establishment non è credibile. Con le sue politiche nefaste è stato il primo responsabile della disintegrazione dell’Unione Europea e della nascita dei nuovi nazionalismi di destra e di sinistra. Oggi la sinistra si trova agganciata al capitalismo finanziario ma non ha più i soldi da redistribuire. Questa insistenza su un modello economico screditato ha portato direttamente a Matteo Salvini. Il problema dei partiti alla sinistra della sinistra è invece la loro atomizzazione basata su personalismi e la loro divisione sull’Europa. L’anti-europeismo di Potere al Popolo o delle France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon non ha nulla a che spartire con il nostro diverso europeismo critico».

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DiEM25|

E il Movimento 5 Stelle?

«Per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle, prima di formare un governo con la Lega era una forza confusa e contraddittoria. Ora sono diventati la stampella su cui si regge il regime fascista di Matteo Salvini. Altri movimenti di cui condividiamo il progetto trans-europeo, come Volt, sono purtroppo movimenti omeopatici».

In che senso omeopatici?

«Nel senso che cercano di curare il problema con ciò che lo ha causato. Oppure nel senso che non funzionano e che nessuno tra un anno se ne ricorderà».

Parliamo del vostro Green New Deal. Da dove contate di prendere i 500 miliardi che vi servono per finanziare gli investimenti nel settore delle energie rinnovabili?

«Il Green New Deal è un programma che abbiamo sviluppato con Bernie Sanders e che ora sta implementando anche Alexandria Ocasio-Cortez negli Stati Uniti. Se l’Unione Europea fosse una federazione, potrebbe emettere debito per finanziare la riconversione ecologica dell’industria europea. Ma non lo è. Quindi la Banca Europea degli Investimenti dovrebbe emettere 500 miliardi di euro in 5 anni (4% del Pil dell’eurozona) per convertire la produzione industriale dell’Ue, creare posti di lavoro e salvare il nostro pianeta dall’implosione climatica. Questi bond dovrebbero essere garantiti dalla Banca Centrale Europea».

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ANSA|Alexandria Ocasio-Cortez

Come pensate di combattere i paradisi fiscali all’interno dell’Ue?

«La presenza di cinque paradisi fiscali all’interno dell’UE (Lussemburgo, Gran Bretagna, Olanda, Cipro e Malta) è uno scandalo. È assurdo che la Grecia sia obbligata a tartassare i suoi pensionati o a togliere il sostegno allo studio dei propri giovani mentre l’Olanda continua ad essere il paese dove i grandi armatori greci vanno per evadere le tasse. Su questo punto bisogna essere molto chiari e se non si arriva ad una tassazione minima, bisogna essere pronti a mettere sul tavolo anche il blocco dei lavoro dell’Eurogruppo».

Uno dei temi principali su cui si giocheranno le europee è quello dell’immigrazione. I cittadini europei hanno diritto a non voler più immigrati? Questo li rende razzisti?

«Il problema è più profondo: c’è una grande strumentalizzazione delle statistiche sull’immigrazione che associata alla mancanza di lavoro causa sentimenti di rabbia e rifiuto per il diverso. Il razzismo di oggi è l’effetto di 10 anni di crisi economica».

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