L’avvocato del populismo: il discorso di Giuseppe Conte all’europarlamento

di Riccardo Liberatore

Nel suo intervento al parlamento europeo, il premier italiano ha voluto spiegare le ragioni della disillusione popolare nei confronti dell’Ue e quindi, implicitamente, anche le ragioni del suo Governo. Senza però nessun accenno alle crisi diplomatiche che hanno coinvolto l’Italia nelle ultime settimane

Pochi applausi per il discorso di Giuseppe Conte al Parlamento europeo. Al silenzio rispettoso dei presenti in aula si è unito un senso di disappunto, emerso nel corso del dibattito, per l'atteggiamento distaccato e critico del premier italiano che è sembrato rivolgersi all'aula non tanto come il capo del governo di uno dei Paesi fondatori dell'Unione europea, ma come osservatore esterno, venuto a Strasburgo per spiegare le ragioni del malcontento popolare nei confronti delle istituzioni europee.

Per Conte l'Europa ha fallito e il popolo ha ragione a lamentarsi: «Questo popolo europeo, riaffacciatosi prepotentemente sul palcoscenico della storia, chiede con urgenza di essere finalmente ascoltato, chiede un decisivo cambiamento di metodo e prospettiva […] Non dobbiamo avere paura del cambiamento e del conflitto, dobbiamo mostrarci capaci di governarlo». L'implicazione sottintesa è chiara: Conte, avvocato prestato alla politica, notaio della rivoluzione giallo-verde, è in una posizione privilegiata per capire non soltanto quello che sta succedendo in Italia, ma in tutta Europa.

La diagnosi dei problemi offerta da Conte non è nuova. L'Europa «manca di una visione autenticamente politica» e «di una prospettiva di lungo periodo», di uno «slancio profetico» che aveva caratterizzato la sua nascita. Le cause sono in parte strutturali e partono dalla crisi economica mondiale iniziata nel 2008, aggravate però dalle politiche miopi dell'Ue «fortemente ancorata alla pura dimensione economica neo-liberista […] tesa a favorire la privatizzazione di servizi e beni essenziali, riduzione della regolamentazione di settori economici vitali, la contrazione del sostegno sociale e politiche di welfare».

Misure che hanno semplicemente aumentato le disuguaglianze economiche e sociali, «rendendo sempre più incolmabile la distanza, non solo geografica, tra Bruxelles e le tante periferie del continente». Un'analisi che, riproposta in chiave anti-Ue, è di casa a sinistra come a destra e che serve a certificare nuovamente la sintesi trovata tra i due partner di Governo in Italia.

In questo, il Governo 5 Stelle-Lega, di cui Conte ha rivendicato il merito di aver posto al centro dell'agenda Ue il controllo dei flussi migratori, offre un esempio positivo, per il tentativo riuscito di conciliare, sempre secondo Conte, il rigore contabile (dopo le varie trattative con l'Ue l'Italia ha sforato il limite sul rapporto deficit-Pil soltanto del 0,04% e non del 0,4% come inizialmente ipotizzato) con la tutela dei cittadini meno abbienti, «dimenticati» dalla globalizzazione ma difesi, in Italia, grazie al reddito di cittadinanza.

Ma la mano, o la testa, dei vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio è visibile anche in alcune proposte di politica estera, come la (ri)proposta di un unico seggio Ue nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, la conferma dell'alleanza Atlantica e il rapporto di amicizia con gli Usa, bilanciato però con un atteggiamento conciliatorio con la Russia e la Cina con i quali non si può «rinunciare al dialogo».

Sull'Africa il premier ha dato il meglio e il peggio di sè, chiedendo all'Ue di impegnarsi concretamente per rimediare alla povertà estrema, ma inneggiando in una secondo momento ai «paradisi artificiali» (quali sono i paradisi reali?) usati dagli investitori stranieri per dirottare le ricchezze del continente.

Nessun accenno né alla crisi diplomatica in atto tra l'Italia e la Franciail distacco dalla maggioranza dei Paesi Ue per il mancato appoggio a Juan Guaidó in Venezuela, se non soltanto in un secondo momento per rispondere alle critiche ricevute dall'aula.

Il finale infatti non è stato quello sperato da Conte. Il leader dei socialisti europei Udo Bullman ha rimproverato l'Italia sui migranti, tacciando il Governo di non essere all'altezza dei grandi del passato, come Altiero Spinelli, e di mettere in mostra il lato «disumano» del Paese.

Per Manfred Weber, il candidato popolare alla successione di Jean-Claude Juncker, la recessione economica in Italia, colpa – dice – dell'attuale Governo, mette a repentaglio l'intera Unione.

Ma le parole più dure arrivano da Guy Verhofstadt, Per il leader dell'Alde (l'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa) Conte è soltanto il «burattino di Salvini e Di Maio» e l'Italia è diventata il «fanalino di coda dell'Europa». Parole che il politico belga ha pronunciato in italiano, questa volta fra molti applausi.