A che punto è lo smart working in Italia? Le storie dei nomadi digitali italiani

di OPEN

Aumentano gli italiani che lavorano da remoto. Ma le aziende italiane fanno fatica ad abbandonare l’idea del posto fisso e della regolarità dell’ufficio. Alcuni nomadi digitali italiani raccontano come sono riusciti a riprendersi quello che la routine lavorativa gli aveva tolto

La sveglia all'alba, il traffico, il parcheggio che non si trova. Sono solo le 9 e sembra sia passata mezza giornata. Una soluzione per evitare tutto questo ci sarebbe: si chiama smart working, in italiano «lavoro agile» e, nonostante se ne parli bene e da anni, in Italia fatica ancora a ingranare. È soprattutto una questione culturale. Eppure, grazie a Internet, si può lavorare gomito a gomito anche a migliaia di chilometri di distanza.

I vantaggi dello smart working sono reciproci: le aziende risparmiano, i lavoratori sono meno stressati e riescono a conciliare meglio gli impegni personali e familiari con quelli di lavoro. In Italia, il bisogno di migliorare gli equilibri tra vita privata e vita lavorativa (work-life balance) accomuna più generazioni e i cosiddetti «nomadi digitali», professionisti che scelgono di lavorare da remoto per poter viaggiare, sono in continua crescita. È una filosofia di vita opposta a quella d'ufficio: un giorno lavori dall'Italia, quello dopo dal Sudamerica, quello dopo ancora dall'Asia. Nella maggior parte dei casi, i nomadi digitali sono lavoratori autonomi o lavoratori dipendenti in ambito informatico, un settore che si presta particolarmente allo smart working.

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Alessio Ligabue, programmatore |

La storia di Gianni e Jonathan

A confermarlo sono Jonathan Pochini e Gianni Bianchini, due tra i fondatori della pagina Facebook Nomadi Digitali Italiani, la community di professionisti che ha scelto di rivoluzionare la propria vita abbandonando la routine casa-lavoro,lavoro-casa. Jonathan è un informatico ed è diventato un nomade digitale dopo aver lavorato in azienda per due anni, con contratto a tempo indeterminato.

I ritmi «opprimenti» della quotidianità lo hanno spinto, a 38 anni, a rinunciare a tutto per diventare un nomade digitale freelance. Ora lavora muovendosi tra Thailanda, Cambogia, Bali, Borneo e Canarie. Così come Gianni, che da lavoratore autonomo non passa mai più di una settimana nello stesso posto. «Sono a 1905 giorni on the road. 5 anni e 3 mesi, con una media di 100 o 200 letti all'anno», dice a Open. 

«Ho lasciato l'Italia nel 2004, ho lavorato sia per la Sony che per la Nintendo come tester, localizzatore e poi traduttore di videogiochi», racconta Gianni. «In teoria si trattava del lavoro dei miei sogni, ma con il tempo ho capito che quell'ideale di vita non andava bene. Mi portava a stare in ufficio più della metà del mio tempo durante le giornate. Ufficio, pc, viaggi casa-lavoro, solo due settimane l'anno per le vacanze. Era un pensiero che stava diventando insostenibile».

Cosa fanno i «Nomadi digitali»

La voglia di viaggiare e di espatriare non è nata con la tecnologia. L'idea di fuggire per cercare un futuro migliore è sempre stata parte integrante della storia degli esseri umani. Ma oggi, le opportunità della tecnologia ci mettono davanti a una possibilità concreta. Anche Arianna, Michela, Mirko e Mario fanno parte di quel gruppo che ha scelto di sfruttare al massimo le opportunità dello smart working.

Arianna è una copywriter freelance che lavora in giro per l'Europa del Nord, mentre Mirko vende le sue fotografie sulle piattaforme come Shutterstock e Adobe Stock. Stefano, che di lavoro aiuta gli imprenditori a liberare il proprio tempo grazie all'automazione, è riuscito a conciliare perfettamente le sue aspirazioni familiari con la sua insofferenza per il posto fisso. «Io sono un nomade un po' atipico – ha detto a Open - perché mi sposto con famiglia a seguito. Anche mia moglie ha scelto il remoto full time, è una project manager. Solo il pensiero di poter stare con i miei figli ogni volta che voglio, andare a riprenderli a scuola di persona, mi ha davvero ricalibrato la vita». 

«È una questione di work-life balance», ha spiegato Michela, che dopo 5 anni nel digital marketing di Google ha deciso di cambiare strada e mettersi in proprio. «Noi delle generazioni più agé abbiamo sentito un rifiuto verso la nostra esperienza di routine. Abbiamo fatto un percorso molto tradizionale, ma una volta trovato il lavoro dei nostri sogni ci siamo resi conto che non era quello che volevamo o che ci soddisfaceva». 

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Mirko Vitali, fotografo freelance |

La bilancia della qualità della vita è il primo elemento che ha spinto queste persone a staccarsi dalla routine abitudinaria. Anche Jonathan ha insistito sull'argomento: «Il concetto fondamentale non è viaggiare, ma essere liberi di farlo. Ed è fondamentale anche nei rapporti: da nomade digitale sei libero di tornare a casa ogni volta che vuoi, invece di dover essere inchiodato alla tratta Roma-Milano e ai giorni di festa». 

Ma la problematica culturale resta: «In Italia il rapporto da remoto come dipendente è culturalmente poco digeribile per l'azienda. In America succede normalmente, mentre io sono stato portato a fare il freelance e a lavorare online». La poca disponibiltà delle aziende italiane è una certezza con la quale tutti i nomadi digitali hanno dovuto fare i conti. E la difficoltà è colta bene da un dato Istat uscito a novembre dello scorso anno: nel 2017, in Italia il quantitativo di lavoratori autornomi era il più alto d'Europa e riguardava il 23.2% degli occupati (5 milioni e 363mila). 

Da copywriter freelance, Arianna, conferma i vantaggi del lavoro autonomo da remoto, benché i rischi di instabilità reddituale siano evidenti: «Ho un lavoro freelance che mi consente di lavorare dove voglio. Cercavo più tempo per stare con la mia famiglia e i miei amici. Non era tanto il viaggio, quanto riprendermi il tempo che il lavoro mi aveva tolto».