Se della questione morale non importa più niente a nessuno – Il commento

Negli ultimi mesi molti esponenti di spicco della Lega sono stati indagati con accuse più o meno gravi, ma questo non ha fermato l’ascesa del partito alle elezioni

Nel solo 2018 è successo due volte: vicende giudiziarie clamorose – ma un po’ claudicanti – come l’inchiesta sul padre di Matteo Renzi e il processo a Virginia Raggi – si sono chiuse con clamorose assoluzioni. Lì per lì non ce ne siamo neppure accorti, ma già quei giorni portavano il segno della fine.

Poi ci si è messo il fatto che indagini diverse per peso hanno colpito a turno praticamente ogni gruppo politico e le reazioni sono state sempre scomposte, poco chiare, basate su regole rigidissime che all’ultimo secondo potevano essere spostate un po’ più in là.

Fatto sta che tra le tante lezioni che questo voto europeo ci consegna, ce n’è una che davvero pochi commentatori avevano previsto: le inchieste non spostano più voti né creano disagio negli elettori.

Enrico Berlinguer
Ansa/Enrico Berlinguer

Che gli italiani in passato si scandalizzassero per l’andamento delle inchieste è, per la verità, un’idea basata su dati perlomeno altalenanti.

Il primo a parlare di questione morale come categoria principale per giudicare la politica «e la sua degenerazione» fu Enrico Berlinguer, addirittura nel 1981. 

Con l’avanzare dei decenni, le inchieste su corruzione e pubblica amministrazione sono state sempre capaci di cambiare rapidamente gli scenari politici, sebbene non sempre con esiti esiziali.

È accaduto, ovviamente, nel 1992, per Tangentopoli, ma anche il leader che è sorto da quelle ceneri, Silvio Berlusconi, ha visto la sua lunga carriera politica modificata, ma non travolta, dalle indagini penali.

Forse anche per questo, il Movimento cinque stelle fin dalle origini ha preso a cuore il tema della lotta alla corruzione. Gli esempi di questa dedizione sono mille e includono certamente il primo Vaffaday, la recente Spazzacorrotti e, appena due anni fa, nel 2017, i leader di oggi in piazza Montecitorio che gridavano «o-ne-stà».

Quell’urlo magico – deriso e criticato – da ieri non funziona più. Nella nuova mappa d’Italia non c’è un voto che abbia abbandonato Matteo Salvini per via dell’inchiesta su Armando Siri, avviata dalla procura di Roma per corruzione, perché avrebbe accettato soldi da un imprenditore ed ex politico.

Lo stesso si deve dire per l’indagine che a Milano coinvolge il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, o in Liguria il sottosegretario Edoardo Rixi, in costante ascesa al fianco del Capitano. Dunque: la politica italiana si è definitivamente liberata dall’ossessione delle inchieste giudiziarie.

È un bene? Per anni, giuristi e commentatori hanno invocato questo momento, sostenendo che non si poteva «delegare alla magistratura» il compito di risolvere i conflitti politici del Paese.

Libera dal moralismo giudiziario, l’Italia è certamente un Paese più moderno e il prossimo passo sarà probabilmente l’ingresso a testa alta delle lobby nel dibattito pubblico, come appunto avviene tanto negli Stati Uniti quanto – almeno in parte – nel Parlamento europeo.

Con questa evoluzione, sorgeranno nuovi dubbi a proposito di chi decide del bene pubblico e che peso possano avere i soldi, protagonisti della scena e non più scacciati in un angolo.

ANSA / Michael J. Sandel

Il professore di filosofia dell’università di Harvard Michael Sandel si è posto il problema in What Money Can’t Buy, allertando i lettori con la domanda: «Vogliamo un’economia di mercato o una società di mercato? Quale ruolo dovrebbero giocare i mercati nella vita pubblica e nelle relazioni personali?».

In quella lontana intervista del 1981, spesso citata e poco letta, Berlinguer diceva però che il problema della questione morale non era tanto la corruzione in sé, alla quale, appunto, avrebbero pensato le toghe.

Ma che se il problema non si fosse risolto i partiti avrebbero definitivamente «smesso di fare politica» e gli italiani si sarebbero allontanati da qualunque coinvolgimento civile.

A guardare i dati dell’affluenza alle elezioni, amaramente in controtendenza rispetto ad un’Europa che ha visto crescere quasi ovunque la partecipazione, viene da pensare che su questo punto avesse davvero visto lungo.

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