Mondiali di calcio femminile, l’Italia c’è: «Dicevano che eravamo mentalmente deviate: è la nostra rivincita»

Al via la coppa del mondo delle ragazze di Milena Bertolini dopo anni di pregiudizi e discriminazioni

È venerdì 8 giugno, manca una settimana all’inizio dei mondiali di calcio in Russia. L’attesa è trepidante per l’evento sportivo più seguito al mondo e per le sue stelle: Ronaldo, Messi, Mbappé, Modric.

Sul campo di Firenze invece, lontano dai grandi schermi e dall’attenzione mediatica va in scena un piccolo miracolo: l’Italia delle donne, grazie alla vittoria per 3-0 contro il Portogallo, si qualifica alla Coppa del mondo. Dopo vent’anni di assenza dalla competizione internazionale, le ragazze guidate da Milena Bertolini staccano il pass per Francia 2019.

L’attesa è finita, il 9 giugno, a Valenciennes, l’Italia scenderà in campo dopo due decenni per dare il via all’avventura mondiale, un’avventura che è passata da lotte alla discriminazione e ai pregiudizi. Già, perché dopo Vignotto, Morace, e Panico che tanto avevano dato al calcio italiano, ricevendo poco da un campionato che le riteneva dilettanti era arrivato il momento di un cambiamento.

Katia Serra vicino al trofeo dei mondiali femminili di Francia 2019

«Vent’anni fa c’era qualità ma il sistema calcio non era interessato a farla emergere, per fortuna nel tempo grazie alla forza delle calciatrici che hanno voluto imporsi, grazie alla sensibilità della federazione che ne ha capito la potenzialità, si è capito che si reclamava spazio per una giusta ragione». Sono le parole di Katia Serra, responsabile del settore femminile per l’Associazione Italiana Calciatori.

Un passato in nazionale e la militanza in vari club di serie A, tra cui Bologna, Modena Roma. «I progetti che venivano cestinati vent’anni fa oggi hanno portato addirittura a una presa di consapevolezza di squadre di calcio maschili che hanno formato la loro sezione femminile dando una grande spinta organizzativa, che era esattamente quello che mancava».

Dilettanti in Serie A

Ma la serie A femminile è ancora un campionato dilettantistico, tanto che molte giocatrici sono costrette ad avere un doppio lavoro: «Oggi le ragazze non sono ancora considerate delle lavoratrici, però vivono questo sport a tempo pieno», continua Serra, che con un’esperienza al Levante, in Spagna, a fine carriera nota come all’estero la differenza sia abissale, nonostante qualche problema: «Solo in Spagna sono riuscita a fare veramente la calciatrice, ero trattata come una professionista».

«Quì le calciatrici di serie A si allenano come i dilettanti alle otto di sera», ricorda Elisabetta Vignotto. Una che di chilometri sui campi da calcio ne ha macinati, una pioniera che con 102 gol all’attivo in nazionale è la terza marcatrice migliore di sempre.

Elisabetta Vignotto ritira il premio Maestrelli, 29 aprile 2019

Oggi, alla guida del Sassuolo come presidente sa che di strada ne è stata fatta da quando negli anni settanta aveva iniziato a giocare a calcio. «Mi allenavo in una squadra maschile a San Donà di Piave. Ho fatto tantissimi sacrifici, ma c’era anche tanta passione, la fatica passava in secondo luogo».

Sono quasi 24mila le calciatrici tesserate dalla Federcalcio (12.747 le Under 18) e 677 le società registrate: di queste 12 militano nel campionato nazionale di Serie A. «Ma per la Figc siamo ancora delle dilettanti, lo status non è cambiato nonostante gli enormi passi avanti. Non prendiamo ancora la previdenza e non abbiamo una tutela sanitaria», continua Serra, che ricorda come il congedo di maternità sia garantito solo dall’aprile del 2018.

La svolta dei club maschili

È servito uno sciopero durante la prima giornata di campionato nel 2015 a far aprire gli occhi alla Figc che ha cominciato a fare “concessioni” a chi sul campo corre quanto gli atleti maschi ma guadagna molto di meno. «Dal 2016 le ragazze possono stipulare accordi economici pluriennali e finalmente possono accedere alla maternità».

Grazie all’ingresso di club femminili in società come Juventus, Milan, Inter e Fiorentina il calcio delle donne è cambiato, quantomeno sotto l’aspetto organizzativo, sottolinea Serra, «le calciatrici sono messe nelle stesse condizioni organizzative delle loro controparti maschili e non devono preoccuparsi di altro».

Sara Gama, il capitano della nazionale italiana e giocatrice della Juventus in una seduta di allenamento in vista dei mondiali

Ma se per le atlete della Nazionale l’ingresso in grandi club ha finalmente aperto la strada a un inquadramento quasi professionistico, per molte altre giocatrici di serie A «la scelta è ancora tra il calcio e il lavoro e molte sono ovviamente costrette a scegliere il lavoro», ribadisce Vignotto.

Poche tutele e campi fatiscenti

«Gli stipendi dipendono ovviamente dal club di appartenenza, e ricordo che non esiste una tutela pensionistica né sanitaria. I compensi vanno da 5-10-20 mila fino, forse, a quelli un po’ più alti di squadra come la Juventus. Ma stiamo sempre parlando di uno sport praticato in maniera dilettantistica, non ci sono contributi ma speriamo che il professionismo arrivi anche nel calcio femminile».

Un calcio che negli anni è stato fatto di campi fatiscenti e società morose: «Ci siamo trovate in situazioni dove arrivavi al campo e lo trovavi perchè la società non aveva pagato l’affitto del campo e quindi ti allenavi in strada», dice Serra, «ci sono stati momenti in cui la luce e il gas erano stati chiusi dal padrone di casa perchè la società non pagava gli affitti e le bollette».

Se il calcio non è uno sport per donne

Ma la strada per il successo, oltre ai mancati riconoscimenti materiali è passata anche da anni di insulti e pregiudizi: «Queste 23 ragazze sono l’apice di un movimento che ha combattuto per dare loro le opportunità che noi non abbiamo avuto. Dovevamo lottare contro le denigrazioni di genere, non venivamo prese in considerazione, pensavano fossimo donne turbate psicologicamente, che fossimo mentalmente deviate, vedevano in noi dei soggetti un po’ strani e quindi tutto questo e sempre stato tramandato di generazione in generazione», dice con un po’ di amarezza Serra che auspica che «giocare a calcio in Italia diventi normale per una donna, che si guardi a una donna che ha questa passione come a una donna a tutti gli effetti».

Lotte, scioperi che hanno portato oggi a una qualificazione che mancava all’Italia da vent’anni. Con 720mila già venduti il fermento è alto in Francia per una competizione tra le più attese del 2019: «È una nazionale piena di entusiasmo, molto compatta e unita. Sono consapevoli che facendo bene possono rappresentare un punto di svolta per questo sport», dichiara Serra, «hanno cominciato a far capire che la qualità c’è e che quindi bisogna continuare a costruire le condizioni perchè tutto questo possa consolidarsi e raggiungere vette sempre più stimolanti e concrete».

Il mondiale in Francia: un nuovo inizio

23 ragazze con storie diverse ma il punto di riferimento è uno: il ct Milena Bertolini. «Da quando ha preso in mano il testimone da Antonio Cabrini nel 2017 le cose sono cambiate molto. Sicuramente potranno concedere qualcosa dal punto di vista fisico rispetto alle altre formazioni», dichiara Vignotto.

«Ma è una nazionale che è cresciuta molto», continua Serra, «grazie alle formazioni di club hanno potuto allenarsi tutti i giorni e ora reggono il confronto con le squadre internazionali. Se prima ci dicevano che non sapevamo giocare a calcio ora nel gioco che esprimono le ragazze c’è un gioco forte, un gioco etico fatto di valori dove la parte economica non ha ancora macchiato questo sport, dove in altri contesti la logica del business ha fatto perdere l’essenza pura del calcio».

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