Lucano ancora in esilio: no alla revoca del divieto di dimora a Riace. Oggi il processo

Il tribunale della libertà di Reggio Calabria ha rigettato l’istanza degli avvocati dell’ex sindaco, esiliato da 8 mesi e accusato di vari reati, tra cui il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina

L’esilio di Mimmo Lucano continua. Da otto mesi per lui c’è il divieto di dimora nella sua Riace: e ci sarà ancora, almeno fino alla decisione della Cassazione.

Oggi al Tribunale di Locri l’attesa è tutta per l’inizio della prima udienza del processo a carico del sindaco sospeso e di altre 25 persone. Ci sono iniziative di solidarietà qui, ma anche in altre città d’Italia, Roma inclusa.

Prima dell’udienza arriva la notizia della decisione del Tribunale della libertà di Reggio Calabria: no alla nuova istanza dei difensori di Lucano per la revoca del divieto di dimora a Riace, disposto come misura alternativa all’arresto.

Il divieto di dimora

Mimmo Lucano è coinvolto nell’inchiesta ‘Xenia’ della Procura di Locri nell’ambito della quale è accusato di una serie di reati legati alla gestione dell’accoglienza dei migranti nel centro della Locride. Un modello che ha reso Riace famosa in tutta il mondo. In questi otto mesi, il sindaco sospeso è tornato nel suo paese solo per il comizio finale della campagna elettorale delle amministrative, e per votare.

I suoi legali avevano motivato la richiesta di revocare il divieto di dimora con quanto accaduto con le elezioni amministrative. Mimmo Lucano non è più sindaco, e non è neppure consigliere: al voto del 26 maggio scorso – mentre Riace si scopriva leghista – è risultato sì il più votato ma non è stato eletto perché la sua lista ha portato a casa un solo posto in consiglio, andato alla candidata sindaca.

Quindi, questo il ragionamento dei legali, Lucano non ha alcun incarico istituzionale e non c’è alcun rischio di reiterazione dei reati contestati. Una tesi rigettata dal Tribunale della Libertà di Reggio Calabria.

Le accuse

Il modello Riace approda quindi nelle aule giudiziarie. Le accuse contestate dalla Procura di Locri, diretta dal procuratore capo Luigi D’Alessio, sono, a vario titolo: associazione a delinquere, truffa con danno patrimoniale per lo Stato, abuso d’ufficio, peculato, concussione, frode in pubbliche forniture, falso e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Era il 2 ottobre 2018 quando Mimmo Lucano era stato messo ai domiciliari, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta rifiuti. Il ministero dell’Interno, qualche tempo dopo, ha revocato i finanziamenti e disposto la chiusura dello Sprar: una decisione rigettata dal Tar.

Lucano è accusato di irregolarità nella gestione dei fondi ma anche (e questo è legato il divieto di dimora) di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e irregolarità nell’appalto del servizio di raccolta rifiuti. Secondo i pm, avrebbe organizzato «matrimoni di convenienza» tra migranti e cittadini italiani per rendere possibile la permanenza dei primi in Italia.

La reazione

Non è un processo politico, dice il diretto interessato. «Ma la mia vicenda mi ha ferito tanto», spiega ai cronisti oggi, 11 giugno, davanti al tribunale. «Ho sempre lavorato a favore dei deboli e degli emarginati. E mi sono impegnato per una società umana e non disumana».

Il modello Riace, nelle intenzioni e per molti anche nei fatti, ha dato una risposta al problema dello spopolamento dei piccoli centri del Sud. «Non saprei vivere lontano dall’impegno sociale, umano e politico senza necessariamente occupare dei ruoli», aggiunge Lucano. «La bella storia di Riace è iniziata molto prima che io diventassi sindaco. Un’esperienza che può continuare, al di là di quello che è successo, portando avanti le idee che ne sono alla base».

In copertina, Mimmo Lucano a Riace, 24 maggio 2019. Ansa/Marco Costantino

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