Cos’è il surplus commerciale e perché l’Italia prova a far leva sullo squilibrio della Germania

In estrema sintesi, la Germania vende più di quanto compra dagli altri Paesi: di conseguenza, l’accumulo di ricchezza tedesco è sproporzionato rispetto a quello degli altri Stati

Giuseppe Conte il 20 giugno è volato a Bruxelles per discutere, con i capi di Stato e di governo degli altri 27 Paesi dell’Unione, delle nomine ai vertici delle istituzioni europee. Un confronto al quale però l’Italia non partecipa da protagonista, visti gli attriti del governo con i leader dei gruppi politici che hanno raccolto più voti alle elezioni europee del 23-26 maggio scorso.

Ma la partita che Conte e l’esecutivo italiano stanno giocando riguarda, più che le candidature alle maggiori cariche Ue, il dribbling in extremis della procedura d’infrazione a causa del debito pubblico, in crescita in rapporto al Pil. Per evitare di incorrere nella sanzione, che costerebbe all’Italia circa 10 miliardi, il presidente del Consiglio Conte, nella lettera inviata dal Governo alla Commissione, ha fatto ricorso a un poco velato attacco alla Germania riguardo all’annoso surplus commerciale.

La lettera di Conte alla Commissione

«L’Italia, con la sua forte specializzazione per la manifattura, è danneggiata negli sforzi compiuti per crescere a un ritmo più sostenuto che possa garantire un rapido declino del suo debito, se le politiche macroeconomiche di alcuni grandi partner sono prevalentemente dirette a conseguire ampi surplus di parte corrente e di bilancio, piuttosto che ad attivare politiche di investimento, di innovazione, di protezione sociale e di tutela ambientale. L’Italia e l’Europa sono tanto più danneggiate se questi surplus istigano reazioni protezionistiche da parte dei nostri più importanti partner commerciali», scrive Conte.

E aggiunge: «Le regole europee, mentre si mostrano estremamente rigorose nel censurare politiche nazionali espansive potenzialmente suscettibili di incidere sulla dimensione del debito sovrano, non sanzionano con analogo rigore questi comportamenti, che certamente non sono meno destabilizzanti per il benessere dei cittadini europei di quanto non lo sia un elevato debito pubblico». Letto tra virgolette: come mai si minaccia la procedura d’infrazione per il mancato contenimento del debito e non la Germania per gli squilibri macroeconomici?

Cos’è il surplus commerciale

Per capire cos’è il surplus, è necessario partire dal concetto di bilancia commerciale. Si tratta di un conto che considera l’ammontare delle importazioni e delle esportazioni di un Paese. Per calcolare il surplus commerciale, basta fare la differenza tra valore delle esportazioni e quello delle importazioni: se il saldo è positivo, si verifica un surplus commerciale.

La bilancia commerciale, tenendo conto della vendita e dell’acquisto di merci e servizi tra Paesi diversi, è strettamente collegata al tasso di cambio delle rispettive monete. Generalmente una bilancia commerciale in attivo è indice del benessere e della solidità di uno Stato. Un altro propulsore della bilancia commerciale è il turismo: non è da considerarsi come export di un Paese, ma quando gli stranieri portano valuta estera in un altro Stato, contribuiscono all’attività della bilancia commerciale.

Cosa dice il regolamento europeo

La Commissione europea ha individuato 14 indicatori che servono ad assodare quando gli squilibri macroeconomici di un Paese mettono a rischio la stabilità di uno Stato e l’economia dell’intera Unione. La Germania, effettivamente, è da 7 anni che viaggia oltre la soglia indicata dalla Commissione: il saldo della bilancia commerciale deve trovarsi tra il -4% e il +6% del Pil.

Ma a differenza del rapporto debito Pil, disciplinato dal Fiscal Compact e che in caso di sforamento della soglia del 60% prevede una procedura d’infrazione secondo le norme dell’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, il range della bilancia commerciale viene definita come “soglia raccomandata”.

Quindi, a differenza di quanto previsto per il debito di un Paese, il surplus commerciale tecnicamente non viola nessuna regola europea. Nonostante la Commissione abbia raccomandato alla Germania di scendere sotto la quota del 6%, i tedeschi hanno continuato a esportare molto più che importare, accumulando un surplus di partite correnti.

Perché il surplus commerciale è un problema

Il surplus delle partite correnti della bilancia commerciale della Germania è il più elevato al mondo. Tra i fattori, sicuramente c’è la forte vocazione a risparmio di famiglie, imprese e governo. Ma anche un contenimento degli investimenti che, stando alle disponibilità di bilancio, potrebbero essere più elevati. Per esempio per risvegliare la domanda interna della Germania, ormai assopita e corresponsabile dell’altissimo surplus commerciale.

E questo è un problema per i Paesi dell’Europa, soprattutto meridionale: esportare i propri prodotti in Germania aiuterebbe Grecia, Italia, Spagna e Portogallo nella crescita. Ma per gli stessi tedeschi: risparmiare di meno vorrebbe dire più investimenti pubblici e privati che, nel lungo periodo, mostrerebbero più benefici dell’attuale eccessiva prudenza.

Il rapporto tedesco con gli altri mercati

Stando ai dati del 2017, la Germania ha esportato beni per un valore di 1.279 miliardi di euro e importato beni per 1.035 miliardi. Un divario enorme. Ed è con gli Stati Uniti che la percentuale d’interscambio è stata maggiormente favorevole ai tedeschi: 111 miliardi di euro di export oltreoceano, 61 miliardi importati.

Considerando i Paesi membri dell’Unione, la Germania ha esportato 749,7 miliardi di euro di merci e ne ha importate per un valore di 590,5 miliardi. Tra questi l’Italia è il Paese che meno soffre del rapporto di forza dei vicini tedeschi: il nostro Paese ha importato beni dalla Germania per un totale di 66 miliardi di euro, esportando merci per 56 miliardi. Con un margine sull’intero flusso dell’8,2%, siamo il Paese industriale avanzato meno profittevole per la bilancia commerciale tedesca.

Rischi per l’economia europea

Ma la soglia di raccomandazione europea, che punta a contenere i surplus commerciali dei Paesi membri sotto il 6% del Pil, serve per equilibrare l’economie dei vari Stati. Da quando è stata introdotta la moneta unica i singoli Paesi non sono più soggetti alla svalutazione della propria valuta che compenserebbe automaticamente gli squilibri commerciali.

La colonizzazione estera delle merci tedesche non equilibrata da un’importazione altrettanto cospicua, sottrae margini di crescita alle imprese degli altri Stati Ue che non riescono a trovare spazi per esportare i proprio beni. Inoltre, ponendosi come leader finanziario europeo, è lo stesso sistema creditizio tedesco a rischiare di non vedere risanare i debiti esteri se i sistemi economici circondanti non riescono a emanciparsi dall’egemonica esportazione tedesca.

Infine, c’è il rischio di ritorsioni economiche su scala globale. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno dato vita una guerra dei dazi con la Cina proprio perché la bilancia commerciale tra i due Paesi era estremamente favorevole a Pechino. D’altronde, il presidente americano ha già minacciato più volte di imporre dazi sulle automobili europee. Sarebbe una contromisura proprio nei confronti dell’export tedesco: i veicoli a motore e le componenti dell’automotive sono i beni di esportazione più importanti per la Germania.

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